Né barriere, né esclusione: per un’Europa dell’accoglienza e dei diritti

Melting Pot seguirà le giornate di mobilitazione europee attorno al Primo Marzo che si svolgeranno sui confini e nelle città europee

Foto: Saverio Serravezza, Lesvos 2015

Chiunque, oggi, stia dalla parte di chi migra, perché comprende quali sono le motivazioni che spingono migliaia di persone a lasciare la propria terra per tentate di arrivare in Europa, sa che la strada sarà sempre più impervia. Di fronte alla più grande emergenza umanitaria dopo la Seconda Guerra Mondiale, che vede una diaspora di generazioni intere dai loro luoghi d’origine, le politiche europee hanno fallito due volte: la prima, perché non hanno garantito un accesso sicuro nel continente, ma si sono concentrate solo su come bloccare le partenze dei migranti stringendo accordi e sostenendo le dittature sull’altra sponda del Mediterraneo. La seconda, perché invece che assumere con responsabilità il portato delle tragedie e delle guerre in corso, e di conseguenza gestire il flusso delle persone in arrivo, assicurando il rispetto dei diritti fondamentali ed accoglienza, hanno abdicato al loro “ruolo guida” e rafforzato l’idea che ci fosse un’invasione e bisognasse reagire innalzando muri e barriere.

Il fallimento delle politiche europee in materia di immigrazione è perciò una voragine che lascia un enorme spazio al ritorno dei nazionalismi e del razzismo: questo fenomeno degenerativo sta dando vita ad una involuzione del dibattito che richiama ai periodi più bui della storia. Paesi che fino a pochi anni fa erano considerati intransigenti difensori dei diritti umani, oggi, per accontentare le retoriche securitarie e la pancia dell’elettorato, stanno proponendo leggi restrittive sul diritto d’asilo e annunciano espulsioni e deportazioni di massa, ripristinano i controlli sui confini nazionali oppure erigono reti metalliche e filo spinato.
La stessa Germania, considerata lo scorso anno da molti analisti come il paese più progressista poiché aveva messo in stand-by l’inefficace regolamento di Dublino, accogliendo la maggior parte dei migranti provenienti dalla rotta dei Balcani, a fine gennaio ha proposto una legge di restrizione del diritto d’asilo che se approvata limiterebbe per due anni il ricongiungimento familiare.

La fase è sicuramente cambiata e va preso atto che è difficile fare delle previsioni sulla velocità con le quali possono avvenire alcune evoluzioni: la produzione di pensiero critico e di iniziative di denuncia contro la fortificazione esterna dei confini europei e le prevedibili tragedie del mare avevano già messo fortemente in discussione l’ipocrita narrazione di un Europa accogliente e solidale. Le morti in mare erano tutte evitabili se le istituzioni europee avessero ascoltato gli appelli di apertura di un canale umanitario sicuro che erano giunti puntuali dalle organizzazioni sociali e dai cittadini europei. Le risposte però si erano sempre limitate a qualche parola di cordoglio ed a vuote cerimonie funerarie.

Oggi sono gli stessi Paesi membri che non fanno più nulla per nascondere quello che prima riuscivano a rendere invisibile tra le pieghe della normativa sull’immigrazione. Non si sente nessuna voce fuori dal retorico coro europeo che colpevolizza chi scappa da guerra e miseria: purtroppo si sta espandendo come una metastasi e se ancora non si rappresenta in tutte le sue potenziali orrorifiche sta comunque già minando alla base il patto sociale e l’idea umanitaria su cui si reggeva l’Unione Europea. In un quadro di questo tipo le scelte politiche alle quali dovremmo abituarci saranno fortemente incentrate sulla chiusura e avranno ricadute sul piano giuridico e sociale.

E’ perciò ancora più importante mettere a fuoco le forme articolate e molteplici che stanno resistendo alla disumanità attuale. Le iniziative di solidarietà, di accoglienza, di ripudio a questo sistema dell’esclusione forzata sono le uniche risposte che possono generare un’onda di contrasto e rigenerare un clima sociale e politico diverso nel quale ci sia spazio per i diritti di tutti e tutte.

Non resta quindi che provare ad ascoltare la voce e gli appelli di quelle realtà che sono dalla parte dei migranti e che stanno praticando forme di resistenza ed iniziative di solidarietà e farle divenire un coro plurale di prese di parola pubblica, di proteste e manifestazioni. Non si parte da zero in questo, anzi, esistono molteplici esperienze di attivismo che quotidianamente operano a fianco dei migranti e che intrecciano solidarietà, lotte per la libera circolazione e speranza: dalle isole greche alle zone di confine, dai quartieri delle metropoli fino ai piccoli paesini. Va trovato il modo di raccontarle e di rafforzarle: dalle reti di mutualismo fino alle lotte per ottenere i diritti di cittadinanza esiste una fitta di rete di soggetti che si organizza per sopperire alle falle di un sistema che sta fallendo. Tutto ciò rappresenta una narrazione comune di impegno e solidarietà, di proposta e attivazione sociale che nasce dal basso e che sta già producendo un altro mondo, un’altra società.

Come Progetto Melting Pot Europa proveremo a fare la nostra parte dando spazio e risalto a tutte quelle iniziative e mobilitazioni che nelle prossime settimane si daranno in Europa, in Italia e sui confini della Rotta dei Balcani.
Da sabato 27 febbraio, giornata europea di mobilitazione sui confini e nella città europee, fino alla giornata del 1° marzo e oltre, daremo parola e visibilità a coloro che non si stanno abituando alla miseria e non ritengono ineluttabile questo presente.

Redazione

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