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Finanziamenti italiani alla Libia per deportazioni e CPT

Intervista a Tana De Zulueta, vicepresidente della commissione diritti umani del Consiglio d’Europa

5 maggio 2005

Tra l’agosto 2003 e il dicembre 2004 dalla Libia sono partiti 47 voli charter verso paesi africani. Circa seimila persone sono state deportate, senza l’accertamento della effettiva nazionalità, in base a finanziamenti forniti dall’Italia alla Libia previsti dall’accordo firmato nell’agosto del 2004, di cui non si è mai saputo nulla.
Deportazioni che avvengono dopo arresti e detenzioni arbitrarie nei centri operativi in Libia, uno dei quali finanziato dal governo italiano nel 2003.

Questa è solo una delle innumerevoli notizie venute a galla attraverso un dossier della Commissione europea che tra novembre e dicembre 2004 ha inviato 21 tecnici in Libia.

Tra i vari materiali elencati, che l’Italia ha già fornito alla Libia, spiccano 1000 sacchi per cadaveri oltre a gommoni, posizionamenti satellitari da strada e da barca, binocoli, mute da immersione, kit per impronte digitali, ecc.
Il resoconto dettagliato del documento è possibile leggerlo nell’articolo scritto da Fabrizio Gatti intitolato “I lager della libertà.

Tana De Zulueta, vicepresidente della commissione diritti umani del Consiglio d’Europa, ha chiesto che il governo italiano riferisca immediatamente in parlamento. La senatrice dei Verdi è stata firmataria di diverse interrogazioni parlamentari che chiedevano al governo di fornire notizie sugli accordi presi con Gheddafi, definito da Berlusconi “leader di libertà”.

Abbiamo intervistato la senatrice per avere un suo commento rispetto alle notizie emerse dal documento, soprattutto al modo in cui si è venuti a conoscenza dei dettagli dell’accordo tra Italia e Libia che il governo non ha mai voluto rendere pubblico. ascolta

Risposta: Abbiamo scoperto, proprio attraverso questo documento della Commissione, delle cose che il governo italiano era tenuto a farci conoscere da tempo in Parlamento, come avevamo più volte richiesto. Quello che il documento ci racconta è che l’Italia è già molto avanti nella politica chiamata delocalizzazione delle politiche di lotta all’immigrazione, al di fuori di qualsiasi quadro di tutela dei diritti.
Quello che non si può fare in Europa lo si fa fare ad un paese terzo, a una dittatura, a uno stato di polizia come la Libia. Questa è la cosa più grave che risulta dal documento. L’Italia ha finanziato la costruzione di un campo, a novembre dell’anno scorso. Secondo i tecnici questo campo di detenzione era già iniziato e ne ha finanziati altri due nella zona del Sahara, la zona da dove arriva la gente espulsa lungo la rotta verso del Niger, rotta pericolosissima che i migranti attraversano a proprie spese e in forma coatta, nel senso che se si rifiutano di farlo vengono arrestati e messi in prigione. Solo nello stato del Niger, stato confinante con la Libia, in un anno sono stati contati 106 morti lungo quella rotta. Il documento dei tecnici della Commissione è agghiacciante perché ci elenca le cose che l’Italia ha già dato alla Libia. E l’anno scorso su richiesta libica abbiamo fornito 1000 sacchi per cadaveri, i famosi body bag. Per farne che cosa non sappiamo, ma forse per raccogliere i cadaveri proprio lungo quella rotta.

D: Fin dalle prime deportazioni da Lampedusa verso la Libia è stato denunciato quanto fosse pericoloso respingere le persone.. Ora ci troviamo davanti a dei fatti oggettivi, documentati. Che cosa, dal punto di vista istituzionale, è possibile fare?

R: Bisogna che venga a cessare questa cooperazione acritica. Alla Libia non può essere fornito alcun sussidio senza che esistano meccanismi di tutela. La Libia deve firmare la Convenzione di Ginevra che tutela i diritti dei rifugiati e noi dobbiamo avere un sistema di monitoraggio operativo, nel senso che devono poter accedere alla Libia, parlamentari, organizzazioni non governative, internazionali, per assicurarsi che le persone vengano trattate secondo le leggi esistenti, secondo leggi di tutela previste in Europa. La Libia – e lo dice candidamente il documento - non ha nessuna intenzione di firmare la Convenzione perché per loro potrebbe creare un impiccio. La cosa che emerge dal documento è che le persone che sono detenute in Libia (migliaia), sono detenute per motivi arbitrari, quasi casuali, in base alla cittadinanza, al colore della pelle. Infatti gli stessi ispettori europei hanno chiesto ai libici come possono distinguere un immigrato regolare da uno irregolare… e questo non è stato possibile appurarlo, per cui in questa zona grigia c’è la caccia allo straniero finanziata con i soldi del nostro paese.
Un’altra cosa che emerge con chiarezza dal documento (di cui già lo scorso anno l’UNCHR ne aveva parlato perché il loro rappresentante in Libia era venuto a conoscenza della cosa) sono i voli charter dalla Libia verso paesi terzi. Ora il documento ci informa che questi voli sono stati 47, tutti finanziati dall’Italia e che hanno riportato quasi seimila persone a spese nostre in vari Paesi, senza una cittadinanza effettiva accertata delle persone deportate. In particolare 109 persone che sono state riportate in Eritrea, territorio verso il quale nessun paese europeo fa espulsioni dal momento che chi fa ritorno in questo paese viene paragonato ad un disertore, rischiando l’arresto o addirittura la pena di morte.

D: in questi ultimi mesi, assieme ad altri parlamentari, ti sei recata a vedere cosa stava succedendo all’interno del Centro di Lampedusa. Abbiamo seguito da vicino la situazione attraverso la Rete antirazzista siciliana. Ci puoi dire le tue impressioni?

R: L’emergenza che ha investito Lampedusa l’ottobre scorso e poi di nuovo nel marzo di quest’anno, che abbiamo visto con i nostri occhi, non può che essere una vergogna nazionale, addirittura internazionale visto che ne ha parlato anche il Parlamento europeo. La situazione non è poi così differente da quei campi che hanno scioccato gli ispettori europei in Libia. E’ un luogo dove la gente viene ammassata, isolata dal mondo, impedita a comunicare con l’esterno, in attesa di decisioni arbitrarie sul proprio futuro, sul proprio destino. Questi sono gli stessi meccanismi operanti in Libia. Noi li abbiamo visti in Italia e in Europa e questo è stato il motivo della nostra ripetuta denuncia, perché un’emergenza può essere spiegata una volta ma non è giustificabile e, se si ripete, allora è un sistema.