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Le navi quarantena: violazioni e criticità di una misura che rischia di essere normalizzata

Intervista ad Annapaola Ammirati e Sami Aidoudi sul report "Diritti in rotta"

11 giugno 2021

Abbiamo intervistato Annapaola Ammirati (operatrice legale) e Sami Aidoudi (operatore legale e mediatore) del progetto “In Limine” di ASGI, per parlare del Rapporto “Diritti in rotta. L’esperimento delle navi quarantena e i principali profili di criticità". [1] Il Rapporto è stato pubblicato ad aprile ed è curato appunto da ASGI e dalla Clinica legale per i Diritti Umani dell’Università di Palermo.

L’intervista è stata realizzata per la trasmissione di Radio Melting Pot del 3 maggio.


Dalla lettura del Rapporto “Diritti in Rotta” emerge subito l’impatto che l’emergenza sanitaria ha avuto sulle operazioni di soccorso in mare e di accoglienza. Sono evidenti le modifiche che hanno subito le procedure di sbarco e di accoglienza dei migranti che arrivano via mare nel nostro Paese. L’attenzione è concentrata in particolare sull’utilizzo delle c.d. “navi quarantena”. Possiamo spiegare di cosa si tratta e come funzionano?

(Sami Aidoudi) Le navi quarantena sono state messe in attività con il Decreto n. 1287 del 12.04.2020 della Protezione civile con il quale veniva affidato al Dipartimento delle libertà civili e dell’immigrazione del Ministero dell’Interno il ruolo di soggetto attuatore relativamente alla gestione delle procedure legate all’isolamento fiduciario e alla quarantena dei cittadini stranieri soccorsi o arrivati autonomamente via mare. Sulla base di questo decreto il ministero dell’interno, può avvalersi dell’assistenza operativa della Croce Rossa Italiana per gestire dette navi. Sono uno strumento pensato e creato nel periodo di pandemia in stretta connessione con la dichiarazione, all’inizio del mese di aprile del 2020 dei porti italiani come “non sicuri” per le persone soccorse fuori dalla SAR italiana da navi battenti bandiera straniera. La prima sperimentazione si è avuta con i traghetti Rubattino e Moby Zaza di proprietà della Compagnia Italiana Navigazione ma nel corso del tempo il loro numero è aumentato e varia a seconda delle esigenze.

(Annapaola Ammirati) Negli ultimi avvisi pubblicati dal Ministero delle infrastrutture e dei trasporti per l’aggiornamento dell’elenco delle unità navali si prevede la possibilità di utilizzare le navi quarantena non solo per “ospitare” le persone soccorse in mare o chi sbarca autonomamente sul territorio italiano, ma anche per chi arriva dalla frontiera terrestre. Con il Report abbiamo provato a restituire le maggiori violazioni osservate nel corso di un anno attraverso le interviste effettuate e l’assistenza legale fornita a persone che sono transitate su queste navi, perché riteniamo che vada messa collettivamente in discussione la legittimità delle procedure attuate in frontiera durante il periodo di emergenza sanitaria.
Per capire il meccanismo di cui parliamo nel Report occorre comprendere concretamente cosa succede alle persone che giungono via mare in Italia nelle fasi immediatamente successive all’arrivo.
Generalmente si tratta di persone che arrivano a Lampedusa, che vengono condotte all’interno degli hotspot dove vengono eseguite le procedure di identificazione e di determinazione della condizione giuridica e che poi vengono trasferite coattivamente e collettivamente nei luoghi destinati alla sorveglianza sanitaria, nello specifico appunto le navi quarantena, che sono diventate la modalità ordinaria di gestione degli arrivi. Quindi, introdotte come una misura eccezionale e sussidiaria sono diventate una misura ordinaria. Le navi sono in rada e nella maggior parte dei casi fanno spola tra i diversi porti siciliani.
Si è creato così un meccanismo di restrizione all’accesso ai diritti, all’accesso al territorio basato su una misura di confinamento e sul ritardo, nella migliore delle ipotesi, se non la totale esclusione nell’accesso a tutta una serie di diritti (dal diritto di asilo al diritto alla libertà personale, dal diritto all’informazione al diritto alla salute, in un quadro caratterizzato da carenze sistemiche).


Da più parti è stato sottolineato come il sistema delle navi quarantena contenga al suo interno delle evidenti criticità soprattutto rispetto alle violazioni dei diritti, ma non solo. Quali criticità avete riscontrato concretamente durante il vostro periodo di studio?

(Annapaola Ammirati) Innanzitutto vi è il tema relativo all’accesso a tutta una serie di servizi anche relativi alla tutela sanitaria delle persone che sono a bordo delle navi. In particolare va ricordato che la Croce Rossa Italiana ha il compito di fornire assistenza operativa sulla base di una apposita convenzione che prevede servizi di assistenza psicologica, di assistenza alle donne vittime di violenza o di tratta, ecc. Nonostante questa convenzione, quello che è emerso dalla nostra indagine è che l’accesso alle cure non è così scontato, così diretto, così immediato. Non è possibile garantire lo stesso livello di assistenza sanitaria che potrebbe garantirsi a terra anche relativamente all’individuazione di diverse patologie e vulnerabilità, anche psicologiche.

(Sami Aidoudi) Quello che abbiamo rilevato dalle diverse testimonianze raccolte da persone transitate sulle navi quarantena è anche una mancanza di informazioni. Le persone sulle navi non venivano neppure informate della presenza di un medico a bordo. Inoltre, la maggior parte di queste persone hanno riferito di disturbi anche fisici legati alla permanenza in mare per 14 (quattordici) giorni.
Le testimonianze raccolte ci hanno permesso di constatare la mancanza di mezzi materiali per assistere le persone rispetto alle problematiche più emergenziali. La mancanza di adeguata assistenza sanitaria sulle navi è documentata anche dalla tragica morte di due ragazzi minorenni.
Mancanze evidenti sono emerse ancora rispetto all’assistenza legale che nel periodo di monitoraggio cui fa riferimento il report è risultata totalmente assente sulle navi quarantena. Persone trattenute per 14 giorni sulle navi senza avere nessuna consapevolezza della possibilità di accedere al diritto di asilo, di cosa accadrà dopo, se e quando potranno sbarcare, a cosa andranno incontro dopo lo sbarco. Una condizione devastante da un punto di vista psicologico che ha condotto diversi finanche a cercare la fuga gettandosi in mare. Tentativi finiti con esiti drammatici.


Il problema dei minori stranieri non accompagnati è uno dei temi trattati all’interno del Rapporto in maniera specifica. Quale condizione vivono i minori stranieri non accompagnati a bordo delle navi quarantena?

(Annapaola Ammirati) Occorre fare una premessa. Nella fase iniziale della procedura che ha previsto l’utilizzo delle navi quarantena, le informazioni erano veramente poche. Pertanto, quello che abbiamo potuto rilevare è che almeno in un primo momento era previsto il collocamento dei minori stranieri non accompagnati sulle navi quarantena per lo svolgimento della sorveglianza sanitaria. Una soluzione che non garantiva l’attuazione di tutte le tutele inderogabili che sono previste per le esigenze della minore età. Appunto come è stato analizzato nel Report degli studenti della Legal Clinic della Università di Palermo, fino a quando non è finalmente intervenuto il Ministro per chiarire che i minori non accompagnati non fossero condotti a bordo delle navi quarantena, c’è stata una forte compromissione dei diritti loro spettanti.
In generale sicuramente ci sono state una serie di criticità legate alla particolare fragilità data dalla condizione dei minori non accompagnati. Una condizione di isolamento, di violazione delle libertà personale, una condizione caratterizzata dalla mancanza di misure specifiche di assistenza e di tutela della fragilità dei minori. A questo si sommano i ritardi nell’espletamento di una serie di procedure, come la comunicazione alle autorità giudiziarie minorili che avveniva solamente dopo lo sbarco dalle navi quarantena. Tutto questo fino a quando il Tribunale per i Minorenni di Palermo non è intervenuto rappresentando alle Prefettura competenti la necessità di segnalare alla Procura Minorile la presenza di minori per la nomina di un tutore “senza attendere la conclusione della quarantena”.
Naturalmente, però, almeno fino ad ottobre del 2020 quello che abbiamo potuto registrate è appunto una compromissione dei diritti in ragione delle procedure che prevedevano il trattenimento sulle navi quarantene anche dei minori stranieri non accompagnati.
Ciò che è importante sottolineare, ad ogni modo, è che, ancora oggi, le procedure seguite seguono il cosiddetto modello hotspot e questo modello pregiudica molti diritti dei minori non accompagnati e determina anche gravi errori nella fase di identificazione. Molti minori vengono infatti identificati come adulti e posti comunque sulle navi quarantena e poi sottoposti alle procedure di allontanamento. Quindi, nonostante l’intervento del Ministro dell’Interno, ancora oggi vi sono delle evidenti violazioni dei diritti dei minori stranieri non accompagnati che giungono in Italia via mare.

Lo strumento delle navi quarantena si inserisce nel nostro sistema come una misura eccezionale. Alla luce di quanto osservato può ancora essere considerata una misura eccezionale o è più giusto considerarla come una di quelle misure che rientrano a pieno titolo nella tendenza diffusa nel nostro ordinamento politico e giuridico di limitare le libertà personali dei migranti?

(Annapaola Ammirati) Introdotta come misura eccezionale, quella delle navi quarantena è sicuramente una misura che si pone in continuità con tutta una serie di politiche e pratiche digestione dei flussi migratori. E’ una misura che esaspera gli approcci che mirano a limitare i diritti dei migranti attraverso detenzioni arbitrarie, restrizioni al diritto di asilo, al diritto di accesso al territorio e semplicemente alle informazioni. Quindi si tratta di una misura che si pone in continuità con le politiche migratorie ma che, allo stesso tempo, rappresenta un precedente pericoloso, nel senso che rischia di comportare ulteriori deroghe a quelle che sono le libertà garantite a livello costituzionale e internazionale. Un precedente su cui bisogna fare particolare attenzione affinché non diventi una procedura ordinaria o comunque rappresenti l’apripista per ulteriori dispositivi di contenimento dei flussi in senso restrittivo e securitario come è accaduto già con l’approccio hotspot.