400.000 rohingya in fuga dalla pulizia etnica in Myanmar

Paloma Almoguera, El País - 17 settembre 2017

Photo credit: Allison Joyce (Getty)/Atlas

Ramjam Begum si accascia al suolo non appena mette piede a riva. Ha così poche forze da non riuscire a tenere in braccio il suo bambino, e passa il piccolo a suo marito. Non può trattenere le lacrime, e non riesce a pronunciare parola. È appena arrivata sull’isola di Shapuree (Bangladesh) a bordo di un peschereccio squarciato, assieme a più di venti adulti e decine di bambini. Tutti esausti e terrorizzati. Tutti in fuga da una morte certa per mano dell’Esercito birmano, che giorni fa ha dato fuoco al loro villaggio, sparandogli alle spalle quando hanno iniziato a correre per salvarsi la vita. Gli hanno urlato di andarsene perché “non sono di lì”. Perché sono rohingya, una delle minoranze più emarginate al mondo.

Sullo sfondo, ad appena un chilometro di distanza, un’immagine basta a spiegare la fuga di Ramjam: diverse colonne di fumo sporcano il cielo sulle coste del Myanmar (antica Birmania), separato da Shapuree dalla foce del fiume Naf, frontiera naturale tra i due paesi. Sono i loro villaggi a bruciare. Il loro passato avvolto dalle fiamme. L’imponente fumata manda lancia un messaggio chiaro ai rohingya: non tornate. Non siete i benvenuti.

Non abbiamo mai avuto libertà, abbiamo sempre vissuto nel terrore. Ci torturano in diversi modi”, farfuglia Ramjam, che solo ora si accorge del fatto che il suo viso è rimasto scoperto. Timida, si copre il volto con un velo nero, lasciando intravedere gli occhi. Di fede musulmana, i rohingya sono emarginati e perseguitati da decenni in Myanmar, paese a maggioranza buddista che ancora non li riconosce come una delle sue 135 etnie ufficiali malgrado, da secoli, vivano nello stato occidentale di Rajine (oggi conosciuto come Arakan), confinante con il Bangladesh, un paese in cui il 90% della popolazione professa la religione musulmana. Trincerandosi dietro il fatto che si trattava di immigrati irregolari bengalesi, nel 1982 il Myanmar negò loro la cittadinanza; quella fu la loro condanna all’ostracismo e alla privazione di diritti basilari come l’educazione o il lavoro. Ma dallo scorso 25 agosto, data in cui i ribelli del cosiddetto Esercito di Salvezza Rohingya di Arakan (ARSA, secondo l’acronimo in lingua inglese) hanno lanciato un’offensiva contro caserme militari e posti di polizia birmani, sono anche vittima di un massacro di rappresaglia, nel bel mezzo di quella che il Governo del Myanmar presenta come una campagna contro “forze terroriste”.

L’ONU ha lanciato l’allarme su quella che ritiene possa diventare una pulizia etnica da manuale. Stima che circa 1.000 persone abbiano perso la vita, e che altre 400.000 (401.000 secondo l’ultimo censimento), nel mentre, siano fuggite verso il Bangladesh. Un esodo senza precedenti.

Nel paese si moltiplicano le testimonianze dei sopravvissuti, che raccontano come militari e gruppi di buddisti abbiano stuprato e ucciso i propri cari a colpi d’arma da fuoco e colpi di machete. Bruciati vivi. Human Rights Watch (HRW), che attraverso immagini satellitari ha individuato dei villaggi carbonizzati a nord di Rajine, dichiara che “vengono deliberatamente incendiati dall’Esercito birmano”. Si tratta, osserva, di una delle tattiche principali della “campagna di pulizia (etnica, n.d.t.)” contro questa minoranza. Amnesty International è concorde: “Si sta riscontrando un modello definito e sistematico di abusi. Le forze di sicurezza circondano un villaggio, sparano alle persone, che fuggono prese dal panico, e dopo radono al suolo le loro case. In termini giuridici, si tratta di crimini di lesa umanità: attacchi sistematici ed espulsioni forzose di civili”, sottolinea Tirana Hassan, di Amnesty International.

Aggressioni continue a causa delle quali, a tre settimane dall’inizio della crisi, si calcola che decine di migliaia di persone passino ancora, ogni giorno, la frontiera con il Bangladesh, soprattutto attraverso il fiume Naf. L’ONU avverte che nelle prossime settimane il numero dei rifugiati potrebbe duplicarsi; se così fosse, la popolazione rohingya di Rajine, stimata in circa un milione di persone prima di un’altra ondata di violenza di minore entità registrata a fine 2016, sarebbe decimata.

Finché in Myanmar ci saranno rohingya, continueranno ad incendiare i villaggi”, osserva Hussein da Shapuree, dove si proclama unico addetto ai barconi che fanno la spola dalla sponda birmana per portare in salvo quelli che scappano. Per la “modica” cifra di circa 4.000 kyats (moneta del Myanmar) a testa, all’incirca 40 euro. Una fortuna per una comunità che non dispone di risorse economiche, fattore che preclude il passaggio alle famiglie sprovviste di uno stipendio. Senza discutere dell’etica della sua attività, Hussein, anch’egli rohingya, sostiene che lui stesso ha ancora dei familiari in Myanmar, e garantisce che continuerà a portare altri “connazionali” fino alle sponde del Bangladesh.

Questa è la situazione. Appena un’ora dopo l’approdo del barcone di Ramjam se ne avvicinano altri due, scossi con violenza dalla mareggiata. Da essi balzano in acqua, con difficoltà, dozzine di donne, bambini e anziani, che scaricano come possono sacchi di riso, alcune bottiglie d’acqua e sacche di vestiti e altri effetti personali. Tra quelli che scendono per primi c’è una minuta donna sull’ottantina che, arrivata a riva, non riesce a tenersi in piedi e finisce per cadere a terra, esanime. Era già malata, raccontano, e dopo il viaggio ha bisogno di riposo. Dopo una settimana di tortuoso cammino dai loro villaggi, anch’essi rasi al suolo dalle fiamme, hanno trascorso due giorni all’aperto in attesa che arrivasse il barcone. Nonostante il dramma, ringraziano la loro sorte: la gente del posto che assiste i nuovi arrivati racconta loro che il giorno prima una donna è morta affogata nello scontro tra il suo barcone e un’altra imbarcazione.

Tutti si accingono ad avviarsi nell’entroterra di Cox’s Bazar, distretto cui appartiene l’isola, perché è lì che operano le ONG e le agenzie dell’ONU. Appena venti chilometri di strada ai cui margini è riversata la stragrande maggioranza dei quasi 400.000 nuovi arrivati, oltre agli altri 300.000, approssimativamente, che a causa delle tensioni che persistono a Rajine da diversi anni, già da tempo vivono nei due campi profughi ufficiali di Katupalong e Balu Khali. Lo scenario è desolante: maree di famiglie vaganti, alla ricerca di un riparo, che con sacchi di plastica e bambù tirano su decine di migliaia di tende di fortuna, ai cigli della strada o sulle colline. Bambini malnutriti, anziani affamati. Centinaia di migliaia di persone in balia degli aiuti umanitari, questi ultimi sopraffatti dinanzi ad un’affluenza di rifugiati senza precedenti nella zona.

Stiamo rispondendo ai bisogni più urgenti, nei limiti delle nostre capacità e risorse (…) Ma non potremo soddisfarli senza il sostegno aggiuntivo dei donatori”, evidenzia in un comunicato Ikhtiyar Aslanov, capo-delegazione della Croce Rossa Internazionale in Bangladesh.

A Cox’s Bazar da ormai dieci giorni, Abdul Kadir dà testimonianza delle problematiche quotidiane. “Non abbiamo cibo. L’ultima volta che abbiamo ingerito qualcosa è stata ieri sera, perché alcuni buoni samaritani ci hanno dato del denaro per comprarlo”, afferma l’uomo, sessantenne, che a Rajine lavorava come professore visto che era tra i pochi, nel suo villaggio, ad aver completato l’istruzione secondaria. Kadir è fuggito 13 giorni fa assieme alla sua famiglia e a decine di vicini, dopo che l’esercito ha dato fuoco alle loro case. “Non siete di questo paese. Se non ve ne andate, vi uccideremo

”, così li hanno minacciati mentre appiccavano le fiamme. Undici loro compagni di viaggio sono morti, uccisi dagli spari delle forze di sicurezza. Durante la fuga, riferisce che in tutti i villaggi hanno incontrato cadaveri carbonizzati e massacrati. Un inferno lasciato alle spalle, ma un futuro non proprio promettente davanti a sé.

Quello che vogliamo è tornare nella nostra patria”, afferma Kadir. Sa che la durata della sua permanenza in Bangladesh – che, sebbene abbia già avvertito dell’insostenibilità della situazione, per il momento apre le sue porte ai rohingya – è del tutto incerta. Sconfortato, ammette che tornare in Myanmar è ancora un traguardo impensabile. “Farlo ora sarebbe un suicidio”.