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Non possiamo obbedire di Niki Vendola

da Il Manifesto del 30 giugno 2005

2 luglio 2005

Non possiamo obbedire quando l’obbedienza che ci viene richiesta significa acquiescenza nei confronti della brutalità o della disumanità di piccoli codici scritti con l’inchiostro dell’emergenzialismo e del cattivo realismo della politica. Non possiamo obbedire quando ci chiedono di costruire accanto alle nostre città, dietro l’angolo delle nostre distrazioni, lividi bunker per un’umanità all’ammasso, asili sregolati per persone che somigliano a vuoti a perdere, che non sono neanche persone ma semplicemente, maleficamente «clandestini». I centri di permanenza temporanea sono buchi neri che trafiggono la nostra cultura giuridica e civile e che risucchiano volti e frammenti di vite nella spirale di una pena mai irrogata. Non servono a sciogliere i nodi spinosi della clandestinità, servono ad esorcizzare il fantasma della clandestinità: inibendo a tutti noi la possibilità di interrogarci sul come e sul perché della «produzione sociale» del fenomeno articolato che chiamiamo clandestinità. Questi luoghi cinti dal filo spinato e comunque chiusi ermeticamente non sono un’area di sosta o di parcheggio, soprattutto non sono «accoglienza» come si dice talvolta con quegli slittamenti semantici che sembrano una vera mafia delle parole. Sono la rozza carcerazione «a tempo» con cui si sequestrano corpi del reato: ovvero uomini e donne che non hanno infranto alcuna norma penale ma che nella loro condizione di «clandestini» vengono stigmatizzati, ricercati, privati della libertà personale.

Certo, non sono bianchissimi e sono piuttosto poveri. Eppure anche loro dovrebbero fruire del riverbero universale di quei diritti che proclamiamo con tanto rumore, persino col rumore dei bombardieri. La libertà di un indigente o di un accattone o di un matto o di un clandestino non vale meno della libertà degli amici di Pisanu. Ma in questo caso i diritti si storcono, i garantisti si squagliano, e tacciono i tantissimi nipotini di Beccaria: non sentono l’insopportabilità di questa lesione alla pelle delicata dei nostri principi? E cosa pensano di una fluidità giuridica che colloca una porzione di mondo in una sorta di limbo, in un vuoto pneumatico di soggettività e di cittadinanza, che ne assume la «temporanea» sparizione come ovvia e banale, dentro la procedura grigia di una tranquilla burocrazia del «sorvegliare e punire»?

Non possiamo obbedire se ci propongono di accettare l’idea della «detenzione amministrativa» come un ordinario rimedio all’eccedenza extracomunitaria o alla isteria intra-comunitaria. E se ci dicono, con tono vagamente biblico, che qui si mette in discussione l’Europa di Schengen, gli rispondiamo che Schengen non è la Tavola della Legge, che Pisanu non è Mosè, e che qui si rimette in discussione proprio tutto: perché la politica dell’immigrazione non è un capitolo dell’ordine pubblico e neppure della sola spesa sociale, ma è lo specchio sulla cui superficie possiamo vedere noi stessi. E’ proprio l’Europa-fortezza che vorremmo mutare, spaccare, convertire: non per un vago sentimento umanitario, non solo per salvare un popolo di naufraghi che si arrampica alla nostra costa dorata, ma per salvare proprio l’Europa. Il vecchio continente ha creduto di unificarsi con le politiche securitarie: ma senza un’anima forte e riconoscibile è inciampato nel voto popolare e ha rischiato l’infarto. Noi vogliamo aiutare l’Europa a ritrovare la propria missione e la pluralità densa delle proprie radici. Per questo vogliamo chiudere i Cpt.

Noi non possiamo obbedire: le persone sono inviolabili nella loro dignità, libertà e integrità psico-fisica. Noi le abbiamo violate in tanti modi: depredandole a casa loro, sfruttandole a casa nostra, e tra la loro e la nostra casa si allunga un mare che è anche un grande cimitero all’aperto di stranieri in esodo dalla loro terra. Abbiamo sporcato il Mediterraneo e rimpicciolito l’Europa alla misura di una caserma.