logo

Documento a cura del
Progetto Melting Pot Europa
web site: http://www.meltingpot.org

redazione@meltingpot.org

Home » Cittadinanze » Notizie, approfondimenti, interviste e appelli

Occhi indipendenti nel Mediterraneo. Il caso della Iuventa e la criminalizzazione della solidarietà

La testimonianza di Tommaso Gandini

13 maggio 2021

Tommaso Gandini è partito a bordo della Iuventa nell’estate del 2017 per documentare l’attività delle ONG nel Mediterraneo come attivista della campagna #overthefortress promossa da Melting Pot. Il 5 agosto ha assistito al sequestro della nave nel porto di Lampedusa, nel contesto delle indagini avviate dalla Procura di Trapani per il reato di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare.

Attraverso la testimonianza di Tommaso, proviamo a ricostruire il caso della Iuventa. La vicenda giudiziaria si inserisce in un quadro molto più ampio, che ci aiuta a comprendere quello che sta succedendo alle porte dell’Europa.

Assegnaci il tuo 5‰: scrivi 00994500288

«Un giorno siamo stati accerchiati da una motovedetta della Guardia Costiera libica. Eravamo in acque internazionali. Con i fucili spianati, ci hanno chiesto se avessimo dei migranti a bordo, invitandoci ad allontanarci». Tommaso Gandini si unisce all’equipaggio della nave Iuventa, della ONG tedesca Jugend Rettet, nel luglio del 2017, per documentare quello che accade nel Mediterraneo.

Qualche giorno dopo l’incontro con i libici, la Iuventa viene raggiunta da una nave della Guarda Costiera italiana. «Avevano due migranti a bordo, ci hanno chiesto di portarli in salvo in Italia. In quel momento abbiamo pensato che fosse una strana richiesta, ma abbiamo obbedito. Solitamente, l’equipaggio della Iuventa trasferiva le persone soccorse su altre navi, affinché venissero condotte in un porto sicuro. Inoltre, la Iuventa aveva la propria base a Malta, per cui non avrebbe avuto altro motivo di recarsi in Italia. Al largo di Lampedusa, abbiamo richiesto una motovedetta per trasbordare i due migranti in mare senza dover entrare nel porto. Volevamo tornare il prima possibile nella zona SAR per riprendere le operazioni di salvataggio. Ma a quanto ci è stato riferito, le imbarcazioni della Guardia Costiera erano ferme per un guasto al motore. A quel punto ci hanno ordinato di entrare nel porto.».

Era il 5 agosto 2017. La Iuventa, scortata da ben cinque imbarcazioni della Guardia costiera italiana, entra nel porto di Lampedusa per “accertamenti”. Il G.I.P. di Trapani dispone immediatamente il sequestro della nave, misura poi confermata dalla Corte di Cassazione nella pronuncia del 23 aprile 2018. La nave è tutt’ora sotto sequestro [1].

Photo credit: Moritz Richter


Lo scorso marzo la Procura di Trapani ha notificato l’avviso di conclusione delle indagini a 21 persone, membri dell’equipaggio della nave Iuventa, della Vos Hestia (Save The Children) e della Vos Prudence (Medici Senza Frontiere). Il capo d’imputazione è il reato di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare (art. 21 Testo Unico). Si tratta di una fattispecie molto ampia che punisce chiunque “promuove, dirige, organizza, finanzia o effettua il trasporto di stranieri nel territorio dello Stato ovvero compie altri atti diretti a procurarne illegalmente l’ingresso nel territorio dello Stato, ovvero di altro Stato”.

La mancata previsione dello scopo di lucro di fatto pone gli operatori umanitari sullo stesso piano dei trafficanti. I 21 indagati, per i quali ci si aspetta un rinvio a giudizio, rischiano una pena da cinque a quindici anni di reclusione e una multa di 15.000 euro (a persona), essendo il capo d’imputazione aggravato dall’aver favorito “l’ingresso o permanenza illegale nel territorio dello Stato di cinque o più persone”.

Tre sono i fatti contestati dalla Procura di Trapani. Il primo si sarebbe verificato il 10 settembre 2016, a 15 miglia circa dalle coste libiche. Secondo l’accusa, un’imbarcazione carica di migranti si sarebbe avvicinata alla Iuventa per poi allontanarsi nuovamente con due sole persone a bordo. L’unica fonte di prova è costituita dalle testimonianze di tre agenti di sicurezza, imbarcati sulla Vos Hestia. Secondo il diario di bordo della Iuventa, tre imbarcazioni si sono avvicinate alla nave quel giorno; le operazioni di salvataggio sono cominciate la mattina del 10 settembre, per concludersi nel tardo pomeriggio. Come emerge anche dai rapporti di Frontex, tutte e tre le imbarcazioni sono state incendiate al termine delle operazioni di salvataggio, proprio per impedire che fossero recuperate dai trafficanti e riportate in Libia.

Gli altri due fatti contestati dalla Procura di Trapani si sarebbero, invece, verificati entrambi il 18 giugno 2017. In questo caso la principale fonte d’accusa è un agente dei servizi segreti sotto copertura. La Procura di Trapani sostiene che una delle barche utilizzate dai migranti sarebbe poi stata trascinata da un gommone di salvataggio della Iuventa verso le coste libiche. In base ad alcune foto acquisite al fascicolo processuale, la stessa barca sarebbe stata utilizzata qualche giorno più tardi per trasportare altri migranti. In realtà, secondo lo studio condotto dal gruppo di oceanografia forense Forensic Architecture” dell’Università Goldsmiths di Londra, il gommone di salvataggio della Iuventa stava trasportando la barca verso Nord e quindi in direzione contraria alla Libia [2]. L’imbarcazione sarebbe stata allontanata perché d’intralcio alle operazioni di salvataggio.

Photo credit: Federico Sutera


L’altro episodio si sarebbe, invece, verificato qualche ora più tardi. In questo caso l’accusa si fonda su alcune comunicazioni dirette tra i membri dell’equipaggio della Iuventa e gli scafisti. Secondo l’università britannica, la presenza dei c.d. “pescatori di motori” è abbastanza frequente durante le operazioni di salvataggio. Si vedono, infatti, alcune persone rimuovere il motore dall’imbarcazione carica di migranti, allontanandosi all’arrivo della lancia Iuventa rescue. Sempre secondo i ricercatori, che hanno confrontato il video girato dalla Iuventa nella prima fase delle operazioni di salvataggio con le fotografie scattate da un giornalista freelance dalla nave Vos Hestia, i soccorritori avrebbero comunicato unicamente con i migranti. Il gesto fatto da uno degli scafisti, poco prima di allontanarsi, non era rivolto all’equipaggio della Iuventa, ma ai migranti.

Questo è un processo mediatico, con il chiaro intento, politico, di criminalizzare l’operato delle ONG. Le prove a sostegno dell’accusa sono state smentite, come dimostra lo studio condotto dall’Università di Londra. A mio parere, con l’avviso di conclusione delle indagini è iniziata una seconda fase di criminalizzazione delle ONG. Negli ultimi due anni c’è stata, infatti, un’apparente rinascita delle organizzazioni umanitarie, che con le loro navi hanno deciso di tornare in mare; ne sono anche nate di nuove (come la Resque). Evidentemente questo trend andava fermato. Oltre alla Iuventa, nel processo sono coinvolti membri dell’equipaggio di Save The Children e Medici Senza Frontiere, si tratta di organizzazioni consolidate, molto importanti da un punto di vista mediatico.”

L’inchiesta pubblicata di recente sull’editoriale “Domani” ha gettato ulteriori ombre sull’operato della Procura di Trapani. Nel corso delle indagini sono state ascoltate le conversazioni di numerosi avvocati e giornalisti (non iscritti nel registro degli indagati e, quindi, illegittimamente intercettati). Una di queste persone è Nancy Porsia, giornalista freelance, che nel 2017 è stata autrice di numerose inchieste sui crimini commessi in Libia. In reazione a questa gravissima violazione delle regole del processo penale - nonché del diritto d’informazione e della tutela delle fonti - la Ministra della Giustizia, Marta Cartabia, ha chiesto chiarimenti alla Procura di Trapani.

Il sequestro della Iuventa è avvenuto proprio nei giorni in cui l’ex Ministro dell’Interno, Marco Minniti, ha introdotto un codice di condotta per le Ong”. Il 6 luglio 2017 i Ministri della Giustizia e dell’Interno europei riuniti a Tallin accolgono con favore la proposta dell’Italia di mettere a punto un codice di condotta per le ONG che si occupano di Search and Rescue. Il codice viene presentato il 18 luglio da Minniti. Due settimane più tardi, le ONG vengono convocate al Viminale per la firma.

In un primo momento firmano soltanto Migrant Offshore Aid Station (MOAS) e Save The Children [3].

Photo credit: Iuventa-crew


Il sequestro della Iuventa ha rappresentato, senza dubbio, uno strumento di pressione. Subito dopo il sequestro, è passata l’idea che la misura fosse dovuta alla mancata sottoscrizione del codice di condotta. Da quel momento in poi, numerose ONG hanno deciso di firmare.”. Dopo MOAF e Save The Children, firmano Sea Eye (3 agosto), Proactiva Open Arms (8 agosto); SOS Méditerranée (11 agosto) e Sea Watch (14 agosto). “Il codice di condotta è stato introdotto con un chiaro intento mediatico. Esistono già delle regole a livello internazionale. La responsabilità della zona SAR italiana è della Guardia Costiera italiana e, nello specifico, dell’Italian Maritime Rescue Coordination Centre (IMRCC). Tutte le operazioni di salvataggio delle navi delle ONG vengono fatte sotto il coordinamento dell’IMRCC”.

Ma facciamo un passo indietro. Com’è cambiata negli anni la percezione del soccorso in mare?

In seguito al naufragio avvenuto al largo di Lampedusa il 3 ottobre 2013, in cui perdono la vita almeno 368 persone, il Governo italiano lancia l’operazione Mare Nostrum, con l’obiettivo di salvare vite in mare. Per un anno la Marina italiana gestisce direttamente le operazioni di search and rescue nel Mediterraneo, con enorme dispiegamento di mezzi. Una tragedia come quella del 3 ottobre non doveva più verificarsi.

A distanza di anni, possiamo dire che non è andata così. Le persone continuano a morire nel Mediterraneo, alle porte dell’Europa, in alcuni casi facendo notizia - come le oltre 130 vittime del naufragio dello scorso 21 aprile, al largo delle coste libiche - molto più spesso silenziosamente, senza che nessuno lo sappia, se non i familiari o gli amici, in attesa di una telefonata. Quello del 21 aprile è un naufragio che poteva - e doveva - essere evitato e che dimostra l’inerzia della Guardia Costiera libica e il rimpallo di responsabilità da parte delle autorità italiane e maltesi. Alarm Phone lancia l’allarme durante la mattinata, ma nessuno interviene. Quando la nave Ocean Vicking, della ONG SOS Méditerranée, occupata in altre operazioni, riesce a raggiungere - molte ore dopo - il gommone da cui è partita la segnalazione, non c’è più nulla da fare.

Il fenomeno delle navi delle ONG impegnate nelle attività di soccorso nel Mediterraneo nasce con la fine di Mare Nostrum”. Mare nostrum viene sostituita da Triton, nel 2014, e da Themis, nel 2018, entrambe operazioni gestite da Frontex, che hanno come obiettivo primario il controllo delle frontiere, piuttosto che il salvataggio in mare, oltre a un mandato geograficamente limitato. “All’inizio le attività di salvataggio venivano svolte in collaborazione con le navi della Guardia Costiera italiana. Poi le navi della Guardia Costiera sono scomparse e le ONG hanno cominciato ad essere fortemente osteggiate. Non si vogliono occhi indipendenti in quelle zone. C’è tutto l’interesse affinché scenda il buio su quella parte di Mediterraneo”. Le ONG sono, quindi, diventate “pull factors” - o più volgarmente “taxi del mare” - anche se i dati dimostrano che non vi è un nesso causale tra la presenza delle navi nel Mediterraneo e l’aumento delle partenze [4].

Photo credit: Iuventa-crew


Il 2015 è l’anno della c.d. “crisi migratoria”, con l’esodo di persone in fuga dalla guerra in Siria. La gestione dei flussi migratori diventa sempre di più una moneta di scambio nelle relazioni tra l’Europa e i Paesi terzi, con il frequente ricorso a strumenti di tipo informale, quali accordi o intese, che non vengono stipulati secondo le regole del diritto internazionale. È il caso dello Statement UE-Turchia del 2016, con il quale l’Europa ha tentato di porre un freno alle migrazioni lungo la "rotta balcanica", e del Memorandum d’intesa firmato nel febbraio 2017 tra l’Italia e il Governo libico di al-Serraj, con il fine di bloccare le partenze dalla Libia. Ma a quale prezzo? Di certo non parliamo di quello economico - per l’addestramento e l’equipaggiamento della Guardia Costiera libica - ma del costo in termini di diritti e vite umane.
Nel 2018 la Libia dichiara la creazione di una propria zona SAR (Search And Rescue) [5].

In questo modo le persone che vengono prese in carico dalla Guardia Costiera libica vengono riportate nei centri di detenzione e viene chiesto un secondo riscatto. Molto spesso i libici neppure rispondono alle chiamate di soccorso”. Le gravi violazioni dei diritti umani che si verificano all’interno dei lager libici - compresi i centri di detenzione ufficiali, ovvero quelli finanziati da Italia ed Europa - sono ampiamente documentate dalle organizzazioni internazionali e dai racconti dei migranti [6].

Alla Libia viene delegato il controllo di una porzione del Mediterraneo con l’obiettivo di fermare le partenze e di coordinare le operazioni di salvataggio nella zona SAR di competenza. Allo stesso tempo, la Libia non viene riconosciuto come un porto sicuro”. Basti pensare che la Libia non ha mai ratificato la Convenzione di Ginevra del 1951 relativa allo status di rifugiato.

Di recente in Libia si è insediato un Governo di Unità Nazionale. Il Ministro degli Esteri Luigi di Maio è stato il primo a fare visita al nuovo premier libico, Abdul Hamid Mohammed Dabaiba, a fine marzo, a cui è seguita la visita del Presidente del Consiglio, Mario Draghi, dello scorso 6 aprile.

Le sconcertanti dichiarazioni del premier Draghi (cfr. “Esprimiamo soddisfazione per quello che la Libia fa per i salvataggi. Nello stesso tempo aiutiamo e assistiamo la Libia (…) il problema delle immigrazioni per la Libia non nasce solo sulle coste libiche ma si sviluppa anche sui confini meridionali. L’Ue è stata investita del compito di aiutare il governo libico anche in quella sede. I progetti sono molti.”) vanno in direzione di un rilancio del partenariato tra l’Italia e la Libia, in campo progettuale, energetico, sanitario, culturale e, ovviamente, migratorio - proprio nel momento in cui il Parlamento italiano è chiamato a pronunciarsi sul rifinanziamento del Memorandum. Senza dubbio, il rinnovato partenariato si inserisce nel solco del processo europeo di esternalizzazione delle frontiere, che ha subito un’accelerazione con l’annuncio del Migration Plan da parte della Commissione europea lo scorso settembre.

Nel frattempo, continua l’opera di criminalizzazione delle ONG e, più in generale, della solidarietà. Dal 2016 le Procure italiane hanno aperto sedici inchieste sulle ONG. A febbraio è stata perquisita la sede dell’organizzazione di volontariato Linea d’Ombra di Trieste nel corso di indagini per il reato di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare; perquisizione che si è conclusa con il sequestro delle apparecchiature telefoniche e dei libri contabili dell’associazione. Lo abbiamo visto un anno fa con la politica dei “porti chiusi” praticata dall’ex Ministro dell’Interno Matteo Salvini - il quale è attualmente imputato per rifiuto d’atti d’ufficio e sequestro di persona nel processo “Open Arms”.

Il discorso pubblico utilizza un linguaggio ricorrente. Si parla di sbarchi, di presunte collusioni tra le navi delle ONG e gli scafisti, di lotta all’immigrazione irregolare come sinonimo di lotta ai trafficanti. Ma non si parla mai del perché le persone che partono dalle coste libiche sono costrette a mettere a rischio la propria vita affrontando viaggi tanto pericolosi. Ad esempio, non si parla mai del fatto che non esistono canali legali d’ingresso in Europa per presentare domanda di protezione internazionale.

Un richiedente asilo non può entrare in Europa con un visto, può farlo solo avventurandosi lungo rotte pericolose che, prima di lui - o prima di lei, migliaia di altre persone hanno già percorso, alcune vi hanno perso la vita. Tutto questo l’Europa lo sa. Quel tratto del Mediterraneo è la nostra più grande vergogna. Per questo motivo vogliono che cali il buio.

Photo credit: Keny Karpov