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Respingimenti illegali e violenza alle frontiere. Regione balcanica, giugno 2021

Il rapporto di Border Violence Monitoring Network (traduzione integrale)

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Sommario generale

A giugno, il Border Violence Monitoring Network (BVMN [[BVMN è una rete di organizzazioni di controllo attive in Grecia e nei Balcani occidentali, tra cui No Name Kitchen, Rigardu, Are You Syrious, Mobile InfoTeam, Josoor, [re:]ports Sarajevo, InfoKolpa, Escuela con Alma, Centre for Peace Studies, Mare Liberum, Collective Aid e Fresh Response]]) ha documentato un totale di 30 respingimenti, che hanno coinvolto 1.073 migranti alle frontiere attraverso i Balcani. Il report illustra una serie di tattiche e violazioni dei diritti diverse che sono state integrate nel regime delle frontiere dell’UE.
Nel corso dell’ultimo mese, in Grecia ci sono stati significativi sviluppi. La presente pubblicazione tratta della violenza alle frontiere nella regione di Evros e nel porto di Patrasso, oltre all’impatto di una recente decisione giudiziaria che designa la Turchia come paese terzo sicuro per i richiedenti asilo provenienti da Siria, Afghanistan, Pakistan, Bangladesh e Somalia. Altre sezioni riguardano le proteste sull’isola di Samos per sensibilizzare sui respingimenti illegali e sul loro devastante impatto sui diritti umani, nonché sui casi di Moria 6 e Vial 15.
Il report esamina anche l’evoluzione della situazione in Romania, diventata paese di transito sempre più importante a causa dell’elevato grado di violenza al confine bosniaco-croato e della quasi impossibilità di attraversare il confine serbo-ungherese. Con l’aumento degli attraversamenti, aumenta anche il livello di violenza alle frontiere, compresi i respingimenti in Serbia.
A giugno in Croazia sono state pubblicate ulteriori prove video di respingimenti dalla Croazia alla Bosnia ed Erzegovina, che si aggiungono a un crescente archivio di materiale visivo relativo a questo confine che risale al 2018. Sempre a giugno, per cercare di evitare un respingimento, dei giornalisti hanno scortato una donna iraniana e i suoi due figli in una stazione di polizia, dove hanno espresso il desiderio di richiedere protezione internazionale in Croazia. Il fatto che l’accompagnamento da parte di mezzi di stampa nazionali sia ritenuto necessario per costringere la polizia a svolgere le dovute procedure ci rivela la natura sistematica dei respingimenti in Croazia e il grado di normalizzazione delle dilaganti violazioni dei diritti umani.
Per quanto riguarda la situazione in Serbia, la pubblicazione include un aggiornamento sulle condizioni nel campo di Sombor, dove sono state segnalate condizioni di sovraffollamento, disumane e non sicure. Anche la situazione in Bosnia ed Erzegovina è sempre più disastrosa, con la chiusura di Sedra, il campo per famiglie di Bihać. Inoltre, un recente suicidio nel campo di Lipa evidenzia l’impatto devastante del protrarsi degli sgomberi e della violenza alle frontiere sulla salute mentale dei migranti nel contesto dei campi e altrove all’interno del paese.
Il report si conclude con un aggiornamento sulle condizioni dei migranti in Italia, con focus particolare sull’aumento degli arrivi nell’ultimo mese, l’aumento delle forze dell’ordine e l’inasprimento delle restrizioni negli spazi pubblici.


Sommario

– Generale
Network di segnalazione
Metodologia
Terminologia
Abbreviazioni

– Tendenze nella violenza alle frontiere
Aggiornamenti da Evros
Violenza ai confini in Romania
Situazione a Patrasso

– Aggiornamenti sulla situazione

Grecia
Due processi storici per la criminalizzazione dei migranti: Moria 6 e Vial 15
Turchia dichiarata Paese Terzo Sicuro
Samos: protesta di 3 giorni contro i respingimenti e la violenza ai confini

Croazia
Video di respingimenti familiari vicino a Glinica
Gruppo di migranti supportato dai giornalisti per richiedere asilo
Il Center for Peace Studies risponde alle chiamate di aiuto

Serbia
Siti “giungla” a Sid
Analisi della situazione a Sombor

Bosnia ed Erzegovina
Suicidio a Lipa
Pattugliamenti urbani/chiusura di Sedra
Italia
Campi per la quarantena, armi nella zona di confine e proteste

– Glossario dei report, giugno 2021

– Struttura e contatti del Network


Generale
Network di segnalazione
BVMN è un progetto collaborativo tra più organizzazioni e ONG che lavorano lungo la rotta dei Balcani occidentali e in Grecia, documentando le violenze ai confini contro i migranti. I membri delle organizzazioni utilizzano un database comune come piattaforma per raccogliere le testimonianze di respingimenti illegali ottenute attraverso interviste.

Terminologia
Il termine pushback è una componente chiave della situazione che si è venuta a creare lungo i confini dell’UE (Ungheria e Croazia) con la Serbia nel 2016, dopo la chiusura della rotta balcanica. Pushback descrive l’espulsione informale (senza giusto processo) di un individuo o di un gruppo verso un altro paese. È in contrasto con il termine “deportazione”, che è condotta all’interno di un quadro giuridico. I pushback sono diventati una parte importante, anche se non ufficiale, del regime migratorio dei paesi dell’UE e di altri paesi.

Metodologia
Il processo metodologico delle interviste sfrutta lo stretto contatto sociale che i nostri volontari sul campo hanno con rifugiati e migranti per monitorare i respingimenti ai confini. Quando gli individui tornano con lesioni significative o storie di abusi, uno dei volontari addetti alla segnalazione delle violenze si siede con loro per raccogliere una testimonianza. Anche se la raccolta di testimonianze in sé si rivolge di solito ad un gruppo non più grande di 5 persone, i racconti possono riguardare anche gruppi di 50 persone. Le interviste hanno una struttura standardizzata che unisce la raccolta di dati (date, geo-localizzazioni, descrizioni degli agenti di polizia, foto di lesioni / referti medici, ecc.) a testimonianze delle violenze.

Abbreviazioni
BiH – Bosnia ed Erzegovina
HR – Croazia
SRB – Serbia
SLO – Slovenia
ROM – Romania
HUN – Ungheria
ITA – Italia
MNK – Macedonia del nord
ALB – Albania
GRK – Grecia
TUR – Turchia
EU – Unione Europea


Tendenze nella violenza alle frontiere

Aggiornamenti da Evros
Violenti respingimenti di migranti continuano a verificarsi nella regione di Evros con frequenza allarmante. A giugno 2021, BVMN ha registrato otto testimonianze di respingimenti dalla Grecia alla Turchia sul fiume Evros che hanno coinvolto oltre 840 persone. Nelle testimonianze continuano a comparire le tendenze precedentemente registrate in termini di violenza alle frontiere e tattiche utilizzate dalle autorità, ad esempio l’uso di cittadini di paesi terzi (TCN) per guidare le imbarcazioni attraverso l’Evros, spingendo le persone in mezzo al fiume o bloccandole su isolotti, il trattenimento di gruppi di migranti nei centri di detenzione nella regione di Evros, e l’uso di una violenza generalizzata.
Sembra emergere, tuttavia, una tendenza abbastanza nuova; agenti turchi che costringono le persone a rientrare in Grecia immediatamente dopo un respingimento dalla Grecia alla Turchia. Questa prassi era stata menzionata in precedenti relazioni degli ultimi mesi. In alcuni resoconti (vedi. 7.1, 7.2) è stata descritta anche la presenza ostile delle autorità turche sulle coste turche dell’Evros, persone lasciate intrappolate sugli isolotti per giorni, bloccate in una “terra di nessuno”. Questo ricorda in qualche modo ciò che i migranti hanno dovuto affrontare a marzo 2020 (vedi relazione speciale sull’argomento), quando molte persone sono rimaste intrappolate lungo l’Evros affrontando forti pressioni da parte delle autorità su entrambi i lati del confine.
Come classificare e affrontare le azioni delle autorità turche? Come possono essere comprese nel più ampio contesto dei respingimenti illegali che si verificano oltre confine in tutta la regione? Queste pratiche possono essere considerate pushback o si dovrebbe usare un framework/terminologia diversi? Dal punto di vista giuridico, ci si chiede se e come tali pratiche presentino una violazione del principio di non respingimento. La questione rimane aperta. Ciò che è chiaro, tuttavia, è che la violenza di Stato contro i migranti all’interno delle regioni frontaliere greco-turche è in corso, e fa parte di una più ampia tensione geopolitica tra i due Stati all’interno dei quali le persone sono troppo spesso utilizzate come pedine per promuovere le agende politiche nazionali.

Violenza ai confini in Romania
Il 29 giugno un migrante afghano è stato selvaggiamente picchiato in un cortile abbandonato di fronte a un supermercato di Timișoara. L’intervistato ha riferito che un’unità di polizia, che lui crede faccia parte della Jandarmeria Română, si è avvicinata ad un gruppo di uomini afghani e ha iniziato a picchiarli con i manganelli. La maggior parte degli uomini è scappata, l’intervistato si è fermato:
Non ho fatto nulla di male ed è per questo che mi sono fermato. Pensavo che la polizia in Europa mi avrebbe punito solo se avessi fatto qualcosa di male”.
Dopo l’attacco i volontari della ONG LOGS, hanno prelevato l’intervistato e lo hanno portato in ospedale. È stato in cura per un lungo periodo di tempo; gli è stata diagnosticata una lesione cerebrale ed aveva una profonda ferita sul lato sinistro della testa che aveva bisogno di punti. Riferendosi alla polizia il medico curante ha esclamato: “Questi animali devono essere fermati!“.
Questo incidente deve essere visto come parte di due tendenze più ampie. In primo luogo, la Romania sta diventando un paese di transito sempre più importante a causa dell’elevato grado di violenza al confine bosniaco-croato e della quasi impossibilità di attraversare il confine serbo-ungherese. Secondo i volontari locali di LOGS, l’anno scorso nel paese ci sono state oltre 6.000 richieste di asilo. Ma con l’aumento degli attraversamenti, è aumentato anche il livello di violenza alle frontiere, compresi i respingimenti in Serbia.
In secondo luogo, se Timișoara è stata recentemente elogiata come esempio di solidarietà locale, l’incidente si inserisce in un più ampio modello di repressione della polizia e di violenza interna a cui devono far fronte i migranti dalla Grecia alla Bosnia ed Erzegovina. Quando l’ospedale ha provato a segnalare l’incidente alla polizia per accertamenti, l’intervistato si è opposto, temendo un’ulteriore repressione o una possibile espulsione. La cartella clinica dell’intervistato è stata modificata per dimostrare che le ferite riportate erano state causate da una caduta da un’altezza di 1,50 metri. Questo indica la vulnerabilità dei migranti alla violenza della polizia, con conseguente e letterale insabbiamento dell’accaduto. È ormai chiaro che la disavventura dei migranti non finisce con l’attraversamento dei confini, e che le loro vite sono a rischio anche all’interno dei singoli paesi.

Situazione a Patrasso
La situazione a Patrasso rimane critica per i migranti. Quasi ogni giorno la squadra di No Name Kitchen (NNK) di Patrasso è testimone di storie di gravi violenze, perpetrate principalmente dalla polizia portuale o dalle guardie portuali. Le persone che vivono nelle fabbriche abbandonate vicino al porto hanno spiegato di aver subito diversi tipi di violenza. Molti di loro hanno riferito di essere stati intimiditi o morsi dai cani delle autorità portuali. In altri casi la violenza fisica perpetrata dagli agenti (principalmente con calci e pugni), ha reso necessarie delle cure mediche urgenti. Sebbene molte persone in fuga siano bloccate a Patrasso da mesi e anni e vivano in queste condizioni da così tanto tempo da considerare la situazione normale, è ovvio che i continui attacchi alla loro dignità, gli abusi fisici, i casi di profilazione razziale e le minacce incidono gravemente sulla loro stabilità psicologica.
Oltre al costante alto livello di violenza fisica all’interno del porto, il team NNK ha notato un aumento dei casi di detenzione arbitraria nel porto di Patrasso. Nonostante la maggior parte delle persone detenute sia rilasciata lo stesso giorno o il giorno successivo, vi sono stati anche casi in cui le persone sono state detenute per oltre un mese. Le persone trattenute sono per lo più adulti provenienti dall’Afghanistan o dall’Iran. In un caso specifico la polizia è entrata nel cuore della notte in una delle fabbriche abbandonate dove i rifugiati risiedono a Patrasso e ha svegliato le persone addormentate. Dopo aver controllato le nazionalità, hanno arrestato alcuni uomini provenienti dall’Algeria e dal Marocco. Le violenze subite al momento dell’arresto sono state spesso negate dalle autorità durante le detenzioni, poiché in molti casi nessun medico era presente e i lamenti di dolore sono stati ignorati.

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Lesioni subite da persone che hanno tentato di attraversare l’Adriatico (Fonte: Ariana Egle, No Name Kitchen)

Dal 3 al 5 giugno si è svolta nella città di Patrasso la “Regional Growth Conference 2021”, durante la quale sono stati visti molti agenti di polizia militare e agenti di sicurezza europea internazionale in tutta la città. A quanto pare, c’era anche un gruppo del Comitato europeo venuto a verificare la situazione dei movimenti migratori nella zona. In vista di questi eventi, gli agenti della polizia locale hanno avvertito le organizzazioni locali che sostengono la popolazione che vive nelle fabbriche abbandonate di non lasciare le fabbriche durante i giorni della conferenza. I migranti hanno riferito di essere stati minacciati di detenzione se fossero stati visti per strada.
Tuttavia, la violenza della polizia non è l’unico ostacolo per le persone che vivono a Patrasso. Nel corso di questo mese sono stati registrati informalmente diversi casi di respingimenti illegali dai porti italiani ai porti di Igoumenitsa e Patrasso. D’altra parte, ci sono state storie di persone che hanno raggiunto con successo l’Italia nell’ultimo mese. Grazie alla Rete Portuale Adriatica, una espulsione illegale di 3 persone, 2 provenienti dalla Siria e un’altra dal Marocco, è stata bloccata questo mese in un porto italiano. Queste persone stanno ora iniziando la procedura di asilo in Italia.

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Porto di Patrasso, dove molti migranti tentano il “game” per provare ad attraversare l’Adriatico e raggiungere l’Italia. Negli ultimi mesi il porto è stato luogo di violenti respingimenti e violenze della polizia. (Fonte: Ariana Egle, No Name Kitchen)

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Uno degli alloggi informali nel porto di Patrasso, dove vivono molti migranti che vogliono imbarcarsi su navi dirette verso l’Italia (Fonte: Ariana Egle, No Name Kitchen)


Aggiornamenti sulla situazione

Grecia

Due processi storici per la criminalizzazione dei migranti
Nell’ultimo mese si sono svolti due processi storici che indicano lo spostamento delle risposte statali alla migrazione/asilo e alla criminalizzazione dei migranti. Entrambi i processi riguardano incendi che hanno avuto luogo in centri di accoglienza nel 2020: uno al campo Vial, Chios il 15 aprile, e un altro a Moria, il 9 e 10 settembre. In entrambi i casi, i residenti sono stati arrestati e trattenuti per aver appiccato il fuoco, anche se c’erano poche prove a sostegno delle accuse. Nell’attuale clima politico, gli imputati sono stati comodi capri espiatori per la distruzione causata dagli incendi, mentre non si è dato molto peso alle condizioni disumane dei campi, che negli ultimi anni hanno portato allo scoppio di molteplici incendi. Osservatori legali hanno espresso preoccupazione prima, durante e dopo il procedimento giudiziario per la negazione di un processo equo per gli imputati.

Moria 6
Sei persone sono state arrestate in seguito agli incendi scoppiati nel campo di Moria a settembre 2020 per aver appiccato il fuoco che ha raso al suolo il campo. Due persone ufficialmente riconosciute come minorenni sono state processate a marzo 2021. All’epoca, i due erano già detenuti in custodia cautelare da quasi sei mesi, il periodo massimo legale per i minori, e di conseguenza avrebbero dovuto essere presto rilasciati. In un’udienza convocata in fretta, sono stati giudicati colpevoli nonostante la mancanza di prove e condannati a cinque anni di carcere.
Il 12 giugno gli altri quattro imputati sono stati giudicati colpevoli dopo un processo di due giorni, nonostante la mancanza di prove chiare. Nessuno dei quindici testimoni dell’accusa che hanno testimoniato in tribunale aveva visto gli imputati la notte del presunto delitto. L’avvocato difensore Natasha Dailiani (Legal Center Lesvos) ha dichiarato: “L’unico testimone che ha identificato l’imputato non si è presentato in tribunale. La sua testimonianza scritta era piena di incongruenze. ʻ
I sei imputati sono stati presentati come colpevoli dal momento dell’arresto. Il ministro delle Migrazioni e dell’Asilo, Notis Mitarakis, aveva già dichiarato in un’intervista alla CNN il 16 settembre 2020 che: “il campo è stato dato alle fiamme da sei rifugiati afghani che sono stati arrestati”.

Vial 15
15 persone sono state arrestate in seguito agli incendi scoppiati nel campo di Vial, Chios ad aprile 2020. Al momento del processo, gli imputati, tra cui un minore, avevano trascorso già un anno e due mesi in custodia cautelare, (ancora una volta un tempo superiore al limite legale). L’unica prova contro la maggior parte degli imputati è che un agente di polizia ha affermato di averli riconosciuti nel database della polizia sul suo computer in base alla loro altezza e colore dei capelli. Tuttavia, le proteste sono avvenute di notte. La polizia ha pesantemente attaccato i manifestanti con gas lacrimogeni e la gente aveva il volto coperto con maschere, a causa della pandemia di Covid-19, e con sciarpe, a causa delle granate a gas lacrimogeni e del forte fumo causato dal fuoco. La maggior parte degli imputati è stata arrestata tra i due e i venti giorni dopo l’incendio.
Gli imputati per l’incendio al campo Vial sono stati tutti assolti dall’accusa di incendio doloso e appartenenza a un gruppo criminale. Quattro persone sono state giudicate completamente innocenti, otto persone sono state giudicate colpevoli di resistenza e violenza nel campo, e una persona per aver distrutto beni pubblici. Uno degli imputati è stato escluso dal procedimento il primo giorno perché minorenne. Un’altra persona non è stata trovata e quindi non era presente al processo. Le nove persone condannate hanno ricevuto una pena sospesa di 3 anni e mezzo, alla quale i legali faranno appello. Tutte le 15 persone saranno ora trasferite ad Atene e Chios e poi rilasciate, alcune in libertà vigilata. Due degli avvocati difensori, Dimitris Choulis del Human Rights Legal Project Sámos e Alexandros Georgoulis, hanno dichiarato:
Siamo molto soddisfatti. Orgogliosi di aver fatto sentire alla corte le nostre ragioni e speranzosi che questa non sarà un’eccezione ma sarà la regola da ora in poi. Ci intristisce però che queste persone siano state detenute un anno e mezzo per un crimine che non hanno commesso. Gli auguriamo un futuro migliore in Grecia, ricco di giustizia e solidarietà”.

Turchia dichiarata Paese Terzo Sicuro
Il 7 giugno il governo greco ha annunciato di voler dichiarare la Turchia “Paese Terzo Sicuro” per i richiedenti asilo provenienti da Siria, Afghanistan, Pakistan, Bangladesh e Somalia. Con questa decisione, le domande di asilo presentate da cittadini di questi paesi che entrano in Grecia attraverso la Turchia saranno considerate irricevibili sulla base del presupposto che la Turchia potrebbe offrire protezione e che il richiedente dovrebbe essere rimpatriato. I cittadini di Siria, Afghanistan, Pakistan, Bangladesh e Somalia rappresentano circa il 70% di tutti i richiedenti asilo in Grecia, e una grande parte di loro hanno un riconosciuto bisogno di protezione.
Il ministro della Migrazione e dell’Asilo, Notis Mitarakis, ha elogiato la decisione come un “passo importante nella lotta ai flussi migratori illegali e all’attività criminale delle reti di trafficanti”.
La mossa ha attirato pesanti critiche da parte delle ONG e dei gruppi di controllo dei diritti umani, che hanno chiesto alla Grecia di revocare la sua decisione, e sostengono che inviare degli sfollati in Turchia non è una soluzione. In Turchia, alle persone che chiedono asilo da paesi extraeuropei non è garantita la protezione internazionale secondo la Convenzione sui rifugiati del 1951. A marzo 2021 la Turchia ha inoltre annunciato che si ritirerà dalla Convenzione di Istanbul e non proteggerà quindi le vittime della violenza di genere, che sono a maggior rischio in caso di ritorno dalla Grecia. Inoltre, secondo una nota politica congiunta pubblicata da HIAS-Greece e Equal Rights Beyond Borders, questa decisione ministeriale pone i richiedenti asilo in un “limbo giuridico“, in quanto potrebbero ricevere sia il rifiuto dal sistema di asilo greco che il rifiuto di riammissione sul territorio turco.
Secondo il principio di non respingimento, le persone non dovrebbero essere rimpatriate in un paese in cui la loro vita potrebbe essere in pericolo, ma diversi report degli ultimi anni raccontano di respingimenti di rifugiati dalla Turchia verso zone di guerra in Siria. Inoltre, la nozione di “Paese Terzo Sicuro” presuppone l’esistenza di un nesso essenziale tra il richiedente asilo e tale paese, nonché il consenso del paese terzo a ricevere il rimpatriato. Queste condizioni non sono soddisfatte nel caso della Turchia.

Samos: protesta di 3 giorni contro i respingimenti e la violenza ai confini
L’opposizione ai respingimenti sta cominciando a prendere una forma coraggiosa e unita nell’Egeo. Il 24, 25 e 26 giugno 2021 si sono svolti sull’isola di Samos una serie di eventi, tra cui marce, spettacoli e discorsi, per sensibilizzare sulla pratica illegale dei pushback e sul loro devastante disprezzo dei diritti umani. Avviati dal gruppo locale Samos Open Assembly nell’ambito di un’azione a livello nazionale, i tre giorni di eventi hanno riunito la comunità samiana, i lavoratori delle ONG e i volontari, insieme a individui della comunità di rifugiati e richiedenti asilo residenti nel Centro di accoglienza e identificazione di Vathy. La manifestazione di solidarietà è iniziata giovedì 24 con musicisti che si sono esibiti al fianco degli artisti teatrali davanti alla barca tedesca di Frontex ancorata nel porto di Vathy, per sensibilizzare e piangere la perdita di vite umane causata dalla pratica illegale. Venerdì 25 è stata organizzata una protesta per le strade della città di Vathy che ha raccolto persone lungo la strada con striscioni, slogan e la condivisione di storie. Infine, le proteste si sono concluse sabato 26 con una proiezione cinematografica, una discussione e una cena comunitaria nellq vecchia scuola nella città di Ormos-Marathokampos. Tali azioni sono state efficaci nel ricordare sia alla comunità locale che a quella nazionale i danni e la violenza causati dai respingimenti e dal più ampio regime di frontiera, e un modo profondo di ricordare le persone che hanno perso la vita nel passaggio tra Turchia e Samos.

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Immagini della protesta contro i respingimenti che si è tenuta venerdì 25 giugno a Samos (Fonte: See Bosco)

Croazia

Video di respingimenti familiari vicino a Glinica

Ulteriori prove video di respingimenti dalla Croazia alla Bosnia ed Erzegovina sono state pubblicate a giugno da una serie di giornali. Un team di giornali investigativi tra cui ARD Wien/ Südosteuropa, Lighthouse Reports, Schweizer Radio und Fernsehen (SRF), DER SPIEGEL, e Novosti hanno filmato un totale di sei respingimenti collettivi illegali. Il filmato si aggiunge a un crescente archivio di materiale visivo raccolto a questo confine dal 2018. In particolare questo filmato, girato nella zona di Glinica, fornisce approfondimenti sull’esperienza delle famiglie che si stanno raccogliendo nella zona di confine e stanno affrontando molteplici respingimenti mentre tentano di entrare dalla Bosnia ed Erzegovina.
Girati a maggio, i video mostrano respingimenti effettuati sia di notte che di giorno. Il filmato mostra famiglie con bambini piccoli, donne incinte e minori con disabilità, tutti espulsi a piedi attraverso il confine verde da agenti croati vestiti con varie uniformi della polizia croata; agenti armati in uniforme nera e polizia di frontiera. È importante sottolineare che il team che ha riferito di questi casi è stato in grado di parlare con molte delle persone subito dopo i pushback e ottenere testimonianza della loro espulsione. Le famiglie hanno raccontato di aver camminato per molti giorni in territorio croato prima di essere catturate e guidate fino al tratto di confine ad ovest della città bosniaca di Velika Kladuša. Queste ultime prove si collegano a una serie di video; uno dei primi è stata una serie di filmati analizzati da BVMN che mostrano la successiva rimozione di gruppi di transito vicino al villaggio bosniaco di Lohovo.
I recenti video confermano gran parte della testimonianza esistente sui respingimenti, ed hanno aggiunto un focus toccante sul modo in cui i pushback croati vengono nascosti. Gli agenti usano il binocolo per scansionare l’area di confine alla ricerca di potenziali testimoni prima di portare i gruppi di migranti oltre gli alberi per il pushback. Il fatto che tutto ciò sia noto non sembra aver intaccato gli sforzi volti a sostenere il respingimento sistematico dei gruppi di transito alle frontiere. In effetti, il ministero dell’Interno ha regolarmente risposto alle prove visive con la scusa che queste sono solo esempi di deterrenza alle frontiere, piuttosto che respingimenti avviati dall’interno del paese. Questa facciata è stata sostenuta dalla risposta della Commissione Ue, con Ylva Johansson che ha dichiarato che “sulla base di un breve video, gli eventi sono difficili da giudicare“, un’ambivalenza che permette il persistere della violenza di confine.

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Scena di un video di una famiglia che subisce un respingimento dalla Croazia alla Bosnia ed Erzegovina, pubblicato da una coalizione di testate giornalistiche il 23 giugno 2021 (Fonte: Der Spiegel)

Gruppo di migranti supportato dai giornalisti per richiedere asilo
Il 29 giugno è stato pubblicato un rapporto della televisione locale RTL Potraga e del portale Telegram sulla domanda di asilo di una famiglia. La stampa ha scortato una donna iraniana e i suoi due figli, un ragazzo (14 anni) e una ragazza (7 anni) in una stazione di polizia dove hanno espresso il loro desiderio di fare richiesta di protezione internazionale in Croazia. La donna iraniana e i suoi due figli sono stati nascosti alla polizia dai residenti della contea di Karlovac. La gente del posto nutriva e ospitava la famiglia, e li ha aiutati a contattare la stampa, convinti che solo così la famiglia avrebbe ottenuto il diritto di richiedere la protezione internazionale.
Una squadra di giornalisti con telecamere ha accompagnato la famiglia in un commissariato e ha documentato la procedura, mentre gli agenti, “confusi” dalla situazione, telefonavano ai superiori, controllavano le credenziali dei giornalisti e alla fine hanno accettato la richiesta di asilo. Dopo essere stata isolata per il COVID-19, ora la famiglia è uscita dalla quarantena e la loro domanda di asilo è in fase di elaborazione.
Quella che dovrebbe essere una procedura giuridica ordinaria, ha assunto proporzioni molto più simboliche nel contesto del volume di migranti che, pur avanzando domanda di asilo, vengono regolarmente e illegalmente respinti dall’interno del territorio croato. Il fatto che l’attenzione degli organi di stampa nazionali sia ritenuta necessaria per costringere la polizia a svolgere una giusta procedura dice molto del tipo di pratica informale che di solito viene portata avanti quando il pubblico non guarda. Come riportato da Telegram, nel 2020 sono state presentate solo 1.655 richieste di protezione internazionale in tutta la Croazia, il che riflette la mancanza di accesso all’asilo raggiunta con il regime dei respingimenti. La madre ha descritto 22 casi in cui anche a loro era stato negato l’accesso al sistema di asilo prima del recente tentativo fatto con i giornalisti. Ci sono stati anche casi in cui gli agenti hanno promesso di guidarli al rifugio per l’asilo a Zagabria, ma invece li hanno condotti al confine con la Bosnia ed Erzegovina e li hanno espulsi crudelmente oltre il confine.
Ci sono stati anche diversi casi, in particolare a Zagabria, dove volontari di Are You Syrious e Centre for Peace Studies hanno accompagnato i migranti nelle stazioni di polizia per assistere alla loro richiesta di asilo. Questi atti, tuttavia, si sono regolarmente scontrati con le violenze della polizia e la detenzione dei volontari, mentre i migranti in molti casi sono stati espulsi illegalmente in Bosnia ed Erzegovina o in Serbia senza tener conto della richiesta di protezione internazionale.

Il Center for Peace Studies risponde alle chiamate di aiuto
Dalla scorsa estate, il Center for Peace Studies (CPS) ha iniziato a ricevere un numero crescente di richieste di aiuto da parte di migranti che si trovano in Croazia e vogliono chiedere asilo. Ciò si è intensificato nel periodo autunnale dello scorso anno e il team ha iniziato a documentare internamente questi processi. Durante la pandemia globale, il team CPS è stato anche in comunicazione attiva con i colleghi del settore e direttamente online con le persone respinte che hanno accettato di testimoniare.
Il settimanale croato Novosti ha recentemente riferito degli sforzi delle organizzazioni della società civile che ricevono chiamate dai migranti sui loro telefoni ufficiali. CPS ha rilasciato un commento, condividendo di ricevere chiamate di soccorso da parte di persone che chiedono supporto nell’accesso al sistema di protezione internazionale.
(…) Purtroppo, l’unico modo per chiedere asilo in Croazia è attraverso la polizia o in una stazione di polizia. Se sei d’accordo, possiamo inviare di nuovo il tuo nome e la tua posizione, ma non sappiamo cosa ti farà la polizia e non possiamo controllarlo. Siamo un’organizzazione locale di Zagabria non possiamo influenzare le azioni della polizia. Siamo molto dispiaciuti.
Secondo i registri conservati dal CPS, nel periodo tra gennaio e giugno 2021, il team ha ricevuto 224 richieste per un totale di 178 gruppi di migranti e un totale di almeno 658 persone coinvolte. C’erano bambini in 82 gruppi, mentre per gli altri gruppi queste informazioni non sono note. I membri della maggioranza dei gruppi hanno chiaramente affermato che intendono chiedere asilo in Croazia e che si trovano attualmente sul territorio della Repubblica di Croazia. Durante il periodo di riferimento, sono state inviate 49 richieste alla polizia, quindi le istituzioni sono state informate dell’intenzione di chiedere asilo e della necessità di cure mediche di emergenza. Anche l’Ufficio del difensore civico e il difensore civico per i minori sono stati informati.
Di tutti i gruppi, solo 10 hanno finalmente avuto accesso al sistema di protezione d’asilo in Croazia. La procedura generale del CPS è quella di inviare un’e-mail con le informazioni e l’ubicazione dei gruppi al ministero dell’Interno, al dipartimento di polizia competente, e informarne il difensore civico e il Centro legale croato (in cc).

Serbia

Siti “giungla” a Šid
“Razzismo”, è una parola troppo buona per loro. Perché non hai nessun valore in questo paese, in Serbia. Forse un cane ha un valore, ma non un essere umano, soprattutto un migrante”.
Queste parole arrivano da un afghano che la mattina del 26 giugno è stato espulso, insieme a molti altri, dal campo di Principovac, nel nord-ovest di Šid, al confine con la Croazia. Il motivo per rimuovere circa 250 residenti del campo sono stati i lavori di ristrutturazione iniziati nel campo proprio quel giorno. Le persone che avevano trovato un rifugio temporaneo nel campo di Principovac hanno avuto solo un giorno di preavviso prima dell’inizio dei lavori.
Secondo le persone allontanate, la mattina del 26 giugno sono arrivate al campo tre auto della polizia e due autobus. C’erano circa 15 agenti di polizia armati di manganelli e con il volto coperto da maschere da sci. Hanno costretto violentemente i residenti del campo ad entrare negli autobus. Tuttavia, molti sono riusciti a fuggire e nascondersi nei campi circostanti. Alla fine, gli agenti di polizia sono stati in grado di riempire solo uno degli autobus, con il quale poi hanno portato le persone arrestate al campo di Preševo, al confine della Serbia con la Macedonia del Nord. Secondo quanto riferito, circa 50 persone sono state autorizzate a rimanere nel campo, a condizione che lavorassero gratuitamente ai lavori di ristrutturazione. Come riferiscono quelli che sono stati allontanati, le difficili condizioni di lavoro sono rese peggiori dal caldo.
Alcune delle persone costrette ad abbandonare Principovac sono riuscite ad essere registrate nel campo di Adaševci, a sud di Šid. Tuttavia, le autorità di quel campo non hanno accettato tutti. Alcuni gruppi di persone sono ancora in campi di fortuna intorno a Principovac nella zona di confine tra Serbia e Croazia. Sebbene la situazione nei campi in Serbia sia definita spaventosa, con condizioni igieniche orribili e abuso di potere da parte dei funzionari, la vita al di fuori dei campi è estremamente precaria. Vengono negati i bisogni fondamentali come l’accesso all’acqua potabile, al cibo e a un rifugio sicuro.
Le autorità del campo hanno tentato di mandare via coloro che piantavano le tende nei terreni vicino al campo, e hanno chiamato la polizia. La polizia serba si è presentata, i gruppi sono andati in Croazia e poi di nuovo in Serbia dopo essersi imbattuti negli agenti di polizia croati. Questo movimento a “yoyo” è un triste esempio della precarietà imposta alle persone che vivono al di fuori del sistema del campo. Ciò si inserisce nella tendenza generale della violenza contro i migranti in quest’area. Migranti che sono inoltre tenuti lontani dagli spazi pubblici, dalla vista degli abitanti del posto e regolarmente portati con la forza nei campi dalla polizia quando trovati nelle zone urbane.

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Un campo improvvisato a Sid, subito fuori al campo ufficiale (Fonte: Erica Castiglione, No Name Kitchen)

Analisi della situazione a Sombor
Il Transit Reception Centre (TRC) di Sombor è uno dei più grandi campi della Serbia. Come nella maggior parte degli altri campi ufficiali, molti dei servizi in questo TRC sono forniti e supervisionati dal Commissariato serbo per i rifugiati e le migrazioni. Secondo l’UNHCR ha una capacità di 495 persone, eppure è costantemente sovraffollato. A gennaio di quest’anno, il numero di residenti è arrivato a 847. Alla fine di maggio 2021 c’erano ancora 583 persone che alloggiavano all’interno del campo e molte altre nei terreni circostanti.
Per mesi i membri di BVMN nella regione hanno ricevuto testimonianze informali e formali sulle condizioni di vita disumane del centro. Una recente testimonianza di un ex residente del TRC di Sombor, che ora si trova nella zona al di fuori di esso, ha sottolineato la mancanza di spazio e strutture adeguate, situazione particolarmente preoccupante nel contesto dell’attuale pandemia globale:
Lo spazio è insufficiente. Alcune persone dormono tra i letti sul pavimento, sui sacchi a pelo o su qualche vecchio vestito o in terra. Per quanto riguarda le docce e i bagni, negli ultimi due mesi, per un mese e venti giorni è mancata l’acqua per lavarsi e per bere in tutto il campo. E il cibo non è buono. Abbiamo cercato di darlo ai cani, ma non lo mangiano, lo annusano e se ne vanno”.
La mancanza di accesso a soluzioni igieniche decenti è stata evidenziata da diversi residenti del campo, che non solo hanno parlato di strutture malfunzionanti e sporche, ma anche dell’insufficiente fornitura di prodotti per l’igiene di base da parte del personale del campo:
Se chiedi un po’ di shampoo o un pezzo di sapone, ne avrai qualche goccia ogni due o tre settimane“.
Per quanto riguarda l’assistenza medica, quest’ultima testimonianza si unisce ad altri precedenti rapporti informali che denunciano l’insufficienza del servizio, 2 ore al giorno per quasi 600 persone, nonché la regolare negligenza nei confronti di condizioni di salute “non pericolose per la vita” ma diffuse, come scabbia e pidocchi.
Oltre alle condizioni di vita disumane descritte, i membri di BVMN hanno raccolto due testimonianze separate che riportano l’esistenza di meccanismi di lavoro forzato all’interno del campo. Secondo tali resoconti, molti residenti sono obbligati a pulire servizi igienici, rifiuti o persino assistere con lavori di costruzione nel campo, al fine di ottenere oggetti non alimentari essenziali che vanno da un pezzo di sapone alla biancheria intima o una coperta.
Il TRC di Sombor non solo non riesce a soddisfare i bisogni di base dei migranti, ma mette anche in pericolo la loro sicurezza. Il campo e i suoi dintorni sono spazi violenti. Secondo una testimonianza, la violenza fisica e verbale sembra essere comune. Interrogato sulla violenza della polizia, un intervistato ha detto:
Ci picchiano, sempre. Ma nessuno osa rispondere alle botte, c’è troppa corruzione interna”.

Bosnia ed Erzegovina

Suicidio a Lipa
La notte del 29 giugno, il corpo senza vita di un giovane pakistano è stato trovato nella foresta vicino al campo di Lipa, nel cantone di Una Sana. Le autorità locali e il ministro dell’Interno del Cantone, Nermin Klijajic, hanno affermato che si è trattato di un suicidio. Due agenti di polizia sono stati colpiti con pietre mentre cercavano di entrare nella tenda dove la comunità di migranti stava tenendo una cerimonia per il defunto. Fonti locali hanno riferito che la polizia e le forze speciali sono poi arrivate nella zona e hanno sparato due colpi in aria.
Il giorno dopo, il ministro dell’Interno ha dichiarato che dopo l’incidente la situazione nel campo di Lipa era sotto controllo. Dopo l’autopsia, la questione del suicidio non è più stata discussa e non sono state condotte indagini per indagare sulle cause che hanno spinto il giovane a impiccarsi. Sebbene vi siano informazioni limitate, è chiaro che i fattori ambientali che riguardano la sua morte devono essere attentamente esaminati. La brutalità della polizia, la chiusura delle frontiere e la detenzione in uno stato di limbo infinito nei campi contribuiscono a causare gravi e duraturi problemi di salute mentale alle comunità di migranti.
Le deplorevoli condizioni in cui la comunità di migranti è costretta a vivere sono spesso presentate come il risultato del fallimento dei paesi balcanici, piuttosto che estensioni dell’esternalizzazione delle politiche dell’UE. In effetti, sia il sistema dei campi che la chiusura e la militarizzazione delle frontiere vengono effettuati con il sostegno finanziario e politico diretto e indiretto dell’Unione europea. Mentre tali campi rimangono un pilastro della gestione della migrazione, il contenimento delle comunità di transito nelle zone di confine della Bosnia ed Erzegovina continuerà ad essere scandito da maltrattamenti ed evitabili morti.

Pattugliamenti urbani/chiusura di Sedra
Il primo luglio le autorità bosniache hanno chiuso il campo per famiglie di Sedra, a Bihać dopo che negli ultimi due mesi era stato lentamente svuotato. Gli altri residenti sono stati trasferiti nel campo di Borici, secondo quanto riferito dai report ufficiali. La maggior parte delle persone che stavano a Sedra erano famiglie. È più che lecito domandarsi se a Borici saranno disponibili condizioni appropriate, e in particolare le capacità necessarie per ospitare i gruppi aggiuntivi. Questo dubbio ha spinto alcune famiglie a lasciare Sedra in anticipo e a non andare a Borici ma a cercare posti al di fuori delle strutture ufficiali.
A Velika Kladuša, il campo di Miral non sta più emettendo nuove carte d’identità che danno diritto alle persone di entrare nel campo. Come per Sedra, sembra che le autorità vogliano gradualmente ridurre il numero di persone a Miral per chiudere definitivamente il campo.
Questi recenti sviluppi nel cantone hanno portato ad un aumento di persone che vivono senza un adeguato rifugio nei campi e dipendono dal sostegno di organizzazioni di solidarietà e gente del posto. Organizzazioni più grandi come l’OIM non supportano tutte le aree in cui le persone si stanno stabilendo nel cantone di Una Sana.
L’intenzione di fondo alla base di questi sviluppi in corso è quella di trasferire tutte le persone, bloccate nel cantone, nel campo di Lipa. Da diversi mesi sentiamo dire che a Lipa sono in costruzione due aree separate, una per le famiglie e una per i minori non accompagnati.
Non sono solo notizie orribili come il suicidio di questo mese a dimostrare chiaramente che Lipa non è un luogo umano in cui vivere, e certamente non può essere un luogo sicuro per i più vulnerabili. Le condizioni sono terribili: le persone che erano a Lipa fino a poco tempo fa hanno riferito che alcuni dei servizi igienici del campo sono costantemente straripanti e che mancano le condizioni igieniche accettabili in generale. Tuttavia questa azione rientra perfettamente nel sistema europeo degli hotspot e spinge a chiedersi se Lipa si trasformerà in un’altra Moria.

Italia

Campi di quarantena, esercito nella zona di confine e proteste
Il numero di persone che arrivano sul suolo italiano è aumentato in gran parte ai confini meridionali, e sembra essere aumentato anche nella regione settentrionale. Come dichiarato dalle autorità locali, l’aumento rispetto allo scorso anno è del 20%.
Durante questi mesi, non sono pervenute ulteriori notizie di riammissioni/respingimenti informali, ma in un recente incontro tra Lamorgese e il ministro degli Interni sloveno Aleš Hojs, i due Stati hanno deciso di ristabilire il pattugliamento misto del confine, interrotto a causa del COVID-19. Si dice che ci sia un piano comune per pattugliare la frontiera con l’uso di droni e visori notturni “per contrastare efficacemente i criminali che sfruttano la migrazione“.
Attualmente le persone che riescono ad entrare nel territorio italiano e nella città di Trieste sono rintracciate dalle forze dell’ordine, che hanno potenziato la loro attività su strade e piazze. In un solo giorno, il 19 giugno, 160 persone sono state arrestate nei pressi di Trieste. Venivano dall’Afghanistan, Pakistan e Bangladesh. Coloro che vengono intercettati dalle forze di polizia per le strade vengono portati nei campi di quarantena.
Nel frattempo, l’Operazione Strade Sicure (avviata nel 2008 per contrastare la criminalità e stabilire e mantenere l’ordine pubblico) ha aumentato il numero degli agenti coinvolti. Se nel 2009 erano meno di 3000, con il ministro Lamorgese gli agenti coinvolti in questa operazione in tutto il paese sono arrivati a 6753.
Già in precedenza il personale militare, in collaborazione con le forze di polizia, era stato coinvolto nel controllo della zona di confine e delle strade solitamente percorse da gruppi di migranti che cercano di raggiungere la città. Uno di questi episodi è avvenuto in un paese vicino Trieste, dove alcune persone sono state catturate e costrette a rimanere sedute a terra sotto il sole per più di un’ora senza acqua.
Recentemente, l’attività di pattugliamento ha iniziato a concentrarsi sulla stazione ferroviaria e sulla piazza adiacente (dove operano Linea d’Ombra e Strada SiCura), dove diversi gruppi sono stati fermati, identificati e portati nei campi di quarantena. Nello specifico, il 30 giugno, un gruppo di 11 persone è stato preso dalla polizia. Spesso durante queste azioni non ci sono mediatori e le persone vengono portate in Questura per firmare documenti e identificarsi.
Nel corso dell’intero mese c’è stata anche l’intensificazione dei controlli della Polfer (polizia ferroviaria) presso le stazioni ferroviarie e le ferrovie. Questa divisione della polizia dei trasporti spesso ferma e arresta le persone che hanno appena acquistato i biglietti per il treno. Questa attività è aumentata nella seconda metà di giugno, sembra accadere regolarmente al mattino e ha portato a molte identificazioni e intercettazioni.
Il 19 giugno, la Caravan for Freedom of Movement ha organizzato una spedizione verso il confine bosniaco per chiedere la fine dell’agenda migratoria repressiva dell’Unione europea. Dirigendosi dall’Italia alla Slovenia, poi al valico di frontiera croato di Maljevac, i manifestanti di un’ampia coalizione di gruppi si sono riuniti per ricordare che “gli istigatori delle violenze subite dai migranti risiedono nei palazzi delle istituzioni europee“. La giornata si è conclusa con un rilancio collettivo di idee e iniziative in tutta Europa, che ha cercato modi per sfidare attivamente gli organi decisionali delle politiche migratorie europee.


Glossario dei report. Giugno 2021

A giugno BVMN ha registrato 30 casi di pushback, che hanno coinvolto 1.073 migranti. Le persone coinvolte sono uomini, donne, bambini con tutori o minori non accompagnati, e provengono dal Marocco, Algeria, Tunisia, Palestina, Iraq, Siria, Iran, Pakistan, Bangladesh, Afghanistan, Yemen, Turchia, Kuwait, India, Somalia, Nepal, Etiopia:
– 3 respingimenti dalla Serbia all’Ungheria
– 5 respingimenti in Croazia dalla Serbia
– 10 respingimenti verso la Bosnia ed Erzegovina (6 dalla Croazia e 4 dalla Slovenia)
– 10 respingimenti verso la Turchia (7 dalla Grecia in Turchia, 2 a catena dalla Bulgaria via Grecia e 1 a catena dalla Bulgaria direttamente in Grecia)
– 2 respingimenti dalla Macedonia del Nord alla Grecia

Struttura e contatti della rete
BVMN è un organismo volontario, che agisce come un’alleanza di organizzazioni nei Balcani occidentali e Grecia. BVMN si basa sugli sforzi dei partecipanti e di organizzazioni che operano nel campo della documentazione, dei media e della difesa legale. Finanziamo il lavoro attraverso sovvenzioni e fondazioni caritatevoli, e non riceviamo fondi da alcuna organizzazione politica. Le spese riguardano i trasporti per i volontari sul campo e quattro posizioni retribuite.

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Border Violence Monitoring Network (BVMN)

Border Violence Monitoring Network (BVMN) è una rete indipendente di ONG e associazioni con sede nella regione dei Balcani e in Grecia. BVMN monitora le violazioni dei diritti umani ai confini esterni dell'UE e si impegna per mettere fine ai respingimenti e alle pratiche illegali. Il network utilizza un database condiviso per raccogliere le testimonianze delle violenze subite da chi transita sulla rotta dei Balcani.
In questa pagina trovate le traduzioni integrali dei rapporti mensili curati da BVMN.