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Francia – La distruzione della bidonville di Calais

Parigi – La Prefettura del Pas-de-Calais ha ordinato il 20 febbraio agli abitanti della “jungle” di andarsene “al più tardi” entro il 23 febbraio.

48 ore per sparire, svanire nel nulla, nella no-man’s land di quella che si è trasformata in una riserva di caccia per CRS (reparto celere della Francia) e nazi-fascisti. Le promesse di occuparsi e risolvere la situazione del ministro degli interni Cazeneuve è stata ripetutamente smentita dalla successione di accampamenti e dai morti di frontiera nella storia di Calais prima e dopo la chiusura di Sangatte.

Filo spinato e bulldozer sono gli strumenti di questa amministrazione come quelle precedenti, a Calais.
Cacciare via gli abitanti della bidonville distruggendo tutto quello che, nella precarietà e con i soli mezzi di recupero, è stato costruito appare inumano.

Nell’aprile 2015 è stato concesso ai migranti di installarsi in un’area insalubre, una discarica che è stata riciclata in accampamento con tende e ripari di fortuna. Poco a poco, con l’aiuto degli abitanti di Calais e di gruppi di volontari delle diverse e numerose associazioni solidali, una sorta di città si è formata con quartieri e comunità, servizi igienici e sanitari, infermeria, caffé, ristoranti, scuole e laboratori artigianali, atelier artistici, spazi di culto, magazzini per la vendita e depositi, un teatro e uno sportello giuridico.
La vita sociale è condivisa tra le diverse nazionalità e provenienze, migranti originari di paesi e culture differenti si sono ritrovati a organizzarsi per convivere invece di coabitare. Proprio per questo, demolire la bidonville di Calais diventa immediatamente una persecuzione. Si è trattato di fatto di un preciso intervento militare contro uno spazio dove la vita sociale si è organizzata oltre l’emergenza, cercando di oltrepassare una condizione estrema di violenza quotidiana decisa e orchestrata dai responsabili politici europei in questi ultimi vent’anni.

Possiamo ricordare e nominare tutti questi assassini che ripetono intenzionalmente gli stessi errori: evacuare e disperdere rifugiati e immigrati che attraversano il territorio francese, condannandoli al rischio e alla paura, mentre l’unica soluzione sarebbe quella di permettere loro di raggiungere i propri familiari in Gran Bretagna. Ma anche concedere l’asilo a quelli, pochi visto l’accoglienza che gli si riserva, che lo chiedono.

Certo, nessuno può avere come orizzonte per il futuro la vita in una bidonville immersa nel fango, ma non esiste neanche nessuna proposta accettabile per la dignità stessa dei migranti, né il Centre Jules Ferry, né il dormitorio-parcheggio con le torri di container – dove la vita di centinaia di persone ammassate in piedi o coricate è sorvegliata 24 ore su 24 secondo modalità degne di un campo di concentramento – possono garantire dignità e rispetto, sicurezza e benessere per i migranti. Queste non sono alternative alla “jungle“.

La politica della dissuasione con l’espulsione e l’allontanamento forzato nei CAO, Centri d’accoglienza e di orientamento chiamati “luoghi di tregua”, anticamere del respingimento nell’80% dei casi, rendono l’esistenza dei migranti ancora più dura e difficile.

Ora il pericolo per la loro permanenza sul territorio sarà aggravato e questa condizione di miseria e di degrado umano non provocherà altro che disperazione ed esasperazione, l’orrore si sostituirà all’errore politico commesso una volta di troppo. Rendere la vita impossibile ai migranti non può che provocare una situazione ancora più complessa da gestire con l’effetto di alimentare il risentimento e scatenare gli uni contro gli altri, “cittadini” contro rifugiati.
Nessuno è condannato a scegliere tra la “jungle” e la sua distruzione, siamo invece obbligati a costruire un futuro insieme ai migranti.

Leggi anche:
il documento del governo rispetto la situazione a Calais (fr)
le possibili alternative proposte dal governo (fr)

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