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Il Sahel, frontiera invisibile d’Europa

Un reportage di Oriol Puig da Niger, Mali e Burkina Faso - Cenozo, agosto 2019

Photo credit: Oriol Puig

«Abbiamo chiesto recentemente a un ministro europeo perché si fosse recato in Niger e ha risposto assicurando che “il Niger è nostro vicino, simbolicamente parlando”. Quindi è chiaro». In questa maniera velata, ma suggestiva, il capo missione dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), Martin Wyss, ammette l’esternalizzazione delle frontiere europee nel Sahel. L’ambasciatrice comunitaria nei Paesi, Denise-Elena Ionete, rifiuta questo concetto, ma riconosce l’importanza crescente del Niger nella questione migratoria.

Il Niger è il gendarme della migrazione clandestina verso l’Europa e dal 2015 sostiene le politiche europee di contenimento. É il prodotto dell’ossessione dell’UE di frenare i flussi di entrata sul suo territorio, nonostante il fatto che secondo l’ONU, la mobilità all’interno dell’Africa sia superiore – 70% – rispetto a quelli che si dirigono verso il vecchio continente.

La preservazione degli interessi economici nella regione, l’espansione del commercio di sicurezza e «il rifiuto atavico dell’Europa di formare delle società miste», secondo le parole dell’intellettuale maliana Aminata Traoré, fanno avanzare la strategia di restrizione dell’UE in questo settore. Si tratta di un meccanismo di controllo basato sul rafforzamento delle frontiere, l’incoraggiamento delle deportazioni e delle espulsioni piuttosto che l’utilizzo di fondi per la cooperazione per prevenire l’afflusso di persone.

Espulsioni arbitrarie e massicce

Alex saluta uno dei suoi compatrioti camerunensi quando arriva al centro di transito dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) di Agazed. È una delle oltre 40.000 persone espulse dall’Algeria verso la frontiera nigerina dal 2014.

Si stava recando a lavoro in una cava ad Algeri quando la polizia lo ha arrestato improvvisamente e senza preavviso. Gli hanno requisito tutto quello che aveva, compreso il suo cellulare, e lo hanno condotto a bordo di un autobus diretto verso una destinazione sconosciuta. Dopo diversi giorni di maltrattamenti fisici e umiliazioni, le forze di sicurezza lo hanno abbandonato in mezzo al deserto del Sahara con una decina di cittadini sub-sahariani. Da lì, hanno camminato una quindicina di chilometri fino al territorio nigerino dove li attendeva l’OIM. Per quanto lo riguarda, non ha mai voluto raggiungere l’Europa. Era sposato da 8 anni con una donna algerina ed era a suo agio e ben ambientato nel Paese, malgrado il razzismo che doveva affrontare quotidianamente. «Mia moglie mi aspettava a casa, ma ad oggi lei non sa dove sono. Ho insistito per poterle parlare, ma non me lo hanno permesso. Lei è incinta di due mesi e le voglio solo dire che sono vivo», dice col cuore spezzato.

L’OIM in discussione

Come lui, molti altri sono stati espulsi verso il Niger nel quadro dell’accordo di riammissione siglato da Algeri e Niamey nel 2014, che non riguarda solo i cittadini nigerini. In pratica, questo accordo si applica a tutte le persone provenienti dall’Africa sub-sahariana.

Per le organizzazioni sociali come Alternative Espaces Citoyens, le espulsioni sono una palese violazione del diritto internazionale e dei diritti umani fondamentali, poiché si tratta di deportazioni massicce e forzate, non comunicate in anticipo e, inoltre, svolte in condizioni precarie e disumane. Secondo il ricercatore burkinabè Idrissa Zidnaeba, l’OIM aiuta le vittime nel lato nigerino della frontiera e le invita a partecipare al suo programma di “ritorno volontario” che, per la maggior parte della società civile e degli esperti è «cinico» in quanto viene effettuato dopo un’espulsione forzata.

L’organismo internazionale sostiene di lavorare solo in contesti «volontari», ma evita di criticare pubblicamente le azioni dell’Algeria perché si tratta di «una questione delicata tra due Paesi sovrani» secondo Martin Wyss.

L’OIM, agenzia intergovernativa finanziata dalle potenze internazionali e legata all’ONU, smentisce la sua partecipazione ai convogli di deportazione, ma si occupa del trasporto dalla frontiera verso i Paesi di origine, in aereo o su strada.

Il Niger dispone di diversi centri di transito in cui collabora con l’UNHCR per identificare i richiedenti asilo e/o i potenziali rifugiati, operando secondo la visione di hotspot proposta dal Presidente francese Emmanuel Macron, inizialmente rifiutata dal governo nigerino, ma poi attuata. Le strutture che evacuano e proteggono i migranti, giocano un ruolo chiave nelle politiche di contenimento e si sviluppano in tutto il Sahel. Per alcuni militanti ed esperti, questa organizzazione svolge una doppia funzione: «da una parte accarezza e dall’altra colpisce», dice l’antropologo e missionario Mauro Armanino. Per il ricercatore dell’Università di Bamako Bréma Dicko, «è l’esecutore delle politiche europee», una sorta «di agenzia di deportazione» sotto l’egida dell’ONU.

In Mali, ad esempio, il ruolo dell’agenzia è diverso rispetto a quello che ha in Niger, dove tutti i meccanismi dell’agenzia si sono installati senza grandi difficoltà. In effetti l’importanza della diaspora maliana e le sue rimesse hanno impedito un’attuazione più incisiva delle attività dell’agenzia in Mali. Tuttavia i due Stati sono i maggiori beneficiari degli aiuti ufficiali europei del Fondo fiduciario di emergenza europeo per l’Africa, il principale strumento per tentare di «fronteggiare le cause profonde dell’immigrazione», dice. La società civile denuncia la condizionalità delle loro donazioni, il dirottamento dei fondi per l’eliminazione della povertà verso la sicurezza, e l’inefficacia degli stessi aiuti a causa dell’errato sillogismo tra migrazione e sviluppo. A tal proposito è stato dimostrato che «lo sviluppo intensifica la mobilità» e non viceversa, spiega Harouna Mounkila, direttore del gruppo di ricerca sulle migrazioni dell’Università di Niamey.

Inefficacia, pericoli e clandestinità

In Niger la legge 2015/36, approvata dal governo, ha criminalizzato la tratta e il traffico di esseri umani e ha portato ad una «grande repressione» in particolare nella parte nord del Paese, secondo la responsabile dell’agenzia incaricata della sua attuazione, Gogé Maimouna Gazibo. Secondo le autorità locali la persecuzione contro il sostegno alla migrazione ha smantellato le reti, imprigionato fino a 200 persone, confiscato decine di veicoli e inferto un duro colpo all’economia locale di Agadez. L’UE aveva promesso delle sovvenzioni per fornire delle alternative ai responsabili dell’attività migratoria, ma queste non sono ancora arrivate e anche se lo fossero sarebbero insufficienti e inefficaci. «Ci chiedono di aspettare dicendoci che il finanziamento arriverà, ma non ci danno che 1,5 milioni di FCFA per avviare un’attività quando noi guadagniamo questa cifra in una giornata. È troppo poco», dichiara Bachir, un vecchio trafficante che partecipa al programma di riconversione dell’UE.

Il malcontento nei confronti delle promesse non mantenute aumenta e la pazienza si sta esaurendo. «Il brusco blocco degli scambi commerciali senza tenere conto dei bisogni della nostra popolazione ha portato alla diffusione di rotte alternative che continuano il traffico in modalità più informali», afferma il vicesindaco di Agadez, Ahmed Koussa. Il traffico continua quindi, ma in modo meno visibile. «La persecuzione dello Stato spinge le persone ad intraprendere delle rotte più complicate, più rischiose e più costose», spiega il responsabile di Médecins Sans Frontières Francisco Otero. «Sulle rotte secondarie che non hanno punti d’acqua ci sono dei banditi armati e un piccolo guasto può essere fatale», dice Ahmed, un ex autista sulla rotta verso la Libia. Le strade si diramano verso il Ciad e soprattutto verso il Mali, dove recentemente si è osservato un notevole aumento di persone che si sposta nella città di Gao, passando da 7000 nel 2017 a 100.000 nel 2018, secondo i dati della Maison du Migrant. Questo dimostra che il pugno di ferro nei confronti della migrazione in Niger «sposta il problema in un altro Paese senza risolverlo», dice Sadio Soukouna, ricercatrice presso l’Istituto di Ricerca per lo Sviluppo (IRD).

C’è quindi un aumento esponenziale della tratta informale e dei rischi, tra i quali vi sono aggressioni, rapine, stupri o rapimenti da parte di gruppi armati o di banditi. «Sono spinti verso l’illegalità», afferma Otero. «Intercettano i loro veicoli e gli dicono che possono guadagnare del denaro se li seguono, e alcuni lo fanno. Altri, invece, vengono sequestrati contro la loro volontà e le loro famiglie devono pagare il riscatto. Nell’ultimo anno abbiamo liberato 14 persone», dichiara il militante Eric Alain Kamden.

La società civile ritiene inoltre che il rafforzamento delle frontiere attraverso controlli biometrici sofisticati e la diffusione di punti di sorveglianza sulle rotte violino il protocollo sulla libera circolazione dell’ECOWAS, ostacolino il proseguimento della storica mobilità interregionale e siano contrarie al passaporto continentale unico sul quale sta lavorando l’Unione africana (UA).

In Burkina Faso, per esempio, Moussa Ouédraogo, responsabile della ONG Grades, denuncia il fatto che il suo Paese è diventato una «pre-frontiera, al fine di bloccare la strada al più gran numero di persone possibile» prima che arrivino in Niger, e afferma che l’estensione dei controlli con il pretesto di lottare contro il terrorismo ha come unico scopo «l’intimidazione dei migranti».

Il governo nigerino sostiene di rispettare la libertà di circolazione nella regione e assicura che non esige altro che le persone siano munite di documenti di viaggio. Esprime soddisfazione, insieme all’UE, per la riduzione dei flussi di passaggio nel suo Paese, che si è ridotto del 90% rispetto al 2016, e ignora il richiamo alla clandestinità e alla deviazione delle rotte provocati dalle loro strategie. Inoltre, tra le persone espulse, rimpatriate o evacuate dai Paesi del Maghreb, alcuni resteranno nel loro Paese, ma molti altri riprenderanno il cammino, come Ibrahim, un senegalese che dopo aver vissuto in Libia ed essere stato esiliato in Algeria, conferma: «Io voglio tuttora andare in Europa, perché non volevo ritornare nel mio Paese. Dopo il mio rientro proverò nuovamente la rotta marocchina, proverò a saltare le recinzioni: devo riuscire o morire».

* Questa inchiesta fa parte del progetto di Alianza por la Solidaridad e Oriol Puig intitolato «Il Sahara, un deserto in movimento: oltre la frontiera sud e il mar Mediterraneo» (Esp) – (Eng)