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Grecia, la fine dell’asilo

Reportage dall’apartheid greca

30 luglio 2021

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Atene - Il 10 luglio Hamid, un ragazzo afghano di 22 anni, si è suicidato nel campo di Schisto, vicino ad Atene, impiccandosi dentro al container in cui alloggiava. Non si tratta di un caso isolato. Pochi mesi fa, il 29 marzo, un ragazzo curdo di 24 anni si era tolto la vita nel centro di detenzione pre-rimpatrio di Corinto, dopo aver appreso la notizia del prolungamento della sua prigionia, che durava già da 17 mesi. Sempre a Corinto, qualche giorno fa un altro ragazzo curdo ha tentato di tagliarsi le vene dopo aver chiesto disperatamente di vedere un dottore. Lo scorso 26 febbraio una donna afghana di 26 anni, incinta di 8 mesi, aveva tentato il suicidio dandosi fuoco nella sua tenda, nel campo Mavrovouni di Lesbo, dopo che il suo ricollocamento in Germania era stato ritardato. In generale, sono numerosi i casi di tentato suicidio da parte di minori riportati da Medici Senza Frontiere, che si occupa di assistenza psicologica nell’hotspot di Lesbo.

Hamid si è ucciso dopo aver ricevuto il terzo rigetto della richiesta d’asilo, nel timore di essere deportato in Turchia. Infatti, lo scorso 7 giugno, con una dichiarazione ministeriale congiunta, il governo greco ha designato la Turchia “paese terzo sicuro” per i richiedenti protezione di 5 nazionalità: afghani, pakistani, siriani, somali e bengalesi. Come si legge su un comunicato stampa del Greek Council for Refugees, a queste nazionalità appartengono il 67% di tutti i richiedenti asilo del paese e oltre il 60% dei beneficiari di protezione internazionale, con tassi di accettazione delle domande dal 76% al 95%. Pertanto, non sembra una scelta dettata dalla constatazione di effettive condizioni di sicurezza fornite da Ankara, ma bensì l’ennesimo inasprimento di quello che Ursula Von Der Leyen - in visita sul confine dell’Evros la passata primavera - definiva “scudo d’Europa”.

La Turchia - che è il paese con il maggior numero di rifugiati al mondo, circa 4 milioni - applica la Convenzione di Ginevra alla lettera, riconoscendo lo status di richiedenti asilo solo a chi arriva dall’Europa, mentre riconosce solo una forma di protezione temporanea a chi arriva da altri paesi (come i cinque citati), che non garantisce gli standard previsti dalla Carta del 1951. Molte sono le segnalazioni di violazioni dei diritti umani fondamentali in Turchia, in particolare preoccupano lo sfruttamento lavorativo e minorile, le detenzioni di massa e le deportazioni collettive. Deportazioni che avvengono grazie alle vaste relazioni bilaterali del sultano turco, e che sono attuate sistematicamente verso alcuni paesi africani, verso Kabul e verso le cosiddette “safe-zone” della Siria del Nord. Se fino a qualche tempo fa agli sfollati provenienti dalla Siria era concessa una forma di protezione temporanea - pensata per regolare la presenza di oltre 3 milioni di persone in fuga da quel conflitto, nella prospettiva di ritorno in patria al termine della guerra - ora nemmeno quella protezione è più garantita.
Infatti, i siriani in Turchia sono da tempo utilizzati come strumento di occupazione nel disegno espansionistico di Erdogan, che prevede di “de-curdizzare” i territori di confine tra Turchia e Siria.

Intanto, sul confine greco-turco sia nel nord che nell’Egeo, quotidianamente la polizia e la guardia costiera ellenica respingono violentemente i gruppi di migranti che riescono ad eludere i controlli delle guardie di frontiera turche, abbandonando le persone in mare o sul fiume Evros in attesa dell’eventuale arrivo della controparte. Le persone respinte sono poi detenute per settimane o mesi nelle carceri turche, prima di essere rimpatriate o liberate, pronte per un ennesimo “game”. Come è noto, questi pushback sono azioni illegali, che lo stato greco attua sistematicamente con il beneplacito dell’UE e di Frontex e che colpiscono anche chi è già abbondantemente all’interno del territorio ellenico ed europeo. Negli ultimi mesi, dopo aver negato strenuamente l’esistenza stessa dei pushback, le autorità greche, insieme al direttore esecutivo di Frontex, stanno tentando di riconcettualizzare questi respingimenti collettivi come legittime azioni di difesa dei confini - “rimpatri on-the spot” - giustificati da un presunto contesto di guerra asimmetrica che vede la Grecia e l’Europa vittime di un’invasione orchestrata dalle autorità turche. È di fine luglio la notizia che il governo greco ha accusato 10 cittadini stranieri di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e spionaggio. 4 delle persone indagate sono membri di organizzazioni non governative, tra cui parrebbe esserci Aegean Boat Report, impegnata da anni nel supporto alle persone in arrivo sulle isole dell’Egeo orientale e nella denuncia dei pushbacks. Nell’ennesimo tentativo di capovolgere la realtà, per la destra e i media di regime greci sarebbero loro, pagati dalla Turchia, ad organizzare i push-forward verso le isole Greche.

In tutto ciò, sembra passare in secondo piano il fatto che la Turchia è un regime autoritario che perseguita le opposizioni politiche e le minoranze, dove la contrazione delle libertà democratiche e dei diritti civili (si pensi alle recenti restrizioni dei diritti delle donne e ai rischi a cui sono esposte le soggettività LGBTQ+) sono sotto gli occhi di tutti.

La designazione della Turchia come paese terzo sicuro da parte delle autorità greche è anche avvenuta senza le necessarie argomentazioni legali. Come spiega Equal Rights Beyond Borders, la decisione ministeriale fa riferimento a una “Opinione”, che però è rimasta secretata fino a metà luglio, quando alcune associazioni di supporto legale alle persone migranti ne hanno ricevuto copia, dopo un mese e mezzo di battaglie giuridiche. Questa opinione sembra confermare quanto noto: la Turchia è tutto meno che un paese sicuro per i cittadini dei paesi in questione. I cittadini afghani sono di fatto impossibilitati a presentare domanda di protezione e accedere qualsiasi servizio di base, mentre il destino dei somali è lasciato alle ottime relazioni intrattenute da Erdogan con il suo omologo somalo.

L’effetto di questa decisione va inserito nel contesto delle politiche migratorie europee, dall’accordo Ue-Turchia del marzo 2016 al nuovo Patto per la Migrazione e l’Asilo proposto dalla Commissione, passando per la presenza di Frontex nel mar Egeo. Difatti, la posizione del governo greco si colloca in perfetta continuità e coerenza con il fatidico accordo - che ha già compiuto 5 anni ed è costato tante vite e 6 miliardi di euro - ma anche con le linee politiche dettate dai vertici europei per il prossimo quinquennio, che hanno nell’esternalizzazione delle frontiere e nell’idea distorta di ‘terzo paese sicuro’ un caposaldo.
Da questo punto di vista, la decisione del governo Mitsotakis è un ribadire le pratiche consolidate sui confini estendendole e regolarizzandole (illegittimamente) nel processo d’asilo. Infatti, le cose stanno già cambiando in peggio per i richiedenti asilo in Grecia.

Nelle interviste, sia nella terraferma che nelle isole, le domande che vengono poste iniziano già a riguardare solamente la situazione del richiedente in Turchia, ed arrivano dinieghi nel giro di pochissimi giorni. Per i richiedenti siriani questa era da tempo una prassi consolidata, che poteva determinare l’inammissibilità della richiesta in una fase di pre-esame precedente la registrazione della domanda d’asilo. L’esito scritto di queste scelte sarà quindi la produzione di dinieghi di massa, ma l’effettiva deportazione in Turchia non appare un obiettivo semplice da raggiungere. Infatti, per effettuare il respingimento in Turchia è necessario il consenso di Ankara, che da marzo 2020 non accetta rimpatri ufficiali di richiedenti asilo dalla Grecia (fatti salvi ovviamente i continui respingimenti informali sopracitati). Dunque, il destino di migliaia di persone che scappano dalla guerra e dalla miseria sarà di ritrovarsi intrappolati in Grecia nell’illegalità, con l’unica prospettiva di mettersi ancora in viaggio verso l’Europa attraverso le rotte balcaniche, il mare o il cielo, in balia del violento regime europeo di confine.

Malakasa, la situazione all’interno del campo

Ad Atene, chi è senza documenti validi può essere detenuto nelle stazioni di polizia per un periodo di tempo a totale discrezione dei singoli agenti, senza processo, in celle buie senza poter mai vedere la luce del giorno, talvolta per mesi. A dire il vero, anche molti richiedenti asilo e rifugiati che hanno ottenuto lo status finiscono nelle prigioni della polizia. Per esempio, succede a causa dell’illegalità prodotta dal sistema d’asilo stesso che ritarda la registrazione delle domande, o più semplicemente per vaghi motivi di ordine pubblico. Tutto ciò grazie all’IPA (International Protection Act) - vanto del governo Mitsotakis - una legge già emendata diverse volte che progressivamente sta portando il paese ellenico ad essere un laboratorio di oppressione. La vaghezza e l’arbitrarietà che caratterizza gli articoli dell’IPA funge da sfondo legale a un sistema-apartheid che assomiglia sempre più a uno stato di polizia. L’altro luogo di reclusione in cui finiscono e finiranno i rigettati dal sistema d’asilo sono i centri di detenzione pre-rimpatrio, anch’essi gestiti dalla polizia, dove sono reclusi pure minori non accompagnati e persone vulnerabili. A Corinto (nel Peloponneso) e ad Amygdaleza (in Attica) si trovano i due centri che ospitano il maggior numero di persone: entrambi contano quasi mille detenuti. In totale oltre 3 mila persone vivono attualmente nei centri di detenzione, per cui sono a disposizione solamente 10 dottori, a Corinto ce n’è solo uno. Il periodo massimo di detenzione - allungato dall’attuale governo - può raggiungere addirittura 36 mesi mesi prima di essere deportati, e le persone vengono rinchiuse senza sapere perché e per quanto.

Hamid risiedeva nel campo di Schisto, a soli 18 km dal centro di Atene. Il campo ospita 1.055 persone, più del 70% sono afghane. Questo è uno dei 28 campi della terraferma, in cui in totale vivono circa 22 mila persone. Questi centri sono co-gestiti da governo e IOM, e sono stati da poco definiti e regolarizzati come centri di accoglienza temporanea - sembra un paradosso - dopo che dal 2015 le basi giuridiche che ne legittimavano l’esistenza erano rimaste incerte. Come nelle isole, dove è in corso la costruzione dei nuovi campi hotspot, anche sulla terraferma sta prendendo forma la grande opera di “modernizzazione” del sistema d’accoglienza - come la definisce il ministro per la Migrazione e l’Asilo Notis Mitarachis. Modernizzazione che significa, a giudicare dalle mosse del governo, detenzione de facto per tutti i richiedenti asilo presenti in Grecia. Vari indizi sembrano dare consistenza a questa tesi. Attraverso il progetto Centaur, i campi della Grecia continentale, che finora erano strutture aperte da cui si poteva entrare ed uscire liberamente, si stanno progressivamente trasformando in campi “chiusi e controllati”. A Ritsona, Diavata, Nea Kavala, Polykastro e Malakasa stanno costruendo muri di cemento alti dai 2,5 ai 3 metri tutt’attorno al perimetro del campo. Nelle entrate stanno installando dei grandi tornelli, per entrare e uscire gli orari saranno limitati e serviranno delle tessere magnetiche.

Malakasa, il nuovo muro e i tornelli installati lungo il perimetro del campo

Altri campi invece stanno chiudendo: a pochi chilometri da Schisto, il campo di Elefsina è stato riconvertito in safe-zone per minori non accompagnati, quello di Skaramagas si sta già svuotando, mentre quello di Eleonas, che si trova in centro città e che ospita più di 2000 persone, è prossimo alla chiusura. Dovrebbero chiuderne 6 entro il 2021. Queste scelte di “razionalizzazione e modernizzazione” sono giustificate pubblicamente come efficientamento del sistema, con la presa in gestione da parte dello stato greco, e come risposta al calo degli arrivi, principalmente dovuto ai pushbacks. In realtà rispondono alla strategia di concentramento dei richiedenti asilo in pochi campi lontano dai centri abitati, sovrappopolati e altamente controllati, sia in entrata che in uscita. Infatti, i campi destinati a chiudere i battenti sono quelli attorno alla capitale, mentre quelli più isolati sono in via di securitizzazione ed espansione, come successo a Malakasa.

Intanto, le condizioni di vita tra tende e container sono proibitive, i servizi insufficienti, le comunicazioni con la comunità locale sempre più difficili. L’inverno senza riscaldamento è stato gelido, inoltre il covid è stato l’arma perfetta per accelerare il processo di controllo e chiusura delle strutture. I bambini, che sono circa la metà della popolazione dei campi, non hanno potuto frequentare la scuola per un anno e mezzo. A Skaramagas, con la chiusura, molte famiglie di aventi protezione che erano accampate informalmente dentro il campo si trovano ora senza un posto dove stare. Dall’anno scorso, infatti, è stato tolto ogni supporto agli aventi protezione dopo 30 giorni dall’ottenimento dell’asilo. Questa misura ha lasciato per strada migliaia di famiglie, costrette ad accamparsi nelle vie e nelle piazze del centro, come a Victoria Square, oppure a restare nei campi in via informale, senza ricevere però alcun aiuto materiale.

La segregazione nei campi va di pari passo con l’opera di “pulizia” della città di Atene, entrambe attuate dal governo con diversi strumenti. Dopo la chiusura delle accoglienze di emergenza negli alberghi, che erano finanziate dal progetto Filoxenia, dal primo luglio sono state tagliate le cash card per i richiedenti che alloggiano fuori delle strutture ufficiali (ovvero campi, hotspot e appartamenti forniti dal programma di housing urbano e cash assistance ESTIA). Inizialmente gestito dall’UNHCR, ESTIA II è ora - con l’espansione delle prerogative delle autorità greche - sotto il controllo del governo, che lo sta progressivamente smembrando. Con il taglio delle cash card che erano previste dal programma, circa 25 mila richiedenti che vivevano in autonomia grazie anche a quei 150 euro al mese (che erano previsti per gli adulti soli; si arrivava a un massimo di 550 euro per famiglie di 7 persone) si ritroveranno per le strade, negli scantinati, nei corridoi, a frugare nei cassonetti e a sopravvivere solo grazie alla rete di solidarietà autorganizzata. Oppure saranno costretti a tornare nei campi, dopo aver già vissuto per mesi o anni l’orrore degli hotspot nelle isole. Oppure ancora, cercheranno più fortuna in altri paesi europei.

L’altro programma di housing, chiamato Helios, è invece gestito dall’IOM, ma si rivolge solamente agli aventi asilo e le condizioni per accedervi sono un ostacolo burocratico quasi insormontabile. È evidente la volontà di impedire la libertà e l’autonomia delle persone migranti e di chiuderle in nuovi lager, lontano dagli occhi della società. Inoltre, dal primo settembre anche la cash assistance per chi vive all’interno delle strutture gestite dal governo e dall’UNHCR sarà sospesa, in attesa che il governo decida la nuova forma di supporto per richiedenti asilo, se e quando vorrà.

Intanto, in città continuano gli sgomberi di rifugiati che hanno ottenuto i documenti, con la collaborazione di ong come Nostos, Goodwill Caravan e Arsis, che non esitano a forzare i loro beneficiari a lasciare gli alloggi, con intimidazioni e chiamate alla polizia. Lo scorso 12 luglio, nel quartiere di Iliou, la polizia ha fatto irruzione in un appartamento gestito da Nostos per sgomberare una famiglia, ha ammanettato il padre e prelevato il figlio neonato per costringere la madre ad uscire dalla casa. I poliziotti hanno poi tenuto in stato di arresto per qualche ora alcune persone solidali che erano presenti per impedire lo sgombero. Il giorno seguente si è svolta una manifestazione nel quartiere, promossa dal collettivo Solidarity with Migrants, contro gli sfratti, la violenza dello Stato e delle ong che collaborano alla costruzione dell’apartheid greca contro le persone migranti. L’ong Praksis - che gestiva 171 appartamenti del programma ESTIA tra Atene e Salonicco - dopo essere uscita dal programma rifiutandosi di continuare la collaborazione con il governo, sta ora procedendo negli sfratti dalle proprie proprietà. Una ragazza afghana, madre single di due bambini, ha reso pubblico qualche giorno fa uno scritto in cui racconta le intimidazioni subite da Alexis Margalias, direttore generale di Praksis, che l’8 luglio ha fatto irruzione nel suo appartamento. «Margalias ha dichiarato che le conseguenze della nostra resistenza ci porteranno in tribunale, dato che abbiamo già ricevuto la nostra lettera extragiudiziale. Per aggiungere pressione ha sottolineato che dovremo coprire le spese processuali e l’affitto al proprietario. Sappiamo che in tribunale finirà con la nostra condanna, il che significa che i nostri documenti e l’accesso ai passaporti saranno bloccati. Sappiamo che questo è un altro metodo di controllo attraverso la paura. Continuiamo a resistere e a vivere nella nostra casa mentre loro spingono e minacciano di tagliare l’acqua e l’elettricità entro la fine di luglio» - ha dichiarato la donna, decisa a lottare.

Atene, manifestazione contro gli sfratti nel quartiere di Iliou (dalla pagina fb di Solidarity with Migrants)

Negli ultimi mesi, proteste e resistenze sono emerse anche dai campi. A Corinto, la popolazione del campo aveva reagito con rabbia al suicidio avvenuto a fine marzo, rabbia poi repressa con la forza dalla polizia antisommossa. Diverse iniziative di lotta hanno avuto luogo in occasione della giornata mondiale del rifugiato, come nel campo di Ritsona, dove locali e migranti hanno preso parola insieme, a pochi giorni dalla costruzione del muro attorno alla struttura. Il primo luglio, i residenti del nuovo Moria si sono riuniti per chiedere di vivere come esseri umani, mentre i rigetti delle domande d’asilo si contano a migliaia. Nel frattempo, a giugno si sono svolti i processi contro i "Moria 6", i ragazzi accusati dell’incendio che ha distrutto il campo di Lesbo nel settembre 2020 e contro i "Vial 15", i 15 ragazzi afghani (tra cui un minore) accusati per i riots dell’aprile 2020 nel Vial camp di Chios. Tutti loro avevano già subito lunghe e ingiustificate carcerazioni preventive. Entrambi i processi sono stati definiti delle parodie, con limitazioni ai testimoni per la difesa e contraddittori verbali di polizia usati come prova. I Moria 6 sono stati condannati in primo grado per incendio doloso con pene fino a 10 anni di prigione. Dei Vial 15, quattro persone sono state giudicate completamente innocenti, mentre otto sono stati condannati per resistenza all’arresto e violenza nel campo e una persona per distruzione di beni pubblici.

I veri colpevoli, invece, sono coloro che hanno il potere di giudicare, di rinchiudere, di respingere. Sono quindi sempre innocenti, nonostante neghino ogni diritto umano nell’apartheid greca.

Sono anche i colpevoli delle morti di Hamid e degli altri, che si scrivono suicidio ma si leggono omicidio.