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La “rotta atlantica” come nuova frontiera dei flussi migratori

Più di 500 persone hanno perso la vita nel 2020 per raggiungere le isole canarie

1 dicembre 2020

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I fenomeni migratori sono sempre difficili da analizzare. Cause e sviluppi dei flussi migratori sono molteplici e la complessità spesso sfugge all’attenzione del dibattito pubblico fatto di luoghi comuni e di stereotipi.

Le migrazioni dall’Africa occidentale alle Isole Canarie attraverso l’Oceano Atlantico non sono un fenomeno nuovo.

Le Isole Canarie spagnole sono state una calamita per i migranti in fuga dall’Africa circa un decennio prima che migliaia di persone iniziassero il pericoloso viaggio attraverso il Mediterraneo e soprattutto verso l’Italia.

Dal 1994 si è delineato un percorso migratorio che nei successivi 11 anni è stato utilizzato da 41.829 persone, la maggior parte delle quali provenienti dall’Africa nord-occidentale, le quali hanno attraversato l’Oceano Atlantico settentrionale allo scopo di raggiungere le isole di Lanzarote, Fuerteventura e Gran Canaria [1].

La traversata dell’Oceano Atlantico ha subito una battuta d’arresto tra il 2004 e il 2005, salvo poi tornare a crescere nell’anno successivo. Infatti, nel corso del 2006, 31.678 migranti hanno raggiunto le coste delle Isole Canarie, ovvero sette volte gli arrivi registrati nel 2005 (4.715) e quattro volte il numero di migranti che hanno attraversato lo stretto di Gibilterra allo scopo di raggiungere la Spagna continentale in quell’anno [2].

A fronte di questa situazione, il governo spagnolo ha intensificato le operazioni di salvataggio. Con l’arrivo però di rinforzi materiali e finanziari dall’UE attraverso Frontex, la politica di esternalizzazione delle frontiere è diventato il punto di forza della nuova strategia di contrasto all’immigrazione anche mediante il coinvolgimento dei principali Paesi di origine dei migranti che optavano per la tratta atlantica. Il risultato dei pattugliamenti congiunti e degli accordi di collaborazione ha in brevissimo tempo sortito gli effetti desiderati dall’UE: il numero di migranti africani arrivati sulle Isole Canarie è sceso da quasi 32.000 nel 2006 a 12.478 un anno dopo, e poi a soli 196 nel 2010.

Il problema si è però ripresentato quando l’intensificarsi dell’instabilità politica, le dure condizioni di vita e i trattamenti inumani a cui sono sottoposti i migranti e rifugiati nelle carceri della Libia post-Gheddafi hanno spinto i popoli africani a cercare percorsi alternativi, talvolta ancor più pericolosi, per raggiungere le coste europee. Di conseguenza, le Isole Canarie sono tornate ad essere negli ultimi anni una porta d’accesso preferenziale per i migranti diretti verso l’Europa.

Non solo. Tale ripresa degli sbarchi sulle Isole Canarie attraverso la rotta atlantica è stata favorita anche da quanto accaduto nel Mediterraneo centrale. L’inasprirsi delle politiche di contenimento adottate dal nostro Paese e dall’Unione Europea nel Mediterraneo centrale, l’esternalizzazione delle frontiere a seguito degli accordi bilaterali con i Paesi dell’Africa del Nord, la riorganizzazione della sedicente guardia costiera libica grazie ai finanziamenti italiani, la criminalizzazione dell’operato delle ONG, hanno portato ad una vera e propria “militarizzazione” del Mediterraneo. Il diretto risultato di questa militarizzazione e della politica di “chiusura dei porti” (o più in generale di creazione di barriere e muri) non è stato però quello di bloccare i flussi migratori, piuttosto ha spinto migliaia di persone a scegliere altre rotte per raggiungere l’Europa.

Grafico a cura di CEAR Canarias

Nel 2020, oltre 16 mila migranti hanno fatto rotta verso le Canarie partendo soprattutto dall’Africa Occidentale. Un aumento di oltre il 500% degli arrivi in Spagna rispetto all’anno precedente mentre a diminuire di circa il 20% sono gli arrivi sulle coste continentali della Spagna (coste che distano solo 8 miglia marine dal Marocco) anche in ragione di un accordo stipulato tra i governi spagnolo e marocchino per fermare le partenze.

Possiamo dire che sono state le scelte politiche adottate dagli Stati europei, le azioni messe in atto per bloccare le partenze, la militarizzazione di intere zone del Mediterraneo, la creazione di muri e recinzioni, a influire in maniera decisiva sulle rotte migratorie spingendo i migranti a scegliere “strade” sempre più pericolose pur di arrivare in Europa. La rotta atlantica è infatti una rotta di gran lunga più rischiosa da percorrere rispetto a quelle battute in passato. Una rotta che aumenta il rischio di naufragi sia per la lunghezza del viaggio, sia per gli agenti atmosferici e per le correnti sicuramente più insidiose nell’Oceano Atlantico rispetto al Mediterraneo.

Emblematica è la notizia apparsa lo scorso 19 agosto, quando a 150 chilometri dall’Isola di Gran Canaria è stata ritrovata una scialuppa con a bordo 15 corpi senza vita. Uomini e donne morti almeno 8 giorni prima del ritrovamento per fame e sete. Una testimonianza drammatica che dimostra la pericolosità della rotta atlantica e le conseguenze disastrose delle scelte politiche che vengono prese dagli Stati europei [3].

A quanto detto, deve aggiungersi quanto sottolineato dal dottor Martin Castillo, medico in servizio presso l’isola di Gran Canaria, secondo il quale le 72 ore successive allo sbarco sono fondamentali per il recupero psico-fisico dei sopravvissuti. Un recupero che però non è affatto scontato.

Quanto sta accadendo lungo la “rotta atlantica” dimostra la inadeguatezza delle politiche migratorie europee, ma anche l’erronea convinzione che “la politica dei porti chiusi” serva a fronteggiare una fenomeno globale e complesso come quello dei flussi migratori. Purtroppo le politiche migratorie adottate dai Paesi europei si stanno dimostrando completamente fallimentari alla prova dei fatti e la realtà sta evidenziando tutti i limiti delle scelte che vengono prese a livello europeo e nazionale.

L’incremento degli arrivi di migranti attraverso la c.d. “rotta atlantica” dimostra chiaramente che non servono politiche di contrasto e di chiusura.