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I CPR durante la pandemia: condizioni di vita insopportabili, isolamento e negazione dei diritti

Intervista alla rete Mai più lager - NO ai CPR

27 maggio 2021

L’intervista alla rete "Mai più lager - NO ai CPR" è stata realizzata da Carla Congiu di Radio Melting Pot qualche settimana prima della morte di Musa Balde, il ragazzo di 23 anni abbandonato nel Centro di Permanenza per il Rimpatrio di Torino dopo essere stato vittima di un brutale pestaggio a Ventimiglia.
Proprio domani, venerdì 28 maggio, la rete promuove a Milano una manifestazione per la chiusura di tutti i CPR: "Musa Balde, 23 anni: un’altra morte di Stato". L’appuntamento è alle 18 in piazza San Babila (evento FB).

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In questi mesi di pandemia, il tema delle persone trattenute nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR), è quasi del tutto sparito dalle cronache dei media mainstream. Per richiamarci al titolo del dossier “Non ci guarda più nessuno. Detenzione migrante e Covid-19 in Italia” [1], pubblicato da Border Criminologies, il corpo della persona migrante sembra scomparire, o meglio esiste solo nella misura in cui deve essere identificato...

Sicuramente durante la pandemia c’è stato un generale "si salvi chi può", quindi il tema delle persone che già prima erano ai margini della narrazione, oltre che della società, è rimasto per forza di cose ancora più relegato in fondo alle agende politiche e fuori fuoco rispetto ai discorsi comuni.
Ancora adesso, nonostante sia trascorso un anno, quando si parla di campagna vaccinale, ad esempio, cioè di una questione a dir poco vitale, quello delle persone migranti irregolari è un argomento ancora tabù, e che comincia ad essere posto solo da parte di alcune associazioni specializzate nella tutela dei diritti di tali persone.

Eppure, durante la pandemia la condizione delle persone irregolari è stato un problema davvero enorme, rimasto sommerso. Solo per fare un esempio, mi viene in mente il caso di una ragazza senza permesso che, da che svolgeva mansioni di colf, è stata messa forzatamente di punto in bianco ad accudire giorno e notte, durante il primo lockdown, una persona molto anziana di casa, lasciata sola da tutti i familiari quando è risultata Covid positiva. Aveva chiesto aiuto per le minacce ricevute dalla figlia della signora, di denunciarla per la sua clandestinità nel momento in cui avesse smesso di occuparsi dell’anziana. La ragazza aveva a sua volta una figlia piccola che aveva quindi dovuto lasciare sola per diversi giorni a casa, affidata ad una vicina semisconosciuta: il timore di tornare a casa attraversando la città deserta in piena prima zona rossa le veniva legittimamente non tanto dalle minacce ricevute, ma anche dal rischio di essere fermata ed essere richiesta di esibire i documenti che non aveva, con conseguente rischio di essere espulsa.

In sostanza, il ricatto cui si era e si è da sempre sottoposti e sottoposte in ragione della clandestinità, con la pandemia si è fatto più pesante a causa dei più serrati controlli, con conseguente aggravamento dello sfruttamento lavorativo. Il tutto si è sommato alla totale mancanza di assistenza sanitaria (in assenza di iscrizione al SSN, non essendo titolare di permesso) in una fase in cui anche l’accesso al pronto soccorso - l’unica struttura accessibile dalle persone irregolarmente soggiornanti - era sconsigliato e fortemente limitato.
Sta di fatto che la pandemia ha solo fatto esplodere le contraddizioni di sempre: ci piace credere che ciò possa contribuire ad affrontare una volta per tutte il problema, e a sovvertire completamente le politiche italiane in maniera di immigrazione: problema che come rete Mai più Lager continueremo a porre. Anche perché soluzioni parziali e fallimentari come quelle della sanatoria 2020 sono la classica ed ennesima toppa che è peggio del buco, quando sarebbe davvero l’ora di comprare un vestito totalmente nuovo.

Venendo al punto, c’è però una categoria di persone migranti che è stata la più dimenticata tra i dimenticati e la più nascosta tra le nascoste: quella delle persone rinchiuse nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio, già CIE e ancora prima CPT. Parliamo della detenzione amministrativa delle persone migranti solo in quanto prive di permesso di soggiorno, ovvero di un carcere per persone innocenti, con ancora meno garanzie, tutele e servizi del carcere penale.
I CPR sono l’esempio più eclatante, in quanto epilogo, prima alienante e poi espulsivo, del tragitto cui è costretta la persona migrante che osa tentare e riuscire a varcare le porte della fortezza Europa. L’emblema del sistema repressivo sul quale poggiano le politiche italiane ed europee in materia di immigrazione, volte alla demonizzazione del migrante economico e al progressivo svuotamento del diritto di asilo.
E molto, troppo spesso, i CPR sono anche i luoghi in cui vengono internati i soggetti che, pur non appartenendo al flusso delle persone appena sbarcate da rimpatriare al più presto, sono altrettanto fastidiosi alla vista della società civile e scomodi da gestire, in quanto, oltre che privi di permesso e di diritti e di cure, sono psicologicamente fragili, malati, senzatetto, senza un ruolo sociale se non quello esserne il rifiuto. Così si legge anche nella relazione annuale del Garante nazionale, del 12 aprile 2021, molto significativamente: ”la detenzione amministrativa assume nella prassi prevalentemente i tratti di un meccanismo di marginalismo sociale, continua sottrazione allo sguardo della collettività di persona che l’autorità non intende includere che al tempo stesso non riescono nemmeno ad allontanare”.

Ed infatti, anche al di là di questo momento storico, la questione delle persone migranti trattenute all’interno dei CPR è stato volutamente sempre insabbiata e tenuta coperta da un silenzio imbarazzante.

 
E ciò è accaduto già prima, quando il CPR serviva più come dimostrazione di forza muscolare dello Stato e deterrente nei confronti della "clandestinità" presente sul territorio, che da struttura effettivamente operativa (atteso sia lo scarso numero di persone in concreto espatriate dopo il trattenimento, sia la proporzione tutto sommato ridotta di persone prive di permesso che finivano nel CPR). Ma accade soprattutto ora, dopo che alla funzione di cui sopra se n’è aggiunta una nuova, a partire dalla seconda metà del 2020.
Questo è intervenuto in corrispondenza con la firma dei trattati Italia - Tunisia del luglio 2020, ad opera della Ministra Lamorgese, che ha agevolato il rimpatrio delle persone di nazionalità tunisina, tanto da consentire di innescare un circolo vizioso che vede le fasi di entrata e di uscita (sbarco - nave quarantena - espulsione diretta o trasferimento in CPR - espulsione dal CPR) svolgersi anche nel giro di un solo mese.

Questo ha finito per rendere ancora più invisibile il problema della detenzione amministrativa delle persone migranti innocenti, e più invisibili le persone all’interno di queste strutture.
Le rapide tempistiche e il silenzio nel quale tutto si volge sembrano infatti aver reso tutto più digeribile all’opinione pubblica; e a ciò si aggiunge la difficoltà data dal fatto che il passaggio è così rapido che risulta assai complicato instaurare collegamenti stabili con l’interno per attivisti e attiviste che intenderebbero monitorare quanto vi accade per eventualmente denunciarlo; al contempo è diventata un’impresa assai ardua anche per chi è trattenuto realizzare in pochi giorni dove ci si trova, perchè vi ci si trova, ed individuare riferimenti per ricevere solidarietà dall’esterno o anche solo assistenza legale gratuita o informazioni su quanto gli sta accadendo: quando ciò accade è già tempo di essere deportati.

A tale strutturale invisibilità si affianca il silenzio più totale da parte delle istituzioni e della stampa sul tema. Quanto alla città di Milano, abbiamo registrato il silenzio totale da parte dell’amministrazione milanese. Il Sindaco non si è mai affermato contrario, e ha anzi espressamente dichiarato di non contestare la decisione dell’apertura di un CPR a Milano. L’ultima delibera del consiglio comunale in tema risale alla fine del 2018, quando il CPR ancora non aveva aperto e si contestava la decisione di Salvini di scegliere Milano come sede per un CPR , che il predecessore al Viminale, Minniti, aveva deciso dovesse essere presente in ogni regione. Caduto Salvini, con il PD al governo, o comunque sullo scranno del Ministero dell’Interno, si è improvvisamente dissolto nel nulla qualsiasi interesse a contestare o anche solo parlare di CPR. E’ così che, a distanza di quasi 8 mesi dall’apertura, e nonostante le plurime violazioni che abbiamo denunciato, l’amministrazione non ha ancora proferito parola su questa vergogna sita sul suo territorio comunale. Nè vi è speranza che ciò accadrà con l’avvicinarsi delle elezioni comunali del prossimo autunno.

Cinque persone sono morte in circostanze poco chiare negli ultimi due anni nei Centri di Permanenza per i Rimpatri. E’ quanto sottolinea il rapporto del Garante Mauro Palma del 12 aprile 2021 [2], al quale il ministero ha risposto [3] che saranno adottate iniziative per un “miglioramento delle condizioni di vivibilità e rispetto dei diritti umani”.
Dal vostro osservatorio e lavoro di monitoraggio è cambiato qualcosa? Ci puoi raccontare come sono stati questi mesi?

 
Per quanto ci risulta, la condizione dei trattenuti all’interno dei CPR non è assolutamente cambiata rispetto agli anni precedenti. Anzi, proprio perché la durata del trattenimento si è notevolmente ridotta, si sono ridotti anche i tempi necessari perché la persona riesca a prendere coscienza, o meglio ad essere informata, dei propri diritti. 
Nel corso della sua audizione in commissione, nell’autunno 2020, in sede di conversione in legge del decreto dalla stessa firmato, la ministra Lamorgese ha chiaramente annunciato che l’obiettivo era quello di istituire molti più CPR, perché non ve ne sono a sufficienza rispetto al numero di sbarchi, indicando il modello ideale in quello, utopico, "a porte girevoli". E infatti, come detto, già si è sulla "buona" strada: dopo l’accordo Italia - Tunisia del luglio 2020 a firma della stessa Ministra, i tunisini non hanno neanche il tempo di arrivare, che sono già stati rimpatriati senza ricevere un’informazione legale, senza assistenza, privati del telefono con cui procurarsele. 

In alcuni CPR, e in particolare in quello di Milano, i telefoni cellulari, del tutto illegittimamente (come anche statuito da una recente ordinanza del Tribunale), vengono requisiti, mentre i telefoni fissi che dovrebbero essere per legge in numero di almeno 1 ogni 15 trattenuti, sono comparsi dopo 5 mesi. Ora sono comparse alcune cabine, ma che ci dicono non essere funzionanti; in ogni caso, il loro utilizzo è a pagamento e quindi nei fatti restano inaccessibili per i trattenuti, considerato che il pocket money dei trattenuti è pari a 5 euro ogni due giorni, con cui devono anche comprarsi da fumare (unico "svago" ammesso oltre alla partita di pallone: neppure la lettura è consentita) e da mangiare tra un pasto e l’altro (sempre più spesso di cibo scaduto anche da più giorni).

Venendo più da vicino alla condizione di chi è trattenuto nei CPR in Italia, sinceramente non ci sono stati dei progressi, assolutamente. La situazione si è anzi cronicizzata, prevedendo in via ordinaria (del tutto illegittimamente) la permanenza di soggetti fragili psicologicamente, tossicodipendenti, di persone con ferite sanguinanti che necessiterebbero di interventi chirurgici, o che magari hanno arti spezzati non guariti. Il tutto, in alcuni casi, come ad esempio a Milano, senza che vi sia neppure la convenzione con l’ATS, e quindi con il SERD, previste dal Regolamento CIE 2014. Insomma, se ne vedono davvero di tutti i colori sotto questo punto di vista ed il tutto accade in una situazione di trascuratezza igienica inimmaginabile.

Gli atti di autolesionismo sono poi praticamente quotidiani e per quanto riguarda Milano abbiamo avuto testimonianze del fatto che i campanelli di allarme, almeno per un periodo, non sono stati in funzione: pur esistenti, venivano staccati perché non si disturbassero eccessivamente operatori e forze dell’ordine. Analogamente accade quando i trattenuti cercano di richiamare l’attenzione attraverso il citofono presente in ciascun settore (chiuso da porte blindate), in caso di emergenze: possono trascorrere ore prima che qualcuno risponda. 
Quindi questa è la situazione generale, nel CPR di Milano, ma si tratta di notizie che è davvero difficilissimo reperire, in un contesto decisamente costruito perché sia impedito il monitoraggio di quanto accade.

Anzi, nel corso dell’ultimo anno l’avvento della pandemia è stato proprio preso a pretesto per rendere ancora più difficoltose se non interrompere del tutto le comunicazioni con l’esterno. Ci sono state anche alcuni circolari che, motivando con il rischio di contagio, hanno disposto che non potessero essere detenuti nelle celle telefoni cellulari. Lo stesso obiettivo è stato perseguito e raggiunto anche con altre circolari che hanno invece preso come pretesto la tutela della riservatezza delle persone e hanno vietato il possesso di smartphone con videocamere. Ovviamente il tutto è invece volto ad evitare che si effettuino fotografie o video dei luoghi, che potrebbero rappresentare pericolose testimonianze. 

A questo risultato si è giunti nell’ultimo anno: prima, ad esempio nel CPR di Torino, c’era la possibilità di tenere con sé il telefono cellulare, seppure con la videocamera rotta, dal momento che appena entrato venivi richiesto di distruggerla da te. Nel CPR di Gradisca d’Isonzo, per un certo periodo almeno, gli smartphone erano consentiti, il che ha permesso di trasmettere al di fuori alcuni video che hanno consentito di documentare il degrado, le umiliazioni, i tentativi di suicidio. A sud gli smartphone venivano sequestrati, ma a fronte della possibilità di prendere a noleggio dei cellulari antiquati non "smart", con i quali almeno potevi parlare con i difensori e con i tuoi cari liberamente.

Quello che è successo appunto nell’ultimo periodo in molti CPR d’Italia è stato invece il sequestro sistematico dei cellulari all’ingresso: per quanto ci riguarda più da vicino in città, solo lo scorso aprile c’è stata un’ordinanza del Tribunale di Milano che, a fronte di un ricorso che chiedeva di consentire il libero utilizzo del proprio cellulare con la sua definitiva restituzione al titolare, ha disposto che a richiesta esso potesse essere reso ma per la singola telefonata, da farsi sotto sorveglianza, per soli pochi minuti. Questo provvedimento, alquanto deludente, è stato poi applicato in maniera a dir poco restrittiva e in maniera tale che il gestore abbia la totale discrezionalità su chi e quando possa accedere al proprio telefonino. A ciò si aggiunga che in media ci sono 1 o 2 operatori al giorno per 56 persone, ai quali quindi tocca andare a prendere il telefono, consegnarlo e riportarlo (in aggiunta a tutte le altre incombenze ordinarie) ed ecco fatto che in sostanza il tuo turno per telefonare non arriva mai e comunque non arriva quando dici tu.

Questo vuol dire che c’è stata in sostanza un’interruzione, ma molto importante, dei contatti anche tra attivisti/e e le persone che stanno all’interno, ed anche tra legali e le persone all’interno.

Il colmo di tutto questo è stato quando nel corso dell’autunno dell’anno scorso nel CPR c’è stato un caso di contagio Covid in conseguenza del quale sono stati interrotti tutti colloqui di tutte le persone all’interno del CPR (in questo momento sta accadendo lo stesso, per inciso, seppure forse solo per un settore): circa cinquanta persone per circa due settimane non hanno potuto mettersi in contatto con i propri legali e sono state impossibilitate di fatto a farlo anche telefonicamente, considerato che in media gli avvocati non parlano arabo e non vi erano mediatori culturali professionali nel CPR. Questo ha comportato una gravissima compromissione del diritto di difesa, come anche ha anche pertanto determinato l’illegittimità del trattenimento: noi, ma anche la Camera Penale e associazioni varie abbiamo denunciato pubblicamente la cosa che è emersa anche sulla stampa, ma ancora una volta senza nessuna conseguenza. La cosa più atroce è che in quel periodo erano presenti nel CPR anche circa otto minori, che per legge assolutamente non vi possono stare, neppure nelle fasi dell’accertamento della loro età, ove questa sia in dubbio. 

Con questa situazione di sostanziale isolamento, un contatto che consenta di sapere quel che accade all’interno del CPR, per attivarsi per le vie legali e per denunciarlo all’opinione pubblica, è quindi sempre più difficile: le fonti sono essenzialmente avvocati, e parenti o conoscenti dei trattenuti, quando chi è dentro ha la fortuna di avere qualcuno che sappia a chi rivolgersi o si imbatta nella nostra pagina Facebook. Ogni tanto a comunicarcelo sono invece, ex post, i diretti interessati una volta tornati al paese di origine (dove spesso al rientro gli capita di essere arrestato per alcuni giorni): ma tante volte, comprensibilmente, non hanno neanche voglia di riparlarne.

 
Il 24 aprile avete promosso insieme ad altre realtà una giornata di mobilitazione diffusa contro quelli che definite come moderni “lager di Stato” e contro gli altri strumenti di repressione, respingimento e deportazione delle persone migranti. Ci puoi fare una valutazione della giornata e quali sono le prerogative di questa “rete” diffusa in tutta Italia?

Quando il lockdown ci ha costretto a sospendere le riunioni in presenza, che da sempre noi teniamo ogni settimana, il martedì sera, abbiamo deciso di fare di necessità virtù e ne abbiamo approfittato per non connetterci più online non solo tra noi, realtà della rete in gran parte attive a Milano sul tema immigrazione, e cominciare invece a stabilire un contatto periodico con le altre realtà affini con le quali già avevamo qualche rapporto in altre città d’Italia, chiedendo poi alle stesse di chiamarne a loro volta ancora altre, in particolare rivolgendosi ai soggetti più attivi nella lotta contro i CPR, ma non solo.

Infatti, quello che abbiamo voluto evidenziare con questa prima giornata di mobilitazione diffusa sul territorio italiano, è che i CPR, in quanto luogo finale, espulsivo, di ultimo passaggio delle persone migranti nel nostro Paese, sono solo un simbolo. In sostanza sono il simbolo di politiche ultraventennali in materia di immigrazione italiane ed europee, assolutamente miopi, ipocrite, respingenti, nei fatti xenofobe, irrispettose della dignità e della libertà - che dovrebbe essere a nostro avviso riconosciuta a ciascuno - di vivere la propria vita dove questa possa essere vissuta al meglio, indipendentemente dalla propria nazionalità.

Materia di immigrazione che sempre più spesso, con il pretestuoso accostamento a quella della sicurezza, sempre più spesso si rivela il banco di prova di della compressione di diritti basilari la cui lesione – quando “sdoganata” nei confronti delle persone migranti – costituisce un pericolosissimo precedente in grado di aprire una breccia in principi fondamentali del nostro ordinamento che riguardano tutte e tutti. Già l’istituto della detenzione amministrativa di per sé – ovvero la privazione della libertà personale in assenza di reato – andrebbe ad esempio abolito anche solo per questo motivo di salvaguardia complessiva di diritti fondamentali.

Alla fine c’è il CPR”, quindi – questo il nome che abbiamo scelto per la giornata di mobilitazione, che per forza di cose, non potendo essere collettiva, ha dovuto essere diffusa, cioè coordinata in contemporanea su più città – ha preso spunto da una frase di Primo Levi (“C’è ancora un fascismo, non necessariamente identico a quello del passato. C’è un nuovo verbo: non siamo tutti uguali, non tutti abbiamo gli stessi diritti. Dove questo verbo attecchisce, alla fine c’è il Lager.”), con la quale abbiamo voluto evocare anche il concetto che dietro l’orrore del CPR esiste un’intera “filiera” che lì conduce, che parte dai trattati milionari con i dittatori affinché trattengano ad ogni costo, anche in veri e propri lager, chi vorrebbe osare varcare i confini della Fortezza Europa, e passando dai respingimenti alla frontiera sulla rotta balcanica a suon di botte, e dalla criminalizzazione delle ong e della solidarietà, finisce nella fatiscenza degli hotspot, e quindi appunto nel CPR o – in alternativa – nel buco nero dell’invisibilità dei “clandestini” sul territorio.

Volutamente, la data della mobilitazione era stata ricercata tra la mobilitazione sulla frontiera del nordest prevista per il 17 aprile e la giornata della Liberazione, non a caso.
E’ così che con il lavoro di molti mesi si è riusciti a mettere insieme attiviste e attivisti di Catania, Brindisi, Milano, Roma, Macomer, Gradisca, Torino, solo per dire delle principali città, superando distanze fisiche e spesso anche di vedute e modalità di azione, fermo l’obiettivo comune.

La cosa ha dato i suoi frutti perché la mobilitazione ha visto una discreta partecipazione ed ha consentito di porre l’argomento all’attenzione di molti, sia in loco sia poi sui social o sulla stampa dove sono state riprese le immagini della giornata e le sue parole chiave.
Su alcune piazze si è andati poi anche oltre le aspettative, come a Roma, dove, partite dal piccolo presidio che avevano organizzato, le realtà coinvolte sono riuscite ad ottenere un accesso a sorpresa nel CPR di Ponte Galeria grazie alla collaborazione di un parlamentare che si è reso disponibile ad entrare con Yasmine Accardo di LasciateCIEntrare (che con la sua competenza e tenacia è in grado di rivoltare un CPR come un calzino): accesso del quale le risultanze non sono ancora pubbliche ma che, da quanto ne sappiamo, ha portato alla luce non pochi e non poco gravi abusi ora all’attenzione di chi di dovere. Esperienza che ci auguriamo di replicare al più presto.
A Brindisi invece c’è stata una sorprendente risposta anche della comunità africana; a Catania la protesta è stata organizzata davanti alla sede di Frontex, con collegamento telefonico poi su Milano e Roma. A Gradisca sono stati esposti diversi striscioni provocatori nel centro città, e a Milano abbiamo rappresentato un “gioco dell’oca sulla pelle delle persone migranti” con un grande dado in mano al mostro a tre teste del Viminale (Minniti – Salvini - Lamorgese) sottobraccio all’europea Ursula, artefici del destino del “fortunato” salvatosi dalla traversata del Mediterraneo o dalla rotta balcanica, che a seconda poteva finire in pasto allo sfruttamento lavorativo che non gli avrebbe consentito di regolarizzarsi, o alle prese con le scartoffie dei burocrati che avrebbero esaminato e respinto la sua richiesta di protezione internazionale, o nella clandestinità degli invisibili. Il tutto con l’incombente pericolo di ritrovarsi, “alla fine”, nel CPR.

Ora, rodata la collaborazione, siamo già al lavoro per studiare altre iniziative di mobilitazione, divulgazione e denuncia, che ci vedano lavorare insieme e scambiarci informazioni. Perché non è da trascurare neppure questo lato della relazione, ovvero l’opportunità di scambio di informazioni di quel che accade nei vari CPR, non solo per “seguire” i tanti trasferimenti “punitivi” da un CPR all’altro delle persone più radicate sul territorio, ma anche per verificare l’instaurazione di cattive prassi comuni che possano lasciare intravedere a monte un disegno comune, come appunto è accaduto con la limitazione delle comunicazioni con l’esterno.
Tra gli scopi primari resta comunque quello di cercare di fare informazione, o meglio controinformazione, e di accendere i riflettori sui CPR e quanto c’è dietro: un argomento sul quale da sempre pesa un silenzio assordante, che si porta con sé una estrema (e ricercata) ignoranza ad ogni livello. Di qui l’importanza di riattivare i territori anche dal punto di vista dell’informazione, prima ancora che della mobilitazione, che può venire solo a seguire. Non a caso la nostra rete, che ha organizzato diversi incontri pubblici, non ha mai smesso di ricercare occasioni di divulgazione nelle scuole – dalle medie all’università - un’attività che ci impegna particolarmente e ci dà parecchie soddisfazioni.

Perché si torna sempre lì: abbattere il silenzio è condizione necessaria perché si arrivi alla consapevolezza generalizzata dei gravi abusi e delle forzature legali che stanno dentro e dietro al CPR, e un giorno, magari, si giunga ad un sovvertimento delle politiche e delle false narrazioni sulle quali poggia. Il punto è proprio che tale silenzio non è accidentale, ma ricercato e voluto: ogni notizia in più che circola – tra dentro e fuori il CPR, tra attivisti e attiviste, tra attivist* e società civile - è una piccola conquista che va nella direzione giusta.