Per noi il DdL Salvini è inaccettabile

Comunicato della Rete RiM (Ricercatrici e Ricercatori sulle Migrazioni) - Veneto

Photo credit: Claudio Colotti (Roma, 10 novembre manifestazione Uniti e solidali contro il governo, il DL Salvini e il razzismo)

Il “Decreto Salvini”, entrato in vigore il 5 Ottobre del 2018, rappresenta l’ultima tappa, in ordine di tempo, di un percorso di progressiva sottrazione di riconoscimento e diritti alle persone immigrate. Questo percorso si fa esplicito più di quindici anni fa, con l’emanazione della legge Bossi-Fini, ma in realtà ha inizio in precedenza.

Le prime politiche migratorie realizzate dai governi italiani tra la seconda metà degli anni Ottanta e i primi anni Novanta del XX secolo cominciano a recepire infatti, con estremo ritardo, la normativa internazionale sul diritto d’asilo e definiscono in maniera vaga lo status giuridico di chi fa ingresso in Italia. La legge Turco-Napolitano del 1998, poi confluita nel Testo unico sull’immigrazione, rappresenta senza dubbio un passo avanti in termini di garanzie e diritti per le persone immigrate ma, allo stesso tempo, è espressione di alcune visioni di fondo che segneranno, in senso regressivo, le fasi successive delle politiche migratorie italiane. Questa norma presenta evidenti criticità: dà per scontato il nesso tra sicurezza e immigrazione; vincola sensibilmente la regolarità del soggiorno alla disponibilità di un lavoro, non prevedendo peraltro un permesso per “ricerca occupazione”; legittima giuridicamente la detenzione amministrativa di coloro che si trovano in una condizione di irregolarità; introduce in maniera ambigua la nozione di “integrazione”.

Quanto accade dopo, dunque, non rappresenta una vera e propria svolta in direzione escludente, ma l’inasprimento e l’estremizzazione di tendenze già in atto. La legge Bossi-Fini del 2002 aggiunge importanti tasselli al processo di criminalizzazione delle persone immigrate e inasprisce il legame tra “contratto di soggiorno” e condizione lavorativa. La stagione successiva dei Pacchetti sicurezza, di centro-sinistra e di centro-destra, sancisce la definitiva affermazione, nel diritto e nel senso comune, del legame inscindibile tra sicurezza e immigrazione, che si concretizza soprattutto a livello urbano. La strada per le azioni dei – già attivi – sindaci “sceriffo” viene spianata, incoraggiando – di diritto e di fatto – l’introduzione di ordinanze escludenti, emanate con il pretesto di garantire “ordine pubblico e decoro” e rivolte a segmenti specifici della popolazione. Allo stesso tempo, sono introdotti ostacoli burocratici alla regolarità del soggiorno, entra in scena il reato di immigrazione clandestina, sono sanciti gli “accordi di amicizia” tra i governi italiano e libico, che costituiscono il preludio ai, e il principale fattore di legittimazione dei, respingimenti in mare. Infine, mediante l’introduzione del cosiddetto “Accordo di integrazione”, entrato poi in vigore nel 2012, si completa il percorso di traduzione in norma giuridica di una visione differenzialista e culturalista dei processi di integrazione.

I Decreti – successivamente convertiti in legge – promossi e firmati dai ministri Minniti e Orlando non fanno che confermare la tendenza qui descritta: i poteri conferiti agli amministratori locali sono nuovamente potenziati; i diritti delle/dei richiedenti asilo sono contratti (per esempio abolendo il secondo grado di appello in caso di diniego); i respingimenti in mare, diretti e “per procura” alle autorità della Libia, diventano uno strumento ordinario di controllo degli ingressi; l’operato delle organizzazioni non governative che prestano soccorso nel Mediterraneo viene criminalizzato, legittimando anche una crescente stigmatizzazione negativa nei confronti di chiunque svolga attività di volontariato a supporto delle persone migranti; il lavoro – gratuito – per richiedenti asilo e rifugiati viene presentato come uno strumento di integrazione.

Se con il Testo unico sull’immigrazione la figura giuridica della persona immigrata sembrava aver trovato una definizione chiara e un grado sufficiente di garanzia legale, quanto accaduto negli anni successivi ha mostrato invece, in maniera netta, l’illusorietà di questa apparenza. Tratti autoritari e regressivi, almeno in potenza, sono connaturati fin dalle origini alle politiche migratorie italiane: alle persone immigrate è negata l’autonomia ed è riservato un trattamento che oscilla tra il paternalismo e la diffidenza.

Il Decreto Salvini si inserisce nel percorso qui brevemente delineato accelerando però, bruscamente, alcune tendenze già in atto. La cancellazione del permesso di soggiorno per motivi umanitari e la sua sostituzione con titoli dal contenuto più specifico e a tratti vago, che limitano fortemente l’accesso alla protezione internazionale; la negazione del diritto all’iscrizione anagrafica alle/ai richiedenti asilo e la loro esclusione dai programmi Sprar; l’estensione dei periodi di trattenimento negli Hotspots e nei Centri per il rimpatrio; lo slittamento di fondi dall’assistenza alle espulsioni rappresentano iniziative dai toni e dai contenuti così esplicitamente escludenti da segnare un punto di svolta nel processo di attacco, legale e amministrativo, alle persone immigrate.

Sui dettagli e sulle implicazioni del Decreto Salvini sono state pubblicate, nelle scorse settimane, rigorose e autorevoli analisi da parte di singole/i studiose/i, attiviste/i e associazioni. Il Consiglio superiore della magistratura, peraltro, attraverso un parere articolato ha espresso un giudizio nettamente negativo circa la costituzionalità di importanti passaggi della norma. Non è quindi obiettivo di questo documento fornire ulteriori elementi interpretativi. Il quadro, al riguardo, è già chiaro.

Nel ruolo di studiose e studiosi di immigrazioni e di politiche migratorie intendiamo piuttosto prendere posizione sul Decreto Salvini e, in generale, sul modo in cui la mobilità umana verso l’Italia e l’Europa è stata “governata” negli ultimi decenni.

Vogliamo prima di tutto sottolineare che l’approccio emergenziale seguito dai diversi governi succedutisi negli anni, oltre a essere formalmente e sostanzialmente inadeguato rispetto a un fenomeno che si configura come strutturale, sia sintomo di una evidente irresponsabilità politica, attestando l’esplicita volontà di non riconoscere, nel rispetto delle norme internazionali, gli status e i diritti delle persone che esercitano la propria libertà di movimento. Da questo punto, di vista, del resto, il continuo ricorso a decreti e a strumenti amministrativi quali le circolari, impiegati allo scopo di “normare” in maniera rapida e opaca materie di conseguenza sottratte al dibattito politico e parlamentare, è emblematico.

Desideriamo poi puntare l’attenzione sulle politiche di “accoglienza” e “integrazione”, ribadendo come le modalità di confinamento e di segregazione spaziale in cui spesso si traducono, congiuntamente alla scarsità dei finanziamenti previsti al riguardo – erogati in prevalenza, peraltro, attraverso il meccanismo paradossale dei bandi a progetto -, rivelino il lato oscuro e l’ambiguità dei termini che le denotano, mostrandone il vero significato: “ricevere per contenere” e “incorporare in un tutto”. Le varie forme di “campo” che costellano ormai il territorio italiano, a questo proposito, stanno lì a ricordare, con la loro presenza volutamente sottratta allo sguardo della maggioranza della popolazione, cosa si nasconde dietro parole in apparenza neutrali e “tecniche”: disciplinamento e infantilizzazione più che risposta a bisogni materiali e costruzione di percorsi di emancipazione. Da una prospettiva simile, anche l’allungamento dei tempi di trattenimento nei Centri di permanenza per il rimpatrio, negli Hotspots e negli uffici di frontiera non fa che confermare la tendenza all’uso della detenzione in luoghi chiusi e isolati quale strumento di repressione dell’atto in sé di migrare – senza eccezione, va ricordato, nemmeno per i minori stranieri non accompagnati.

Riteniamo inoltre necessario segnalare come l’abolizione del permesso di soggiorno per motivi umanitari e la revoca del diritto all’iscrizione anagrafica e all’inclusione nei programmi Sprar nei confronti dei richiedenti asilo non facciano che produrre nuova “irregolarità” all’interno della popolazione immigrata, rendendo invisibili persone di fatto presenti sul territorio, ostacolando il loro accesso ai servizi sociali e sanitari, mettendole in una condizione di vulnerabilità rispetto allo sfruttamento da parte di datori di lavoro senza scrupoli e reti criminali, fomentando paure e razzismi e minando percorsi positivi attivati negli anni da molti comuni italiani. Gli interventi restrittivi rispetto all’acquisizione – e alla revoca – della cittadinanza vanno nella stessa direzione, esasperandola: anche chi, dopo anni di soggiorno “regolare”, e magari in seguito ad un ricongiungimento familiare, sembra prossimo al riconoscimento della piena appartenenza allo stato italiano vede la sua condizione precarizzarsi e farsi meno solida; allo stesso tempo, chi ha faticosamente ottenuto lo status di cittadina/o rischia, per effetto del decreto, che prevede la revocabilità di questa posizione giuridica, di esserne privato.

Ci preme infine evidenziare come l’istituzione di un elenco di “paesi di origine sicuri”, di “aree interne sicure” e di una “procedura per la domanda di protezione manifestamente infondata” violino le norme internazionali che regolano il diritto d’asilo e mettano seriamente a rischio l’incolumità di persone che, per effetto di queste iniziative, rischiano di essere deportate in paesi che riserveranno loro un trattamento tutt’altro che garantista e rispettoso dei diritti fondamentali.

Ci preoccupa, più in generale, come l’identificazione di soggetti potenzialmente pericolosi a causa della loro origine nazionale renda esplicita una tendenza sempre più palese alla profilazione del nemico pubblico, in un contesto che produce insieme irregolarità, capri espiatori e tensioni sociali sdoganando con crescente intensità forme vieppiù aggressive di razzismo.

Per le ragioni qui brevemente richiamate, quindi, esprimiamo il nostro più forte ed esplicito dissenso nei confronti del Decreto Salvini, del percorso politico che ha creato le condizioni per la sua emanazione e delle visioni sociali, culturali e geografiche che ne sono alla base. Nel ruolo di studiose e studiosi di immigrazioni e di politiche migratorie intendiamo perciò comunicare un segnale chiaro: chi fa ricerca in questo ambito non intende accettare che l’uso strumentale – o addirittura distorto – di dati e informazioni fornisca legittimazione a scelte normative tanto impresentabili sul piano etico e politico quanto dannose sul piano pratico. Ci impegniamo – ora e in futuro, guardando ben oltre la contingenza politica del momento – a mettere il nostro lavoro al servizio di una riflessione aperta, rigorosa e intrinsecamente critica delle politiche sull’immigrazione prodotte dall’attuale governo, da quelli che lo hanno preceduto e da quelli che lo seguiranno, al fine di produrre una società realmente aperta e capace di tutelare i diritti di chi la abita.

Lorenzo Bernini, Università di Verona, Dip. di Scienze Umane

Michele Bertani, Università di Verona, Dip. di Scienze Economiche

Francesca Campomori, Università Cà Foscari Venezia, Dip. di Filosofia e Beni Culturali

Adriano Cancellieri, Università Iuav di Venezia, Cattedra Unesco SSIIM

Daniela Cherubini, Università Cà Foscari Venezia, Dip. di Filosofia e Beni Culturali

Francesca Coin, Università Cà Foscari Venezia, Dip. di Studi Linguistici e Culturali Comparati

Alessandra Cordiano, Università di Verona, Dip. di Scienze Giuridiche

Marco Dalla Gassa, Università Cà Foscari Venezia, Dip. di Filosofia e Beni Culturali

Federica De Cordova, Università di Verona, Dip. di Scienze Umane

Francesco Della Puppa, Università Cà Foscari Venezia, Dip. di Filosofia e Beni Culturali

Omid Firouzi, Università degli Studi di Padova

Annalisa Frisina, Università degli Studi di Padova, Dip. FISPPA

Emanuela Gamberoni, Università di Verona, Dip. di Culture e Civiltà

Enrico Gargiulo, Università Cà Foscari Venezia, Dip. di Filosofia e Beni Culturali

Donata Gottardi, Università di Verona, Dip. di Scienze Giuridiche

Francesco Iannuzzi, Università Cà Foscari Venezia, Dip. di Filosofia e Beni Culturali

Claudia Mantovan, Università degli Studi di Padova, Dip. FISPPA

Sabrina Marchetti, Università Cà Foscari Venezia, Dip. di Filosofia e Beni Culturali

Giovanna Marconi, Università Iuav di Venezia, Cattedra Unesco SSIIM

Elena Ostanel, Università Iuav di Venezia, Cattedra Unesco SSIIM

Fabio Perocco, Università Cà Foscari Venezia, Dip. di Filosofia e Beni Culturali

Massimo Prearo, Università di Verona, Dip. di Scienze Umane

Igiaba Scego, Università Cà Foscari Venezia, Dip. di Studi Umanistici

Michela Semprebon, Università Iuav di Venezia, Cattedra Unesco SSIIM

Alessio Surian, Università degli Studi di Padova, Dip. FISPPA

Francesca Alice Vianello, Università degli Studi di Padova, Dip. FISPPA

Francesca Vianello, Università degli Studi di Padova, Dip. FISPPA