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Il cinema di Jonas Carpignano

Spostare lo sguardo, proiettare punti di vista altri

10 maggio 2021

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Possono il cinema del piccolo e del grande schermo che vediamo in questa parte di mondo rappresentare immaginari il meno possibili etnocentrici?

Quando parliamo di luoghi e di rappresentazione dei luoghi, ancora oggi, prevalgono immagini stereotipate dell’Italia e delle sue specialità culinarie oltre che dei suoi palazzi, antichi custodi di una storia gloriosa e, se parliamo di deserto del Sahara, per esempio, luogo apparentemente lontano da noi, viene de-contestualizzato, per cui un deserto vale l’altro, e tendono/tendiamo ancora oggi ad immaginarci l’esotico e affascinante altro circoscritti all’interno di tour turistici rassicuranti e rilassanti. Si è da poco concluso il ventiseiesimo Convegno Internazionale di studi cinematografici, quest’anno dal titolo e dai temi: Migrazioni, Cittadinanze, Inclusività. Narrazioni dell’Italia plurale, tra immaginario e politiche per la diversità. Ed è proprio in questo luogo plurale, composto da interventi provenienti da diverse parti del mondo, da studiose e studiosi di varie discipline, attraverso la piattaforma del web, che si è mostrato il lavoro, le iniziative, i film, le mostre di un certo tipo di narrazione mirante a trasmettere il più possibile il reale dei luoghi e delle vite che attraversano certi luoghi.

Un intero panel è stato dedicato al lavoro del regista Carpignano. L’esordio di Jonas Carpignano, Mediterranea (2015), mostra l’Italia delle rivolte di Rosarno e di situazioni realmente vissute dall’attore protagonista che recita sé stesso: decidere di lasciare l’Africa, compiere un viaggio duro, via mare e via terra, fatto di morti e di speranze, l’attesa instabile che segna chi passa per il circuito dell’accoglienza in Italia, il lavoro nei campi e la diseguaglianza di diritti sempre presente. Mentre il suo secondo lungometraggio, A Ciambra (2017), narra della comunità rom di Gioia Tauro, di adolescenze e di reti sociali che determinano la subalternità del vivere.

Come dice bene Izabella Wódska, una delle studiose invitate al Convegno, il film fa comprendere come funziona la segregazione spaziale dei campi, in questo caso rom, ma lo stesso vale anche per i campi di persone rifugiate e migranti in Europa, non solo in Italia: vi è una separazione spaziale delle comunità che non possono o non vogliono essere viste dalla società e tale separazione riflette il non riconoscimento dell’appartenenza a quelle persone verso il territorio in cui vivono da anni oppure ci sono anche nate. È interessante notare come nel cinema di Carpignano ci sia una modalità del fare che prevede spesso lo scegliere volutamente attori non protagonisti, il frequentare lungamente i luoghi delle persone che si vogliono descrivere, narrare la morte non come atto eroico, ma come una consapevole e concreta possibilità. In altre parole, si va contro un certo tipo di narrazione che spettacolarizza la figura di chi migra, ponendola solitamente come vittima salvata eroicamente dagli italiani bianchi o come figura indistinta, senza individualità o peculiarità alcuna. Ecco, si vengono a creare così rappresentazioni cinematografiche vicine tra fiction ed etnografie.

Durante il convegno si affronta anche il tema della circolazione dei film di Carpignano e, estendendo il discorso in uno spazio più ampio, converge l’idea che c’è ancora molta strada da fare per dare e ricevere visibilità di un certo tipo di cinema. In questo caso i film di Carpignano hanno avuto una visibilità grazie a Martin Scorsese, ma ovviamente ciò non è sempre possibile. Dalle giornate del convegno emergono tante piccole realtà che ogni giorno tessono immaginari in controtendenza con i clichés di cui siamo immersi, e lo fanno riprendendosi uno spazio in un mercato difficile.