logo

Documento a cura del
Progetto Melting Pot Europa
web site: http://www.meltingpot.org

redazione@meltingpot.org

Home » Cittadinanze » Notizie, approfondimenti, interviste e appelli

Proposte per una sanatoria da “sanare”

Intervista a Fabrizio Coresi, ActionAid. Con la campagna Ero Straniero sta monitorando lo stallo delle procedure di regolarizzazione

30 marzo 2021

Salviamo Melting Pot! Dona ora

Le fotografie nell’articolo sono gentilmente concesse da Giovanna Dimitolo.

Poco meno di un anno fa, nel pieno dell’emergenza sanitaria dovuta al Covid-19, il Governo ha approvato il decreto legge n. 34/2020, meglio noto come decreto rilancio. Tra le numerose previsioni contenute nel decreto, l’art. 103 ha introdotto una finestra temporale, dal 1° giugno al 15 luglio 2020 - successivamente prorogata fino al 15 agosto 2020 - per la regolarizzazione/emersione dei cittadini stranieri senza permesso di soggiorno, che si trovavano già in Italia all’8 marzo 2020.

La norma prevedeva due canali di emersione.

Il primo poteva essere attivato dal datore di lavoro italiano (o straniero titolare del permesso UE per soggiornanti di lungo periodo), in presenza di un rapporto di lavoro irregolare o di una proposta di assunzione, limitatamente ai settori agricolo, domestico e dell’assistenza alla persona (art. 103, comma 1).

Il secondo canale, invece, poteva essere attivato direttamente dal cittadino straniero con permesso di soggiorno scaduto dal 31 ottobre 2019, il quale aveva precedentemente svolto attività lavorativa, sempre nel settore agricolo, domestico o dell’assistenza alla persona (art. 103, comma 2). La regolarizzazione 2020 è apparsa fin dall’inizio come il risultato di un difficile compromesso politico. A causa dei requisiti stringenti previsti dalla norma, sono tantissime le persone che non hanno avuto accesso alle procedure di emersione.


Poco più di 220mila le domande presentate (207.543 con riferimento al primo canale e 12.986 con riferimento al secondo), a fronte degli oltre 600mila stranieri in situazione irregolare stimati sul territorio nazionale [1].

È importante sottolineare che si tratta solo di stime e che le persone senza titolo di soggiorno potrebbero essere molte di più. La questione degli “invisibili” è riemersa prepotentemente con la diffusione del Covid-19 e con la necessità di tutelare la salute individuale e collettiva; diritto il cui esercizio è oggi avvolto nell’incertezza non solo per le migliaia di persone che sono rimaste tagliate fuori dalla sanatoria, ma anche per coloro che hanno presentato istanza e sono ancora in attesa di conoscere l’esito della procedura. Il dossier [2] pubblicato da Ero Straniero lancia l’allarme. Gran parte delle domande di emersione è ferma nella fase dell’istruttoria, le Prefetture sono in ritardo con le convocazioni per la firma del contratto di soggiorno, nel frattempo migliaia di persone si trovano in un limbo da cui potrebbero uscire non prima di alcuni mesi (o addirittura anni).


Quali sono i dati emersi dalla vostra attività di monitoraggio?

La nostra attività di monitoraggio ha origine dalle tante segnalazioni ricevute su ritardi e criticità nello stato d’avanzamento di entrambe le procedure di emersione. Basta leggere i commenti sulla pagina Facebook di Ero Straniero, per rendersi conto di quante persone cerchino, ogni giorno, di capire a che punto si trova la loro domanda di regolarizzazione e quale sarà il loro destino. Per questo motivo, abbiamo deciso di avviare un dialogo con le realtà territoriali, con le prefetture, con le associazioni di tutela, con i patronati. Il Ministero dell’Interno ci ha inviato i dati relativi alla procedura prevista dal primo comma dell’art. 103, cioè i dati provenienti dalle Prefetture. A noi, però, non bastava la versione delle istituzioni. Parlo di “versione” perché il Ministero ha pubblicato report regolari soprattutto sul primo comma, ma i dati aggregati non consentono analisi indipendenti come quella che abbiamo portato avanti. Abbiamo presentato, quindi, una serie di richieste di accesso agli atti che ci hanno permesso di mettere in luce aspetti che di certo non emergevano dai resoconti del Viminale. Purtroppo, non c’è stata massima trasparenza da parte delle amministrazioni territoriali, su venti Prefetture che abbiamo interrogato, hanno risposto solo in sette. Il quadro che emerge dal dossier è desolante, con ritardi gravissimi e stime di tempi di finalizzazione delle procedure a dir poco improbabili - anni, se non decenni! Vorrei però ricordare che questa regolarizzazione è stata pensata anche in risposta alla pandemia, al fine di evitare il contagio. In questo momento non sappiamo come si farà a garantire una copertura vaccinale delle persone che si trovano, di fatto, in uno stato di invisibilità – con riferimento sia a coloro che sono rimasti esclusi dalla sanatoria, sia alle oltre 220 mila persone che hanno presentato domanda e sono ancora in attesa di conoscerne l’esito.

Venendo ai dati, per quanto riguarda le procedure attivate dal datore di lavoro, in base al primo comma dell’art. 103, sono state registrate complessivamente 207 mila domande, ma di queste domande soltanto 1.480 sono giunte nella fase conclusiva: lo 0,7% del totale, un dato irrisorio. Il 16 febbraio, a sei mesi dalla chiusura della finestra di emersione, solamente il 5% delle domande era giunto alla fine della procedura e il 6% si trovava nella fase precedente alla convocazione del datore di lavoro e del lavoratore in prefettura per la firma del contratto di soggiorno. Addirittura 40 Prefetture sul territorio nazionale non avevano neppure iniziato le convocazioni, per cui tutte le pratiche si trovavano nella fase iniziale dell’istruttoria. Di fatto ci sono ancora 200 mila persone sospese, che non sanno se la loro domanda andrà a buon fine. Con riferimento alla procedura attivabile direttamente dal cittadino straniero, in base al secondo comma dell’art. 103, abbiamo, invece, riscontrato una situazione un pochino migliore. Questo perché si trattava di una procedura più veloce, dove le domande venivano presentate direttamente alle Questure; oltre al fatto che, con riferimento al secondo canale di emersione, sono state presentate solo 13 mila domande circa, a dimostrazione dell’eccessiva ristrettezza dei criteri previsti dalla norma di legge. Criteri che avevamo tentato di modificare in sede di conversione del decreto in legge, proponendo un emendamento che, purtroppo, non è stato accolto.


Quale quadro è emerso con riferimento alle singole realtà territoriali?

Passando all’analisi delle singole realtà territoriali, una delle situazioni più felici è quella di Bari, dove sono state registrate circa 5000 domande, con riferimento al primo canale di emersione; metà vanno avanti con l’istruttoria, mentre sono solamente 600, all’incirca, le istanze arrivate nella fase conclusiva con il rilascio del permesso di soggiorno. Anche qui bisogna, però, fare alcune considerazioni.

Abbiamo chiesto alla Prefettura di Bari quante persone possono accedere giornalmente presso i loro uffici, in condizioni di sicurezza e nel rispetto delle misure anti-covid; considerando dalle 13 alle 15 persone al giorno, abbiamo calcolato che ci vorranno almeno 300 giorni lavorativi per esaminare tutte le domande. Visto che in un anno solare ci sono circa 250 giorni lavorativi, ci vorrà più di un anno per smaltire tutte le pratiche. Una situazione simile l’abbiamo riscontrata a Firenze, dove saranno necessari ancora 300 giorni lavorativi per esaminare tutte le domande, a Catania oltre 200 giorni lavorativi. Anche in territori segnati dal caporalato, come Reggio Calabria e Caserta, abbiamo riscontrato una situazione piuttosto triste. A Caserta, ad esempio, sono arrivate circa 6600 domande di regolarizzazione, 3.700 sono in lavorazione, ma solamente 10 sono quelle finalizzate e non è stato rilasciato ancora nessun permesso di soggiorno. Se poi guardiamo i numeri delle grandi città, il quadro che ne emerge è davvero disarmante.

A Roma, al 31 gennaio, su 16 mila domande, nessuna era giunta alla firma del contratto di soggiorno. Lo Sportello Unico aveva circa 900 pratiche in trattazione e, visto che la Prefettura può assicurare una media di 60 convocazioni a settimana, di questo passo ci vorranno quasi cinque anni per concludere le procedure di emersione in corso. A Milano la situazione è ancora più preoccupante, perché il numero delle domande presentate è più alto: 26 mila. A gennaio, soltanto 289 pratiche risultavano in fase di istruttoria e la Prefettura non aveva ancora convocato nessuno. Visto che la Prefettura ci ha detto che può ammettere 16 persone a settimana, ci vorrebbero più di trent’anni per esaminare tutte le domande. Questa situazione desolante purtroppo la troviamo anche in altre Prefetture, che ci hanno detto che in questo momento possono ammettere nei propri locali solo 4-5 persone al giorno, con previsione di tempi ancora più lunghi.


Quali sono le vostre proposte per “salvare” la sanatoria?

Se permetti il gioco di parole, questa è una sanatoria che va sanata. C’è molto da fare. Uno dei motivi dei ritardi è stata la mancata attivazione di personale aggiuntivo, lavoratori interinali che avrebbero dovuto aiutare le Prefetture nell’espletamento delle procedure. Questo personale aggiuntivo, a quanto noi sappiamo, non è mai stato assunto o quantomeno non è ancora operativo. Ci sono 800 lavoratori - il numero lo conosciamo dalle risposte al question time del sottosegretario Sibilia di qualche settimana fa - pronti ad entrare per aiutare le Prefetture. Quando abbiamo chiesto noi l’accesso agli atti, il Ministero dell’Interno ci ha risposto - il 22 gennaio - dicendo di non essere ancora in possesso dei dati relativi al dispiegamento di forze che sarebbe avvenuto presso le Prefetture. In ogni caso, 30 milioni di euro dovrebbero essere destinati all’assunzione di lavoratori interinali e 4 milioni e mezzo circa per l’assunzione di mediatori, da distribuire presso gli uffici delle Questure e delle Prefetture, oltre a 200.000 euro per l’adeguamento della piattaforma informatica del Ministero dell’Interno. Questo per capire quali sono le misure immediatamente attivabili per “salvare” la sanatoria: da un lato, sbloccare immediatamente il personale aggiuntivo, che andrebbe ad aiutare le Prefetture, perennemente sotto organico; dall’altro, completare le istanze per via telematica - anche fruendo di quei 200.000 euro che sono stati stanziati. Vorrei sottolineare ancora una volta che una delle finalità della sanatoria era proprio quella di tutelare la salute, quindi è paradossale utilizzare la pandemia per spiegare i ritardi nelle procedure, come se la pandemia fosse intervenuta nel mentre, quando invece è stata uno dei motivi alla base della regolarizzazione.


Aldilà dei ritardi nelle convocazioni dovuti al rispetto delle misure anti-Covid, le prassi adottate da alcune amministrazioni, talvolta in aperto contrasto con la legge, hanno ulteriormente complicato o rallentato l’esame delle domande. Puoi farci qualche esempio?

Sì, potremmo fare diversi esempi. Un primo aspetto che è emerso dalle segnalazioni è quello relativo alla difficoltà di attestare l’idoneità alloggiativa, pena il rigetto della domanda di emersione. Le stesse Prefetture che abbiamo interpellato, ci hanno segnalato la difficoltà di reperire questa documentazione. Peraltro, la circolare ministeriale del 17 novembre 2020 ribadisce la possibilità di consegnare il certificato relativo all’idoneità alloggiativa anche in un secondo momento. Noi, però, riteniamo che la mancanza dell’idoneità alloggiativa non possa costituire motivo sufficiente per respingere la domanda di emersione; chiediamo, quindi, che sia chiarito, in maniera definitiva, che l’assenza di questo certificato non costituisce causa di inammissibilità della domanda. Chiediamo che sia data indicazione precisa, agli uffici competenti, di rinunciare alle richieste di integrazione che sono state già presentate, proprio in forza dell’assenza di questa documentazione.

Per altro verso, un certificato di idoneità alloggiativa rilasciato in agosto, che dura solo sei mesi ed è, quindi, già scaduto, costituisce un’altra difficoltà che le persone si trovano ad affrontare, visti i tempi lunghissimi per la convocazione in prefettura. Sul punto sarebbe auspicabile l’intervento di una circolare, che preveda la proroga non solo dei permessi di soggiorno, ma anche di tutti gli altri titoli, fino al 30 di aprile.

Questa misura potrebbe risolvere tante, piccole situazioni di impasse. Tra le criticità riscontrate, c’è poi quella relativa ai documenti validi ai fini dell’attestazione della presenza in Italia del cittadino straniero prima dell’8 marzo 2020. Noi chiediamo che siano presi in considerazione non solo, come chiarito dalle FAQ del Ministero, i documenti provenienti dai centri di accoglienza o ricoveri autorizzati, ma anche tutti quegli attestati, relativi a corsi di lingua o altre attività, rilasciati dagli enti riconosciuti del terzo settore. L’altra cosa che auspichiamo è la proroga del permesso di soggiorno temporaneo rilasciato in base al secondo comma dell’art. 103; chiediamo che anche questo si intenda prorogato, al pari di tutte le altre tipologie di permesso di soggiorno, fino al 30 aprile. Si tratta di aspetti “tecnici” che, però, impattano in maniera prepotente sulla vita delle persone. Basti pensare che se io ho solo la ricevuta dell’avvenuta richiesta di emersione, difficilmente incontrerò dei luoghi istituzionali, degli uffici, che considereranno quella ricevuta valida alla stregua di un documento e questo comporta tutta una serie di difficoltà, dal rilascio della tessera sanitaria all’iscrizione anagrafica. Iscrizione anagrafica che, ad esempio, mi potrebbe servire per chiedere l’Isee e quindi iscrivere mio figlio a scuola, accedendo a misure di sostegno, come quelle relative alla mensa scolastica. Tutti aspetti per noi apparentemente banali, ma che condizionano effettivamente la vita delle persone.


Aspetti banali come l’apertura di un conto corrente. In base alle segnalazioni che avete ricevuto, alcuni istituti bancari si sono addirittura rifiutati di aprire un conto corrette in presenza della sola ricevuta dell’invio della domanda di emersione, è corretto?

Sì, esatto. In questo caso il paradosso è ancora più grande. Già in passato erano emerse criticità in relazione alla possibilità dei richiedenti asilo di aprire un conto base, criticità poi risolte attraverso alcune circolari dell’ABI. Non si capisce perché questa possibilità non debba essere data a una persona che ha presentato un’istanza di emersione, per motivi di lavoro, e che, quindi, avrà un introito; sappiamo tutti che, senza un conto, difficilmente può essere stipulato un contratto di lavoro, vista l’impossibilità di pagare in contanti.


La regolarizzazione della scorsa estate - la nona in trent’anni - è l’ennesima dimostrazione dell’approccio emergenziale riservato alla materia dell’immigrazione. La campagna Ero Straniero si è fatta portavoce dell’esigenza di un cambio di rotta delle politiche migratorie. Nell’ottobre del 2017 è stata presentata una proposta di legge di iniziativa popolare, per cui sono state raccolte oltre 90mila firme, e che attualmente è all’esame della Commissione Affari Costituzionali della Camera. Puoi dirci quali sono i punti fondamentali della proposta di legge?

Secondo noi la regolarizzazione ha un senso solo come provvedimento tampone in una fase contingente, la soluzione sta in una discontinuità reale con l’attuale normativa, che è inefficace, oltre che iniqua. Questo possiamo dirlo a vent’anni dalla Bossi-Fini. La proposta di legge di iniziativa popolare ha alla base 90 mila firme e, quindi, un sostrato sociale di cui noi auspichiamo che i decisori vorranno tenere conto: 90 mila persone che vogliono qualcosa di diverso. Per una revisione complessiva della normativa, dobbiamo ricominciare a parlare di ingressi; il sistema dei decreti flussi è stato completamente svuotato dall’interno ed è ormai ridotto ai soli lavoratori stagionali e a garantire le conversioni. Certamente non apre canali regolari e, quindi, sicuri, di ingresso per quelle persone che vogliono migliorare la propria condizione di vita e venire a lavorare in Italia.

Questo svuotamento a cui abbiamo assistito negli ultimi anni ha di fatto determinato che persone che sarebbero potute arrivare in maniera del tutto regolare e sicura, hanno in realtà dovuto percorrere rotte nascoste e sempre più pericolose. Di fatto, stiamo costringendo queste persone a mettere a rischio la propria vita e ad “utilizzare” la protezione internazionale come unico strumento per soggiornare regolarmente in Italia. I punti della proposta di legge su cui mi vorrei soffermare sono tre. Innanzitutto, si prevede un permesso di soggiorno temporaneo - di 12 mesi - per ricerca occupazione, per favorire l’incontro tra lavoratori stranieri e datori di lavoro italiani e per consentire a coloro che sono stati selezionati - anche attraverso intermediari e in base alle figure professionali richieste - di svolgere colloqui di lavoro.

L’attività di intermediazione verrebbe esercitata da soggetti pubblici e privati, tra quelli già indicati nella legge Biagi e nel Job’s Act, come i centri per l’impiego e le agenzie per il lavoro e a questi si aggiungerebbero i fondi interprofessionali, le camere di commercio e le organizzazioni non governative, oltre alle rappresentanze diplomatiche e consolari all’estero. Inoltre, sempre con riferimento ai canali di ingresso, la proposta di legge prevede la reintroduzione dello sponsor, che è stato eliminato dalla Bossi-Fini e che invece era previsto nella legge Turco-Napolitano. Il meccanismo dello sponsor prevede che singoli privati favoriscano l’inserimento nel mondo del lavoro del cittadino straniero, garantendo per lui risorse finanziarie adeguate e disponibilità di un alloggio per il periodo di permanenza sul territorio nazionale e agevolando quindi, in primo luogo, quanti abbiano già avuto delle esperienze lavorative in Italia o abbiano frequentato dei corsi di lingua italiana o di formazione professionale.

L’ultimo punto su cui vorrei soffermarmi è quello che ci sta più a cuore in questo momento, proprio per non tornare - se questa regolarizzazione qualche frutto potrà darlo - ad una situazione di irregolarità diffusa. La proposta di legge, infatti, prevede la regolarizzazione su base individuale degli stranieri radicati, cioè degli stranieri che si trovano in una condizione di soggiorno irregolare quando sia dimostrabile - sul modello della Spagna e della Germania - l’esistenza di un’attività lavorativa o di una proposta di contratto, oppure di comprovati legami familiari o l’assenza di legami con il Paese di origine.

Questo è un modo per svincolare il permesso di soggiorno dalla disponibilità di un contratto di lavoro; è molto importante in un momento come questo, di crisi sanitaria e sociale, ma anche di crisi occupazionale. Molte volte per le persone migranti perdere un contratto di lavoro equivale, purtroppo, a perdere una condizione di soggiorno regolare. Il permesso di soggiorno per comprovata integrazione previsto dalla proposta di legge è rinnovabile anche in caso di perdita del posto di lavoro, alle condizioni previste per il permesso di attesa occupazione.

Allo stesso modo, è prevista la possibilità di convertire il permesso di soggiorno per richiesta asilo in un permesso di soggiorno per comprovata integrazione, nel caso in cui la persona richiedente asilo abbia svolto un percorso fruttuoso di formazione e, quindi, di inserimento nel tessuto italiano. Questo in breve. La proposta di legge contiene anche altre previsioni, ugualmente importanti, ma se noi volessimo pensare a un testo condiviso da raggiungere in Commissione Affari Costituzionali, sicuramente partiremmo da questo meccanismo di regolarizzazione a regime, sempre accessibile, su base individuale, e per ragioni di comprovata integrazione.