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Ultima notte all’hotel Africa

di Tiziana Barrucci

da Il Manifesto del 19 agosto 2004

19 agosto 2004

Roma, sgomberato lo storico capannone rifugio di centinaia di profughi. Nuove strutture Seicento posti messi a disposizione dal Campidoglio per i rifugiati. «Avremo un posto più pulito, ma saremo meno liberi».

Cartellini rossi per gli eritrei, azzurri per gli etiopi e gialli per i sudanesi. Un colore diverso a seconda del paese di provenienza. Inizia con una distribuzione di tesserine colorate, in piena notte fonda, lo sgombero del capannone «hotel Africa». Ex magazzino Fs situato alle spalle della stazione Tiburtina di Roma, è stato per anni adibito a casa autogestita da centinaia di richiedenti asilo in attesa di permesso. Ma non solo. Col tempo la struttura è diventata anche il rifugio di tanti stranieri senza un tetto. La scorsa notte un ultimo censimento organizzato dai volontari del Comitato tiburtino permette di stilare una lista aggiornata dei presenti che consentirà a tutti di essere trasferiti nelle nuove strutture messe a disposizione dal comune. Poi le luci si spengono, ma solo per poche ore. A non spegnersi è invece la musica dello stereo del bar sempre aperto, un susseguirsi senza sosta di cd che si diffondono ad alto volume per i ballatoi e le centoventi stanze separate da cartoni o lamiere. Note assordanti che a tratti coprono la voce degli ultimi avventori, assonnati sui divanetti di fortuna: sono le cinque del mattino, fuori è ancora buio e la calma che regna è quasi sorprendente. Sapete che oggi dovrete andare via? «Sì, aspettiamo. Che possiamo fare?», risponde Hamad e addenta un pezzo di pollo ai peperoni. «E’ la mia cena, torno ora da lavoro», sorride. Il tempo di una bibita e di qualche saluto e la luce dell’alba filtra attraverso le fessure dell’alto soffitto. Con il sole arrivano le macchine dei funzionari del comune insieme a polizia e carabinieri. Inizia lo sgombero. Durerà ore, senza incidenti. Gestito dai funzionari del comune e dell’assessorato alle politiche sociali, all’insegna del dialogo con gli stranieri, tanto che lo stesso sindaco Walter Veltroni può definire l’esito dell’operazione «un risultato importante per l’intera città».

La stazione del futuro

Uno sgombero che aleggiava nell’aria da mesi, eppure deciso nelle sue modalità solo poco prima. «Otto ore di tempo per organizzare tutto sono poche», commentano amareggiati da Medici senza frontiere. Un trasferimento necessario per far posto al nuovo polo ferroviario della stazione Tiburtina. Un progetto da 400 milioni di euro che creerà un boulevard aperto di 300 metri, uno snodo per l’alta velocità e una riqualificazione dell’area. «Al posto dell’ex magazzino sorgerà uno spazio destinato a esposizioni immerso in otto ettari di parco - spiega Marcello Tringali, responsabile Fs per il programma del nodo di Roma -. Da novembre saranno aperti i cantieri per l’interramento della tangenziale est».

Mentre fuori arrivano i pullman, dentro al capannone l’agitazione, mista a un pizzico di paura, sale. «Dove ci portano? Come saranno le nuove stanze?», domandano in molti. Pronti i responsabili dell’assessorato spiegano le diverse destinazioni. I 150 etiopi ed eritrei soggiorneranno in un centro d’accoglienza poco distante, i 120 sudanesi saranno spostati in un centro sulla Nomentana, le 50 coppie con bambini andranno a stare in appartamenti a Roma e nell’alto Lazio del circuito del Programma nazionale asilo e dell’Ufficio speciale immigrazione. Un’operazione che al Campidoglio costerà circa 1 milione 600 mila euro per il primo anno. «In tutto 600 nuovi posti - sottolinea il vicecapo gabinetto del sindaco di Roma, Luca Odevaine - si tratterà di strutture che manterranno un’organizzazione autogestita, in modo da conservare gli aspetti positivi dell’esperienza di Tiburtina». Una promessa che non convince i presenti. L’incertezza rende diffidenti: non si parte a scatola chiusa. Una delegazione lascia il largo piazzale antistante l’ex magazzino per un sopralluogo delle nuove abitazioni.

Intanto, dentro, la situazione si anima. In un angolo dell’ampio stanzone alcuni maghrebini cercano di capire il loro destino. «Non ho i documenti, che faccio, scappo?», chiede Mohammed a un volontario. E nei minuti che seguono storie parallele ma opposte si consumano fuori e dentro l’ex hotel Africa. Mentre al di qua del cancello c’è chi non vuole lasciare la sua stanza, al di là del muro continua ad arrivare gente che chiede una delle abitazioni promesse. Uomini e donne che vivono qui da mesi, ma hanno trascorso la notte fuori e non sono inseriti nell’ultima lista. Per il momento per loro la strada è sbarrata, solo una meticolosa opera di confronto fra liste nuove e vecchie risalenti a qualche mese fa potrà aiutarli. «Sappiamo che molte persone censite nei mesi scorsi ora non sono presenti perché impegnate in lavori stagionali - spiegano dal Comune - ma avranno comunque un posto assicurato». Il problema sarà però riuscire a informare tutti di tale possibilità, anche quando queste ore sotto il sole saranno trascorse e l’area verrà presidiata da ignari vigilantes accompagnati da cani...

Le prime partenze

Quando il primo pullman carico di eritrei si avvia lento, dentro le discussioni continuano. Non solo con i sudanesi che non vogliono saperne di lasciare la loro casa per entrare in un centro dove «la nostra libertà sarà limitata da orari imposti dall’alto», ma anche con i proprietari del bar, del ristorantino e del mini-spaccio. E i primi piccoli drammi si consumano. «Il mio amico mi ha prestato 500 euro per comprare la merce e il frigo - si lamenta Zico - ora il mio business è finito...» La disperazione dei suoi occhi si riflette in quelli del compare Lual. «Non posso lasciare qui tutte queste cose costose». Ma poi antenna parabolica e frigoriferi verranno depositati nel magazzino adibito per l’occasione dal comune. «Hanno detto che ce li restituiranno», sbuffa Zico. Gli ultimi resistenti desistono: d’altronde l’alternativa potrebbe essere l’uso della forza. Sono le 12.30 e i carabinieri sono ormai entrati nell’edificio quasi vuoto. Fuori, l’ultimo pullman slitta sulla strada sterrata, e un gruppo di kurdi iracheni sgattaiola via attraverso l’uscita secondaria: sono arrivati da sole due settimane, troppo poco per poter essere inseriti nelle liste.

Tra pulito e libertà

Mentre ancora gli ultimi arrivati si ammassano di fronte a un cancello ormai chiuso guardando i carabinieri sigillare la loro vecchia casa, i primi a partire hanno già preso possesso dei nuovi letti di via Tiburtina. Ma la realtà li sorprende: il centro dovrebbe essere gestito da Eriches, una cooperativa sociale, le stanze - grandi locali con 10-16 letti - dovranno essere lasciate ogni mattina alle 9.00. Per il primo periodo si potrà tornare solo alle 18.00 in modo da permettere di completare la ristrutturazione. Non c’è - per ora - la cucina e i pasti saranno forniti da una ditta esterna. Un capannone in muratura appena pittato e molto pulito che finirà per reprimere la vecchia «libertà». La nostalgia si fa già sentire. «Ci avevano detto che avremmo potuto fare come volevamo...», commenta Abram. E Baraka non ha dubbi: «qui è più pulito, ma non ho un lavoro, dove andrò durante il giorno?». E’ la stessa domanda se la pongono i cento sudanesi chiusi nel piccolo magazzino. Il comune troverà loro qualche altra sistemazione. Almeno per oggi Joseph può ancora cucinare per i suoi compagni.