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Sull’ambivalenza della frase «accogliere i profughi afgani»

Per favorire il movimento di tutti è indispensabile mettere in discussione le politiche migratorie europee

10 settembre 2021

Vedi » MP Talks: Afghanistan, tra poteri e resistenze

1. La crisi che attraversa l’Afghanistan è uno dei fatti cruciali del nostro tempo. Tantissime afghane e tantissimi afghani hanno necessità di lasciare il paese, a fronte delle violenze strutturali, del radicale impoverimento e della recente escalation. Alcune persone sono effettivamente riuscite a partire, nell’ambito delle confuse operazioni di evacuazione. La grandissima parte è bloccata in Afghanistan. A fronte delle incalzanti notizie provenienti da quel contesto, moltissime organizzazioni, reti e persone si sono mobilitate, anche in Italia, per chiedere a gran voce che le persone afghane che ne hanno bisogno possano lasciare tempestivamente e in sicurezza il paese.

Nell’ambito dei discorsi e delle iniziative di chi si mobilita a favore dei diritti delle e dei migranti, la richiesta di “accogliere i profughi afghani” ha in questa fase assoluta centralità. Gran parte degli appelli e delle mobilitazioni sviluppate in questo periodo invocano il diritto alla mobilità delle afghane e degli afghani. Si tratta di iniziative indispensabili ma non prive di ambivalenza.

2. Ci sono essenzialmente due modi diversi di mobilitarsi affinché per i cittadini afghani e le cittadine afghane sia possibile lasciare il paese. La prima opzione consiste nel rapportarsi a questa nuova crisi migratoria scollegandola dal più ampio scenario globale delle migrazioni contemporanee, dall’andamento delle politiche migratorie europee, dalle condizioni di vita, dai desideri e dai bisogni delle persone non afghane che, in mille scenari diversi, sono in migrazioni o vorrebbero partire. È l’ipotesi attualmente dominante. In molti dei discorsi e delle iniziative sviluppate in queste settimane, la crisi migratoria delle persone bloccate in Afghanistan è trattata come se fosse un fatto in sé, una novità assoluta, piovuta dal cielo. Nell’ordine del discorso attuale configurato intorno ai diritti delle e dei migranti, il ruolo assegnato al tema Afghanistan sostituisce e oscura le altre numerose crisi migratorie europee e globali che si sviluppano parallelamente.

Le ragioni della scelta di trattare l’evento-Afghanistan come assoluto sono evidenti e per molti aspetti comprensibili. Si tratta di una crisi radicale, di ampissima portata, che pone a rischio la qualità della vita di moltissime persone. Si tratta però di un’opzione insidiosa. Se, nell’ambito delle mobilitazioni per la libertà di movimento delle persone afghane, non rivendichiamo la stessa possibilità per chi, negli altri scenari, ha bisogno o desiderio di migrare, rischiamo di strutturare un’involontaria classifica di gradimento delle migrazioni che può produrre nel breve e nel medio periodo effetti molto concreti sulla legittimità discorsiva e sulle effettive possibilità di movimento per i non afghani e le non afghane.
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Dal punto di vista etico e politico, è da rifiutare ogni possibile gerarchia tra migranti. L’esigenza di fuga di chi vive in un contesto caratterizzato da violenze strutturali come l’attuale Afghanistan ha pari dignità rispetto, ad esempio, al bisogno di migrare per motivazioni economiche e alle scelte di chi è mosso unicamente dal desiderio di vivere altrove.

3. È possibile leggere la crisi afghana con lenti differenti. È necessario mobilitarsi per favorire la fuga delle Afghane e degli Afghani non (solo) come necessità in sé. Può, più in generale, essere un’occasione per mettere in discussione gli elementi strutturali delle politiche migratorie globali, europee e italiane. In fin dei conti, quello che accade dentro e intorno l’Afghanistan è esemplificativo, con le irriducibili specificità e differenze, dei caratteri di medio periodo della gestione dei flussi migratori. Il ruolo da garanti del confinamento esplicitamente riconosciuto dalla governance europea ai paesi che confinano con l’Afghanistan è in assonanza con i radicali processi di cd. esternalizzazione dei confini in corso da un lungo decennio attorno allo spazio europeo. Più in generale, davanti alla crisi afghana le istituzioni europee e gli stati membri sono attestati sulla generalizzata chiusura complessiva delle frontiere, accompagnata da iniziative numericamente poco rilevanti di accoglienza parziale e selettiva, in continuità con le scelte operate a sud e a est del Mediterraneo.

Le Afgani e gli Afgani che, negli ultimi anni, hanno informalmente percorso le rotte verso l’Europa hanno fatto costantemente esperienza - insieme a tanti altri gruppi nazionali - della radicale esclusione determinata anche dalle scelte delle istituzioni europee e degli stati membri. È un’ulteriore ragione per affrontare l’attuale questione Afghanistan all’interno dell’ampio scenario migratorio attuale e non in maniera separata. È indispensabile contrastare le politiche di chiusura dei confini ovunque si dispieghino anche per favorire la mobilità delle Afgane e degli Afgani da tempo esposti alla strutturale violenza del regime confinario europeo.

In Afghanistan, lungo la cd. rotta balcanica, in Turchia, in Grecia, in nord Africa, nel Sahel e in molti altri contesti la governance europea delle migrazioni produce forme di esclusione tendenzialmente generalizzate e di inclusione parziale e selettiva per molti aspetti sovrapponibili. Per questa ragione è indispensabile leggere il contesto afgano alla luce delle scelte strategiche europee degli ultimi anni e rivendicare, accanto all’indispensabile libertà di movimento per le persone afghane, l’identica possibilità per chiunque sia confinato, a qualunque titolo, in ogni contesto globale.