logo

Documento a cura del
Progetto Melting Pot Europa
web site: http://www.meltingpot.org

redazione@meltingpot.org

Home » Cittadinanze » Rassegna stampa

Contratto di soggiorno, il governo: "Non serve la garanzia dell’alloggio"

di Chiara Righetti

Tratto dal sito

6 giugno 2005

ROMA, 31 maggio 2005 – Chi assume uno straniero che già vive in Italia non deve “garantirgli” un alloggio, ma solo “dichiararne la sussistenza”. A dare la buona notizia è stata il sottosegretario al Lavoro Grazia Sestini, rispondendo a un’interrogazione parlamentare presentata da alcuni parlamentari Ds. Con quello che sembra un semplice gioco di parole, si allontanerebbe quindi il rischio di licenziamento per centinaia di lavoratori immigrati: un rischio dovuto alle regole sul contratto di soggiorno, già previste dalla Bossi-Fini, ma entrate in vigore solo il 25 febbraio con l’arrivo del regolamento attuativo.
Il caso è scoppiato giorni fa, quando l’azienda cooperativa Manutencoop (che ha circa 1400 dipendenti stranieri) ha scritto a tutti i parlamentari dell’Emilia Romagna una lettera aperta intitolata “I frutti avvelenati della Bossi-Fini”. “Le nuove normative - scriveva il presidente Claudio Levorato – dimostrano la volontà di scoraggiare l’assunzione di lavoratori stranieri”.

Il contratto di soggiorno
In base alla Bossi-Fini, ogni nuovo permesso di soggiorno è subordinato alla stipula di un “contratto di soggiorno”. Per sottoscrivere quest’ultimo, il datore di lavoro deve garantire ai lavoratori stranieri un alloggio rispondente ad alcuni requisiti (abbastanza grande, per esempio, rispetto al numero di persone che lo occupano); al limite, può rivalersi delle spese trattenendo al lavoratore fino a un terzo dello stipendio. Fino ad oggi, sembrava che questa norma valesse non solo per i nuovi arrivati, ma anche per chi (già regolare e assunto, magari da anni) stipulava un “contratto di soggiorno” perché cambiava occupazione o perché il suo permesso di soggiorno era vicino alla scadenza.

Il rifiuto dei datori di lavoro
Secondo la Cgia di Mestre (la confederazione locale di Confartigianato) questo meccanismo avrebbe messo a rischio 150mila posti di lavoro in Italia. Come fa il datore di lavoro, argomentava la Cgia, a garantire l’idoneità della casa del suo lavoratore, una casa che non ha visto? “Se lo straniero non vuole, il datore non può entrare in casa sua, a meno di violare la legge sulla privacy. Così per l’imprenditore le possibilità sono due: o non assume il lavoratore o dichiara il falso”. Infatti in alcune zone d’Italia, come a Prato, gli imprenditori a centinaia hanno rifiutato di firmare i nuovi contratti. Con conseguenze drammatiche per gli stranieri: niente contratto di soggiorno, niente lavoro, niente permesso. E solo due vie d’uscita: tornare in patria o diventare clandestini. Era proprio questo il risultato più probabile, denunciato dall’Anci Toscana (Associazione dei comuni) in un durissimo comunicato che invitava alla mobilitazione con queste parole: “L’esito di tutto questo è facilmente intuibile: migliaia di stranieri regolari finiranno per non rinnovare il proprio permesso di soggiorno, e per diventare clandestini”.

Una norma incostituzionale
La garanzia dell’alloggio sollevava problemi anche di natura giuridica: secondo gli esperti, sarebbe una norma incostituzionale, perché crea una discriminazione tra lavoratori italiani e stranieri. Quale datore di lavoro, infatti, potendo scegliere tra un immigrato (cui deve assicurare anche una casa) e un italiano verso il quale non ha altri obblighi, preferirebbe assumere il primo?

Da "garanzia" a dichiarazione di sussistenza
Rispondendo all’interrogazione parlamentare presentata dall’onorevole Andrea Lulli, il sottosegretario Grazia Sestini ha però chiarito che il datore di lavoro deve “garantire” l’alloggio solo al primo ingresso del lavoratore in Italia. In tutti gli altri casi può limitarsi a firmare una dichiarazione di “sussistenza della sistemazione alloggiativa”. In pratica, deve solo assicurare che – se l’immigrato non ha già trovato una casa – ne esiste una che lui gli può procurare. Se l’immigrato una casa ce l’ha, gli obblighi del datore sono finiti. L’equivoco sarebbe dovuto ai moduli già predisposti dal ministero per i contratti di soggiorno, che richiedono appunto la “garanzia”. Mentre sui moduli “definitivi”, ha spiegato Sestini, per chi non è al primo rilascio questa richiesta sarà rimpiazzata da quella della semplice dichiarazione.

I malintesi con gli imprenditori
La novità sembra aver risolto gran parte dei problemi a Prato, dove (dopo l’aut aut dei datori di lavoro) anche il Comune si è mobilitato per risolvere il problema convocando intorno a un tavolo sindacati, associazioni e gli stessi migranti. “Ci sono stati alcuni malintesi” spiega Simone Saggi, dell’assessorato alla multiculturalità della città toscana. “Inizialmente sembrava che, per prestare la garanzia, il datore di lavoro dovesse essere titolare dell’alloggio che garantiva: che in pratica l’appartamento dovesse essere suo, o da lui direttamente affittato. Ora si è chiarito che non è così: l’immigrato può procurarsi autonomamente un alloggio, su cui il datore di lavoro si limita a mettere la firma”.

Il rifiuto di garantire l’alloggio basta per licenziare?
A Prato la mediazione del Comune, tesa a evitare il muro contro muro, è arrivata a strappare la promessa che, se il nodo della “garanzia” fosse stato rimosso, gli imprenditori avrebbero firmato i contratti: per cui gran parte dei casi a rischio (un centinaio di segnalazioni nell’ultimo mese) sembrano avviati a soluzione. “Ma anche dopo l’intervento del ministero – prosegue Saggi – alcuni problemi restano aperti. Perché se il lavoratore non ha un’abitazione idonea, il datore deve comunque provvedere. E se non vuole sobbarcarsi questa spesa? Nessuno è stato in grado di spiegarmi se questo sia un motivo legittimo di licenziamento: si può mandare via un lavoratore perché si non vuole garantirgli l’alloggio?”. Saggi conclude con un altro esempio: “Si è detto che, per la garanzia, basta presentare una certificazione di idoneità rilasciata dal Comune, accompagnata da un certificato di residenza del lavoratore straniero. Ma a volte da quest’ultimo risulta che nello stesso alloggio – che di per sé sarebbe idoneo – vivono più persone di quante voglia la legge. Cosa si fa in quel caso? L’alloggio è valido o no?”.

Frattani: "Sono responsabilità che spettano allo Stato"
E’ cauto anche l’assessore pratese Andrea Frattani, anche se giudica “una svolta interessante” la distinzione introdotta dal sottosegretario Sestini fra soggiornanti e nuovi arrivati. Anche a parere di Frattani però non tutti i nodi sono risolti. “Il datore che non vuole sobbarcarsi il problema alloggio – spiega – ha ancora troppe vie d’uscita. Può procurare una casa al lavoratore, ma chiedergli un prezzo esorbitante; un modo indiretto per ridurre lo straniero ad andarsene. La normativa è molto confusa e genera problemi assurdi. A un certo punto ad esempio sembrava che ci fossero difficoltà addirittura per gli immigrati che hanno una casa di proprietà, che non avendo la garanzia del datore, non potevano avere il contratto di soggiorno. Occuparsi del problema abitativo è giusto, ma deve farlo lo Stato. Non può scaricare sui privati cittadini responsabilità che gli sono proprie”.

L’Anci: "Serve cancellare il contratto di soggiorno"
In attesa di capire come si evolverà la situazione, è confermato l’appuntamento fissato dall’Anci Toscana che ha invitato domattina, primo giugno, a Palazzo Vecchio le associazioni di categoria, i sindacati, i comuni e l’assessore regionale per fare il punto. “C’è una preoccupazione diffusa - spiega Giuseppe Carovani, responsabile della consulta immigrazione dell’Anci Toscana – per le conseguenze di questi episodi, soprattutto nelle zone dove gli immigrati sono più numerosi. Siamo in difficoltà perché ci sono gravi contraddizioni fra la Bossi-Fini, il suo regolamento attuativo e la circolare ministeriale. Ma anche se alcune soluzioni tecniche sembrano possibili, come è avvenuto in questo caso, continuiamo a sperare in un atto politico che modifichi la situazione. E elimini un oggetto politicamente abnorme come il contratto di soggiorno. Dopo l’appuntamento di domani a Firenze, torneremo sul tema in un incontro nazionale a Prato il 18 giugno, che avrà al centro proprio le procedure di rilascio del permesso di soggiorno”.