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«Il Governo ci impedisce di salvare. C’è un blocco sistematico di tutta la flotta civile»

Intervista a Vanessa Guidi, medico a bordo della Mare Jonio di Mediterranea Saving Humans

30 ottobre 2020

Il governo italiano blocca di nuovo l’attività della Mare Jonio.
"Non possiamo che constatare la volontà del Governo Italiano, in perfetto accordo con gli altri esecutivi europei, di ostacolare in ogni modo l’attività di monitoraggio e di soccorso delle navi della società civile attive nel Mediterraneo. Sono ben sei le navi della Civil Fleet in questo momento costrette in porto, con differenti dispositivi di blocco tecnico o fermo amministrativo", scrive Mediterranea Saving Humans in un comunicato stampa.

"Lunedì 26 ottobre le Autorità Marittime di Augusta hanno comunicato il loro diniego all’imbarco delle attiviste e attivisti del Rescue e Medical Team di Mediterranea Saving Humans, a bordo della nave in qualità di tecnici armatoriali.
Questi dinieghi hanno nei fatti bloccato dal 14 settembre scorso la possibilità per la nave di Mediterranea di operare in mare, mentre al largo delle coste libiche si sono contati quasi trecento morti in diversi naufragi
", denuncia MSH.

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Abbiamo intervistato Vanessa Guidi, giovane dottoressa, che quest’estate ha scelto di imbarcarsi come medico di bordo sulla Mare Jonio.
L’intervista è stata realizzata da Tommaso Pieri, redazione di Radio Melting Pot.


Ciao Vanessa, innanzitutto, ti chiediamo di spiegare nel dettaglio che cos’è Mediterranea Saving Humans e quali sono le attività che svolge sia in mare che a terra...

Ciao a tutte e tutti, sono Vanessa Guidi, ho 27 anni e sono di Cesena. Sono un medico e faccio parte di Mediterranea Saving Humans, che non è, a differenza di quello che pensano in molti, una O.N.G. bensì nasce come una piattaforma di persone, una rete di realtà sociali che fanno parte della società civile in tutta Italia e non solo e a gennaio 2020 si è costituita associazione per il sociale. Nasce 2 anni fa perché alcune persone non riuscivano letteralmente più a dormirci la notte pensando alle persone che perdono la vita nel Mediterraneo.

Nel 2018 la situazione nel Mediterraneo era caratterizzata dalla sempre maggiore criminalizzazione delle O.N.G. e dal blocco delle navi che prestavano soccorso, quindi di fatto nel Mediterraneo non c’era nessuno a soccorrere chi tentava la traversata. Queste persone, non potendo più sopportare la situazione, hanno pensato di comprare una nave ed effettivamente hanno reso concreta questa idea bellissima, un po’ folle, ma che di fatto ha portato a salvare tantissimi naufraghi.

Mediterranea quindi non è una O.N.G., pur avendo tanto in comune con le O.N.G. e collaborando costantemente con esse, ma di fatto è una rete di persone, singoli individui e realtà sociali che collaborano con un obiettivo comune. Quello che fa Mediterranea, grazie alla nave Mare Jonio, è un’attività di testimonianza, monitoraggio e denuncia per tutto quello che accade nel Mediterraneo Centrale. Di fatto poi capita spesso di incontrare persone che sono in difficoltà e di ricevere segnalazioni di imbarcazioni in distress con a bordo decine di persone che chiedono aiuto e che stanno per morire in mare, e di conseguenza presta anche soccorso.

Dobbiamo ricordare infatti che la legge del mare impone di prestare soccorso: qualsiasi naufrago deve essere portato a terra e in salvo. Mediterranea comunque non è costituita solo da un equipaggio di mare, che è quello che si imbarca e che svolge l’attività di monitoraggio e testimonianza, ma anche da un equipaggio di terra. L’equipaggio di terra è importantissimo perché è formato da tutte quelle persone e realtà che si occupano di sensibilizzare la società civile, di allargare la consapevolezza di ciò che succede e il consenso alla nostra attività, che si preoccupano di raccogliere fondi (perché di fatto Mediterranea va avanti solo e soltanto grazie a donazioni e non è sempre facile, perché comprare una nave e andare in mare per ogni missione costa veramente tanto).

Quindi l’equipaggio di terra è fondamentale e tutti possono farne parte, ognuno con la propria competenza e la propria disponibilità di tempo, aggregandosi a uno dei tanti nodi territoriali distribuiti sul territorio italiano e non solo, o magari creandone uno nuovo nella propria città. Io ad esempio faccio parte del nodo territoriale di Forlì-Cesena e del team sanitario di Mediterranea. Al momento, oltre a diverse città italiane, esistono nodi territoriali anche negli USA, Berlino, Barcellona e Tunisia.


In cosa è consistita la tua attività sulla Mare Jonio e cosa ti ha lasciato questa esperienza?

La mia esperienza dentro Mediterranea è iniziata circa un anno e mezzo fa, supportando da terra attraverso l’organizzazione di eventi di raccolta fondi e sensibilizzazione insieme al nodo territoriale di Cesena. Contemporaneamente, essendo un medico, sono entrata a far parte del gruppo di sanitari che sostengono Mediterranea attraverso iniziative sul territorio e attraverso il supporto da terra del team sanitario a bordo. Ho avuto poi la possibilità di partire e sono stata imbarcata come medico a bordo della Mare Jonio da fine maggio a metà luglio di quest’anno.

Solitamente le missioni della Mare Jonio erano costituite da un equipaggio di circa 20-22 persone, quindi tanti volontari e un team sanitario costituito da un medico e un/a infermiere/a. La mia missione, invece, è stata la prima missione ad equipaggio ridotto: 7 marittimi, un capo missione, 2 soccorritori del rescue team e io come unico sanitario. Non avevo un/a infermiere/a al mio fianco e, oltre a questo, si è svolta nel contesto della prima ondata di Covid-19, che rendeva sicuramente più complicata la gestione della vita a bordo ma anche la gestione sanitaria dei naufraghi.

Siamo salpati il 9 giugno dal porto di Trapani e la missione complessivamente è andata molto bene. In realtà è stata una missione difficile emotivamente, perché per la prima volta ci siamo ritrovati di fronte la morte in mare. Questo non è uno slogan, abbiamo effettivamente incontrato il corpo di un ragazzo che galleggiava ed è un’immagine che nessuno di noi dimenticherà.

Abbiamo anche assistito a quattro push-backs, ovvero quattro episodi in cui la cosiddetta Guardia Costiera libica è arrivata poco prima di noi e ha riportato verso l’inferno libico quelle persone che eravamo in procinto di raggiungere e portare al sicuro. Questi episodi davvero ci hanno emotivamente provato tantissimo, è stato frustrante avere l’obiettivo di portare in Europa in salvo delle persone e assistere davanti a noi alla catture per essere riportate in Libia. Succede spesso che, quando i migranti vengono intercettati dalla cosiddetta Guardia Costiera libica, alcuni addirittura si gettano in mare, non sapendo nuotare, pur di non essere riportati in Libia.

Nonostante questo, quello che ha salvato anche noi emotivamente è stato il fatto che siamo riusciti a portare a termine due soccorsi e portare in salvo ben 110 persone. Durante il primo soccorso c’erano 67 persone, tutti ragazzi e una sola donna. Durante il secondo, invece, 43 di cui 2 donne. Tra queste c’era anche una famiglia siriana che era scappata dalla guerra civile in Siria e dopo anni che fuggiva si è ritrovata su questo barchino di fortuna.

Queste 43 persone imbarcavano acqua dal momento in cui erano partiti ed erano alla deriva da due giorni, ancora ai confini con le acque territoriali libiche, quindi non si erano praticamente spostati. Anche le altre persone che abbiamo conosciuto e portato a bordo hanno storie terribili, si sono trovati in Libia inconsapevolmente per sfortuna della vita, perché già fuggivano da guerre e carestie, da matrimoni combinati. Ad esempio una ragazza di 16 anni fuggiva da un matrimonio combinato: lei non aveva nessuna intenzione di sposarsi con un uomo molto più grande alla sua età e si è trovata invece in Libia ad essere rapita, violentata e picchiata. Queste persone per disperazione si mettono in mare.

La traversata nel Mediterraneo è estremamente lunga e pericolosa. Io stessa, prima di salire a bordo, non mi rendevo minimamente conto di quanto fosse grande e freddo il Mediterraneo, tant’è vero che ho chiesto loro che cosa li spingesse a compiere un gesto così pericoloso. Loro mi hanno risposto che in Libia hanno la certezza di morire, mentre in mare sanno bene che il rischio di perdere la vita è molto alto, ma ci provano lo stesso perché non ne hanno la certezza come in Libia. Tutte le persone comunque erano fortemente traumatizzate, molte avevano ferite organiche date dalle torture subite nei campi di detenzione libici.

Molti di loro avevano tentato la traversata più volte e quando li abbiamo trovati e gli abbiamo detto che non eravamo la Guardia Costiera libica ma una nave italiana, tutti sono scoppiati in urla di gioia, applausi e canti. Nonostante questo, avevano sempre paura che noi in realtà li stessimo riportando in Libia, dovevamo tranquillizzarli continuamente perché non riuscivano a fidarsi. Questi sono segni di disturbo post-traumatico da stress. Per concludere, l’emozione che ho provato è stata incredibile: è stato veramente emozionante avvistarli finalmente dopo giorni di ricerca di quello che sembrava un ago nel pagliaio nella vastità del Mediterraneo; è stato bellissimo il momento dello sbarco a terra e vedere quanto si sentissero, finalmente, al sicuro. Ci ringraziavano per aver dato loro una nuova vita ed è una cosa che io non dimenticherò mai e che credo non riuscirò mai a descrivere a parole, in tutto quello che ho provato.


Parliamo ora della situazione del Mediterraneo centrale e delle persone che cercano di partire dalla Libia. Quante persone ogni anno cercano di entrare in Europa e qual è la loro situazione durante la traversata?

Ogni anno tantissime persone cercano di lasciare l’inferno libico per dirigersi verso le coste europee. Dal 2017 vi è stata, però, una riduzione netta degli sbarchi rispetto ai circa 150.000 l’anno riguardanti gli anni 2014-2015-2016. Nel 2019, infatti, ci sono stati circa 10.000 sbarchi e per il 2020 al momento si tratta di circa 20.000 persone.
In questi ultimi tre anni, però, dati di Oxfam e IOM riportano un aumento delle morti in mare. Ciò è causato da una politica di soppressione delle attività di soccorso e di riduzione di quegli organi pubblici che erano presenti in mare. Infatti, molte attività di soccorso sono state delegate alla Libia, la quale riceve dei finanziamenti dall’U.E. Per citare delle cifre, si può affermare che dal 2013 ad oggi sono morte in mare dalle 20.000 alle 30.000 persone. Mi mantengo vaga nonostante la presenza di dati ufficiali perché i corpi di molte persone decedute durante il viaggio non sono mai stati recuperati.

La traversata, poi, è estremamente difficile e le condizioni dei migranti sono tragiche. Spesso il viaggio non parte dalla Libia ma da molto prima. Hanno attraversato anche il deserto, dove in migliaia perdono la vita ogni anno, ed hanno dovuto affrontare diversi anni di lavori forzati e violazione dei diritti umani all’interno dei centri di detenzione libici. Con riferimento ai centri di detenzione, si deve sottolineare che negli ultimi tre anni circa 75.000 sono partite dalla Libia e che circa il 40% di queste sono state intercettate dalla cosiddetta Guardia Costiera libica, finanziata dall’Italia e dall’U.E., e riportate in Libia. Queste persone non vengono poi ricondotte nei centri di detenzione legali, ovvero quelli sotto il controllo del governo libico riconosciuto a livello internazionale, ovvero quello di Al Serraj.

C’è il forte sospetto che queste persone vengano trasferite in centri di detenzione illegali sotto il controllo delle milizie, centri in cui organizzazioni come lo IOM e MSF non hanno accesso. La situazione è infatti drammatica. Non ci possiamo stupire se poi si riscontrano dei casi di Covid-19 a bordo delle imbarcazioni soccorse o tra le persone che sbarcano autonomamente. Questa gente vive in delle situazione di violenza, scarsa igiene, malnutrizione e non c’è assolutamente possibilità di prevenzione, di isolamento e di assistenza sanitaria.

Questa è la situazione: la maggior parte vengono riportati verso l’inferno libico in quanto ci sono degli accordi con i trafficanti, i quali hanno solo da guadagnarci da questo contesto, moltissimi muoiono in mare e gli attuali sbarchi non rappresentano assolutamente una minaccia. Si tratta di persone che scappano da condizioni disperate che non dovrebbero rappresentare un pericolo per nessuno, a maggior ragione perché i numeri degli sbarchi non sono poi nemmeno così elevati.


Quanto e come incidono le politiche dell’Unione Europea in questa situazione...

L’Italia e l‘U.E. sono complici di questa situazione, già da anni finanziano ed addestrano la guardia costiera libica. Inoltre, è noto che l’Italia abbia donato alla Libia diversi assetti navali, come le motovedette della Guardia Costiera libica. Purtroppo ogni anno c’è un incremento di questi finanziamenti.

Nel 2017 l’Italia ha stanziato per le missioni militari in Libia circa 48 milioni di euro mentre nel 2020 circa 58 milioni. Riguardo alle somme destinate direttamente alla Guardia Costiera libica, sottolineo che nel 2017 queste erano 3,6 milioni, mentre nel 2020 sono stati stanziati addirittura 10 milioni.

Questo, per quanto riguarda l’Italia, avviene con un governo che non è più di quello di Salvini. Ci lasciano perplessi tutti i buoni propositi proclamati in riferimento all’obiettivo di migliorare la situazione delle rotte migratorie, quando, invece, si finanziano dei criminali e si forniscono loro i mezzi per catturare e riportare i migranti verso l’inferno libico.

Quello che preoccupa è, poi, l’assoluta mancanza di trasparenza su come vengono spesi questi fondi. Non si sa, infatti, come la Libia utilizzi tutti questi milioni di euro. Vi sono, però, diverse inchieste attestanti che questi fondi finiscono nelle mani dei trafficanti e delle milizie, responsabili dell’instabilità del paese e delle violazioni dei diritti umani. La situazione è drammatica e finché si continuerà a finanziare questi criminali non sarà possibile alcun miglioramento.


In un recente comunicato co-firmato assieme ad altre organizzazioni chiedete che il governo italiano interrompa il blocco delle navi che soccorrono.
Al momento il diniego della capitaneria di porto di Pozzallo all’imbarco del paramedico soccorritore ed esperto di ricerca e soccorso hanno completamente bloccato l’attività della Mare Jonio…

Purtroppo in questi mesi si è verificato un blocco sistematico di tutta la flotta civile, quindi sia navale che aerea, di tutte le O.N.G. che si occupano di soccorso in mare. Prima si impediva lo sbarco “gridando ai porti chiusi”, ora la situazione è diversa.

Questo avrebbe dovuto essere il governo della “discontinuità”, ma non era mai successo prima che fossimo tutti bloccati contemporaneamente, sei navi e un aereo della flotta civile. Ora non si chiudono i porti, almeno non a noi che abbiamo un assetto navale battente bandiera italiana, ma in maniera più precisa, studiata e sistematica si sono bloccati tutti gli assetti adducendo futili motivi perlopiù di carattere amministrativo.

Attraverso questa pratica, che non riguarda ovviamente solo noi ma anche le realtà battenti bandiera straniera, ad esempio sono state bloccate l’Ocean Viking e la Sea Watch 4 riportando tra le motivazioni “la presenza di un numero troppo elevato di giubbotti di salvataggio” ed il fatto che erano state “soccorse più persone rispetto al numero massimo consentito a quella nave”. Una motivazione assurda in quanto si ha l’obbligo di salvare chi è in pericolo di vita e il soccorso di naufraghi è di per sé una situazione di emergenza.

Per quanto riguarda noi, invece, dal 26 settembre è stato negato l’imbarco di una parte fondamentale del nostro equipaggio, ovvero il rescue team. Il 3.10.2020, cogliendo l’occasione dell’anniversario della strage di Lampedusa e del secondo compleanno di Mediterranea, abbiamo chiesto al governo quattro cose.

Chiediamo che venga riconosciuta la nostra attività, noi non stiamo facendo attività di contrasto al governo, non diffondiamo né odio né sofferenza, stiamo semplicemente soccorrendo le persone come fanno le ambulanze in strada e la protezione civile in caso di calamità. Chiediamo anche che entro 24 ore da un soccorso in mare si ottenga un porto sicuro per qualsiasi nave, sia quelle delle O.N.G. sia quelle mercantili che comunque effettuano soccorsi in mare. Si chiede lo stop ai finanziamenti alla Libia e di interrompere questi blocchi amministrativi senza senso.

Abbiamo visto una piccola apertura nel fatto che il 3 ottobre scorso la Open Arms è stata dichiarata abile alla partenza e che negli ultimi giorni anche l’aereo Moonbird ha ripreso volare. Questa apertura, però, è stata subito smentita il 22 ottobre dal blocco della nave Louise Michel e dall’ulteriore diniego, il terzo in un mese, da parte delle Autorità Marittime di Augusta all’imbarco del nostro rescue team. Vedremo se l’atteggiamento delle autorità cambierà in futuro, anche se la situazione attuale non ci fa ben sperare: al momento sei navi sono bloccate, ma la situazione deve cambiare.