Diritto di voto – I Comuni possono usufruire della legge ordinaria

Intervista al prof. V. Angiolini, docente di Diritto Costituzionale

In vista del convegno sul diritto di voto che si terrà venerdì 16 aprile a Venezia abbiamo intervistato il prof. Vittorio Angiolini, docente di Diritto Costituzionale all’Università Statale di Milano, tra i relatori dell’incontro.

Domanda: Quali sono gli spazi giuridici in cui le amministrazioni comunali possono agire per introdurre il diritto di voto amministrativo ai cittadini non comunitari?

Risposta: Gli spazi in cui le amministrazioni comunali possono agire sono questi. Si parte dal presupposto – ricavato anche dal T.U. sull’immigrazione – che in realtà non sia indispensabile una legge costituzionale per dare il voto agli immigrati (questo è anche in discussione alla prima Commissione della Camera che in sede referente si sta occupando del progetto di legge Fini e di altri esistenti di voto agli immigrati di carattere costituzionale). Su questo presupposto in base al quale l’articolo 48 della Costituzione consente con legge ordinaria di dare voto agli immigrati, bisogna notare che il T.U. sull’Immigrazione già dice che gli immigrati con Carta di Soggiorno, in armonia con la Convenzione Europea del 1992 del Consiglio d’Europa (che prevede già il voto agli stranieri nelle elezioni locali), prevede che il diritto di voto sia accordato laddove previsto dall’ordinamento.
La nostra argomentazione è che questo fornisce una copertura legislativa al diritto di voto agli immigrati e che l’attuazione concreta di questo precetto di legge del T.U. sull’Immigrazione possa essere data con lo Statuto Comunale quindi questo possa completamente disciplinare questa materia.

D: Per cui gli spazi ci sono, sembra solo una questione di scelte politiche…

R: Esattamente. E’ poi chiaro che tutti auspichino un intervento meno estemporaneo del legislatore statale che in qualche modo possa imporre ai Comuni di far votare gli immigrati. E’ chiaro che con il meccanismo individuato il difetto consiste nel fatto che per i Comuni non sia obbligatorio riconoscere il diritto di voto agli immigrati; di conseguenza potrebbero esserci Comuni in cui questi votano ed altri in cui non votano.
Possono esserci diverse forme di rappresentanza, per esempio le città di Genova e Venezia si sono orientate verso una piena titolarità del diritto di elettorato. In sostanza gli stranieri quando votano lo fanno con le stesse condizioni degli italiani; il Comune di Roma ha invece operato una scelta che dà agli immigrati una rappresentazione separata, che rischia di portare ad un ordinamento a macchia di leopardo. Il rimedio a questo sarebbe una legge ordinaria più chiara e compiuta.

D: Come giudica la circolare del Ministero dell’Interno che diffida le Amministrazioni comunali che stanno scegliendo la strada della modifica dello Statuto?

R: Si tratta di una circolare un po’ anomala. Le circolari del Ministero degli Interni su questa materia non hanno mai un’efficacia vincolante perché esiste l’autonomia comunale, tuttavia il Ministero ha per tradizione sempre emesso delle circolari per suggerire alcune interpretazioni. La circolare in questione vorrebbe suggerire un’interpretazione restrittiva secondo cui non è possibile dare il voto agli immigrati modificando lo statuto, ma non ne argomenta le motivazioni. Conseguentemente ha una portata ridotta, con il valore di minaccia o avvertimento sul fatto che le Amministrazioni statali ed in particolare l’Interno faranno tutto quello che possono fare per cercare di impedire che si arrivi all’attuazione delle norme statutarie che stanno per essere emanate.