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Morti di confine nel Mar Mediterraneo: cosa possiamo imparare guardando ai dati più recenti

Elias Steinhilper e Rob Gruijters, Border Criminologies - Blog - marzo 2017

Photo credit: Proactiva Open Arms

traduzione di Alessandro Cesa

Il termine “crisi dei rifugiati” è usato quasi esclusivamente facendo riferimento al numero degli arrivi di migranti e all’incapacità dell’UE di riceverli, piuttosto che nell’ottica dei rischi e delle sofferenze affrontate da persone che scappano da guerre e miseria.

Secondo la rappresentazione predominante di questo fenomeno, la “crisi dei rifugiati” è iniziata nella primavera del 2015, ha raggiunto il suo apice nell’estate e nell’autunno del 2015 ed è gradualmente diminuita a partire dalla chiusura della Rotta Balcanica e dall’implementazione dell’accordo tra UE e Turchia nel marzo 2016.

La narrazione dominante della crisi ha avuto l’effetto di oscurare la vera crisi umanitaria, che continua imperterrita in Europa alle frontiere marittime del Mediterraneo. Il numero annuale di morti alla frontiera è cresciuto in modo continuo negli ultimi tre anni, arrivando a più di 5.000 morti solo nel 2016, un numero mai registrato prima.

Ciò nonostante, il dibattito su immigrazione e morti dei migranti, fortemente polarizzato e politicizzato, è spesso privo di una comprensione più profonda del tasso di mortalità legato alle migrazioni.

Le reazioni agli incidenti che coinvolgono i migranti provengono tanto dai legislatori che dall’opinione pubblica e i dati empirici sono spesso assenti o presentati in maniera selettiva e fuorviante. In questo articolo, presentiamo un’analisi di dati ricavati da una serie di fonti nuove e recenti sugli arrivi e sulle morti di migranti, relativi al periodo tra il 2010 e il 2016. Cercheremo di affrontare le tre domande qui di seguito:

Come cambia il numero delle morti tra le varie rotte migratorie e come varia nel tempo?
Come cambia il rischio connesso all’attraversamento dei confini tra le varie rotte migratorie e nel tempo?
Le attività di Ricerca e Soccorso (Search And Rescue, SAR) incoraggiano i migranti ad intraprendere un numero maggiore di traversate e con modalità più rischiose (ipotesi c.d. del ‘fattore di attrazione’, “pull factor”)?

Le conclusioni qui presentate sono ricavate da uno studio più ampio, che è disponibile su richiesta. Nell’articolo sono inoltre forniti anche i link ai relativi dati e modelli analitici per i ricercatori che volessero replicare i nostri risultati o condurre ricerche ulteriori.

Domanda 1: Come cambia il numero delle morti nelle varie rotte migratorie e come varia nel tempo?

Nel 2016, più di 5.000 migranti sono morti nel tentativo di raggiungere l’Europa via mare. Si tratta del numero più alto mai registrato, che porta il bilancio complessivo delle morti avvenute tra il 2000 e il 2016 a 31.799. La Figura 1 mostra che la maggior parte di queste morti sono avvenute nell’ambito della rotta migratoria centrale, che comprende per esempio le rotte migratorie verso l’Italia e verso Malta.

Figura 1: Morti di migranti nell’area del Mar Mediterraneo per anno e rotta, 2000-2016
Fonte: The Migrant Files (2000-2013) and the Missing Migrant Project (2014-2016)

La figura qui sopra mostra inoltre che il numero di morti è variato molto fra le diverse rotte migratorie e nel tempo. Per esempio, mentre il 2010 è stato un anno con una mortalità relativamente bassa, il 2011 ha visto un enorme incremento, in particolare sulla rotta centrale. Negli ultimi tre anni (2014-16) il numero di morti registrate è rimasto molto alto in maniera costante.

Domanda 2: Come cambia il rischio legato all’attraversamento dei confini nelle varie rotte e nel tempo?

Parte delle variazioni nel numero di morti, considerate sia in base all’anno che in base alla rotta, è dovuta alle fluttuazioni nel numero degli arrivi di migranti. Il numero complessivo di morti in una certa area geografica o in un certo periodo di tempo, pertanto, non fornisce di per sé molte informazioni sul rischio concretamente connesso all’attraversamento. Incrociando i dati sulle morti e quelli relativi al numero di arrivi, possiamo calcolare l’entità del rischio relativo, o il tasso di mortalità dei migranti (migrant mortality rate, MMR): vale a dire il numero registrato di morti e dispersi su 1.000 tentativi di attraversamento (si veda anche Carling 2007). Le conclusioni, per rotta migratoria, sono illustrate nella Figura 2.

Figura 2: Tassi di mortalità dei migranti in base all’anno e alla rotta
Fonte: The Migrant Files (2010-2013), the Missing Migrant Project (2014-2016) and Frontex

La figura 2 mostra che i tassi di mortalità differiscono molto in base alla rotta migratoria. La rotta orientale si è caratterizzata in maniera uniforme come la meno pericolosa, mentre quella centrale è risultata la più pericolosa. Nel 2015, il rischio di morire sulla rotta centrale è stato 19 volte più alto che sulla rotta orientale (15.4 vs 0.83 morti ogni 1000 attraversamenti). Non abbiamo riscontrato invece un chiara tendenza temporale legata al tasso di mortalità complessivo.
Sembra invece che l’attraversamento abbia sempre presentato un rischio alto e costante, in particolare se considerate le rotte migratorie centrali e occidentali.

E’ particolarmente preoccupante il fatto che il tasso di mortalità relativo alla rotta centrale risulta essere aumentato in maniera considerevole nel 2016, anno che ha visto anche un numero relativamente alto di arrivi. Nel corso di quest’anno, 26 migranti su 1.000 (o 1 su 39) non sono sopravvissuti al tentativo di raggiungere l’Italia o Malta. Il tasso di mortalità totale più basso è stato registrato nel 2015, principalmente in vista del fatto che l’alto numero di arrivi durante quest’anno si era concentrato nella rotta tra Turchia e Grecia, comparativamente più sicura (si veda in merito anche il rapporto dell’IOM).

Domanda 3: Le attività di Ricerca e Soccorso (Search And Rescue, SAR) incoraggiano i migranti ad intraprendere più attraversamenti e con modalità più rischiose (ipotesi c.d. del ‘fattore di attrazione’, “pull factor”)?

Uno degli argomenti più controversi all’interno del dibattito sull’immigrazione riguarda il ruolo delle attività di Ricerca e Soccorso (SAR) come un potenziali “fattore di attrazione” (pull factor) per i flussi di immigrazione irregolare.

Svariati leader politici, inclusi rappresentanti politici UE, hanno sostenuto che la presenza di imbarcazioni impegnate in operazioni di salvataggio in prossimità delle coste libiche funga “da magnete” o, addirittura, da “ponte” per l’Europa”, invitando i trafficanti a mandare sempre più migranti su barche sempre più insicure e portando, dunque, ad un aumento del numero totale di morti. In tempi più recenti, questa posizione è stata espressa anche in una comunicazione (segreta) dell’agenzia Frontex, ottenuta dal Financial Times, in cui si criticavano le operazioni di soccorso eseguite dalle ONG.
Altri hanno fortemente criticato queste affermazioni, sostenendo invece che è l’insufficienza delle risorse devolute alle operazioni di Ricerca e soccorso a far aumentare il numero di morti e che le migrazioni sono causate da fattori slegati dalle operazioni SAR. (

Nella nostra analisi ci concentriamo sulla rotta del Mediterraneo centrale, dove avviene la maggior parte degli incidenti e delle morti. Negli ultimi anni è possibile identificare tre diverse fasi delle attività di SAR in quest’area.
Mare Nostrum (ottobre 2013 – ottobre 2014) è stata una missione SAR di vasta portata, con un espresso intento umanitario, guidata dalla Marina Italiana. Durante il suo periodo di operatività, la missione ha soccorso circa 130.000 persone, spesso tramite operazioni effettuate vicino alle coste libiche (Marina Militare Italiana, 2014).

In seguito alle critiche delineate sopra, l’operazione Mare Nostrum è stata interrotta e sostituita dalla nuova operazione di Frontex: Triton.
L’operazione Triton era principalmente una missione mirata alla difesa delle frontiere dell’UE e non espressamente intesa come una missione di Ricerca e Soccorso (Andersson 2014). Inoltre, essa aveva un budget ed un’area SAR notevolmente ridotti rispetto a quelli di Mare Nostrum.
In seguito a due importanti incidenti avvenuti nell’aprile del 2015, Triton è stata considerevolmente espansa (Triton II). Nello stesso periodo, alcune ONG hanno iniziato ad effettuare operazioni di Ricerca e Soccorso nella relativa area, con la conseguenza che nel giugno 2016 le risorse devolute alle operazioni di soccorso erano tornate ai livelli di Mare Nostrum.

Al fine di vagliare l’ipotesi del “fattore di attrazione”, abbiamo comparato il periodo di bassa intensità delle operazioni SAR (novembre 2015 – maggio 2015, subito dopo la chiusura dell’operazione Mare Nostrum e prima dell’intensificazione dell’operazione Triton) al periodo precedente e successivo, durante i quali è stato registrato un numero comparativamente alto di operazioni SAR. Essendo i movimenti migratori legati alla stagione (ci sono più arrivi in estate che in inverno, a parità delle altre condizioni), abbiamo analizzato solamente gli arrivi avvenuti in mesi equivalenti (novembre 2013 – maggio2014 e novembre 2015 – maggio 2016). Se è vera l’ipotesi per cui le operazioni SAR incoraggiano gli arrivi ed aumentano il rischio ad essi connesso (a causa del sovraffollamento dei barconi e dell’utilizzo di imbarcazioni di qualità inferiore), sarebbero da attendersi un numero maggiore di arrivi ed un più alto rischio di mortalità nei periodi ad alta intensità di operazioni SAR.

Figura 3: Numero totale di arrivi (sinistra) e tasso di mortalità (destra) per periodo di Ricerca e Soccorso (SAR)

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Nota: Gli arrivi (sinistra) sono basati solo su mesi equivalenti (Mare Nostrum: novembre 2013 – maggio 2014, Triton I: novembre 2014 – maggio 2015, Triton II: novembre 2015 – maggio 2016). Tassi di mortalità (destra) basati sull’intero periodo (Mare Nostrum: ottobre 2013 – ottobre 2014, Triton I: novembre 2014 – maggio 2015, Triton II: giugno 2015 – dicembre 2016)

I risultati (Figura 3) mostrano che il numero di arrivi nei periodi a più alta intensità di operazioni SAR non sono più alti che nei periodi equivalenti a bassa intensità SAR, come vorrebbe l’ipotesi del fattore di attrazione. Di fatto, gli arrivi sono stati maggiori nei periodi a bassa intensità di operazioni SAR. Possiamo inoltre osservare che il tasso di mortalità è stato considerevolmente più elevato nel periodo a bassa intensità di operazioni SAR (Triton I) rispetto ai periodi precedenti e successivi.

L’alto tasso di mortalità durante l’operazione Triton I è principalmente dovuto ai due grandi incidenti avvenuti il 13 e 18 aprile 2015, con perdite stimate rispettivamente tra i 400 e 750 morti. Tuttavia, non sarebbe opportuno considerare questi due incidenti come delle eccezioni slegate dall’assenza di risorse devolute alle operazioni di Ricerca e Soccorso.

L’eccellente rapporto investigativo “Death by Rescue”, prodotto dal dipartimento di Oceanografia Forense dell’Università di Londra, analizza le circostanze di entrambi gli incidenti, usando varie fonti che includono fotografie, interviste con i sopravvissuti e con membri degli equipaggi delle navi che hanno prestato soccorso, dati statistici, localizzazioni satellitari e rapporti interni prodotti dalle autorità nazionali. Il rapporto giunge alla conclusione secondo cui le morti sarebbero potute essere evitate, laddove fosse stata in atto una missione SAR più intensiva: “La politica di ritirata [dell’UE] dalle operazioni SAR a guida statale ha spostato il peso di operazioni di soccorso estremamente pericolose sulle grandi navi mercantili, inadatte a condurle. In questo modo, le agenzie e i legislatori UE hanno consapevolmente creato le condizioni che hanno portato ad enormi perdite di vite umane nei naufragi di aprile”.

Nel complesso, questi risultati suggeriscono fortemente che le operazioni SAR hanno l’effetto di ridurre il rischio di mortalità (o, al contrario, che l’assenza di operazioni SAR porta ad un numero più elevato di morti), con un impatto minimo o nullo sul numero di arrivi.

Conclusioni

I nostri risultati dimostrano la continua incapacità delle autorità Europee di fornire una risposta esaustiva alla crisi umanitaria. Più di 30.000 persone, in maggior parte giovani, sono morte negli ultimi 16 anni e non sembra che ci si stia lontanamente avvicinando ad una risoluzione del problema. Combattuta tra i suoi obblighi morali e legali nei confronti dei rifugiati e l’intento di mantenere il controllo sui suoi confini esterni, la politica di frontiera dell’UE è stata sia incongruente che inefficace. Ne segue che la crisi umanitaria nel Mediterraneo sta peggiorando e, date le attuali circostanze geopolitiche, è lontana dal concludersi nel prossimo futuro.


Leggi anche questo articolo: Steinhilper, E. and Gruijters, R. (2017) Border Deaths in the Mediterranean: What We Can Learn from the Latest Data. Available at: https://www.law.ox.ac.uk/research-subject-groups/centre- criminology/centreborder-criminologies/blog/2017/03/institutional (Accessed [date])