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Ungheria: violazioni di diritti umani, e l’Europa?

Testimonianze dal confine

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Gli sforzi compiuti dagli Stati per impedire alle persone migranti di raggiungere il proprio territorio attraverso l’esternalizzazione sono tra le caratteristiche che definiscono le attuali politiche di controllo dell’immigrazione. Tali misure sono definite da pratiche di respingimento indiscriminato, militarizzazione, rigidi requisiti per il rilascio dei visti e sanzioni.

Secondo questa logica, la cooperazione internazionale per il controllo della migrazione può assumere forme diverse, di solito coinvolgendo Stati partner e pattuglie congiunte che cooperano in un secondo territorio e le cui autorità sono solitamente dotate di competenze tecniche, formazione e strumenti da parte dell’Unione europea o dei suoi Stati membri. Le politiche di esternalizzazione, o talvolta chiamate politiche di controllo a distanza, comportano un insieme di azioni che mirano ad impedire alle persone migranti di raggiungere specifici territori nazionali, estendendo la portata del controllo a livello spaziale e istituzionale, all’interno degli Stati stessi e al di fuori di essi.

Infatti, in risposta alle persone costrette a fuggire dai loro Paesi per cercare rifugio e sicurezza altrove, i Paesi di destinazione hanno sviluppato standard e procedure rigorose per valutare le richieste di asilo e, in generale, hanno lavorato per costruire un sistema che contenga e blocchi i flussi migratori. Perciò, le persone che necessitano di protezione internazionale e che hanno diritto a servizi di sostegno sociale e di accoglienza sono relegate nei Paesi di primo arrivo, con il rischio di non veder garantita la tutela dei diritti umani prevista dagli standard internazionali.

L’Unione Europea ha firmato diversi accordi bilaterali per la realizzazione di programmi di controllo preventivo. La capacità di sorveglianza è delegata ad agenzie specializzate nel controllo delle frontiere, dando vita a un’industria il cui valore è destinato a crescere. Esiste quindi anche un’economia politica dell’esternalizzazione tra l’UE e i Paesi partner che consiste nella vendita di competenze tecniche e attrezzature, tra cui droni, satelliti, elicotteri, sistemi radar e veicoli.

Sembra che l’obiettivo generale di tali misure sia quello di rendere la questione dei diritti umani come non osservabile, da esternare lontano dai territori nazionali, e quindi lontano dalla competenza o dalla responsabilità di tali Stati. In effetti, le questioni relative alle violazioni dei diritti umani sembrano essere de-territorializzate in modo strategico con obiettivi specifici. Pertanto, le frontiere europee risultano come sistemi onnipresenti di coercizione attraverso la creazione di distanze, utilizzate per “spostare responsabilità concomitanti1. Facendo appello ad argomenti di legittimità di tali pratiche, è chiaro che la responsabilità e le dinamiche di potere sono intrinsecamente legate in un circolo vizioso in cui gli Stati membri europei usano la loro leva politica ed economica per fare accordi con altri Paesi.

L’attuazione di misure restrittive come l’innalzamento di muri e filo spinato sembrano funzionare in un nesso sicurezza-migrazione, tuttavia non lo fanno come sperato e vanno a scapito delle vite e delle esistenze degli esseri umani: ai richiedenti asilo viene impedito di accedere al sistema di protezione, vengono respinti in luoghi in cui rischiano di subire soprusi, sono vittime di abusi e violenze da parte di agenti di frontiera e governativi e sono soggetti a misure di dissuasione come la minaccia di detenzione 2.

Infatti, le politiche e le pratiche di esternalizzazione delle frontiere incidono direttamente sui diritti umani delle persone migranti e sugli obblighi internazionali di protezione degli Stati. Creando distanza tra il luogo del potere e il luogo della sorveglianza, l’esternalizzazione emerge quindi come un insieme di sistemi in cui la distanza fisica viene utilizzata per dispiegare e allontanare le responsabilità. In effetti, la distanza gioca un ruolo cruciale nel confondere le linee di causalità e di attribuzione delle violazioni e degli atti illeciti perpetrati dalle autorità. Pertanto, la dispersione dei doveri legali, insita nelle dinamiche di esternalizzazione, è un artefatto dei meccanismi di oppressione e di trasferimento 3.

L’Ungheria è un buon esempio di applicazione di una combinazione di barriere fisiche e legali. Il governo ungherese ha creato le condizioni per cui le persone che cercano di accedere alla protezione internazionale sono assolutamente scoraggiate: il governo ha approvato alcune leggi e politiche attraverso diversi accordi che, ad esempio, riconoscono la Serbia come Paese terzo sicuro. Inoltre, il governo ungherese si è affidato ad una legge che ha reso legali i respingimenti, per cui ogni persona che si trova nel territorio ungherese senza status, anche se vuole fare richiesta di asilo, può essere espulsa verso il confine meridionale con la Serbia.

Per quanto riguarda la legalizzazione dei respingimenti sommari, nel marzo 2017 è entrato in vigore un emendamento che stabilisce che, se lo Stato ungherese si trova in una situazione di crisi “a causa di una migrazione di massa“, le persone migranti che soggiornano o transitano in modo irregolare vengono scortate fino alla recinzione del confine con la Serbia. Questo trattamento include anche i migranti che non sono mai stati in Serbia e quelli che richiedono asilo. La legge prevede infatti che le persone senza documenti possano essere automaticamente trasferite in Serbia.

A questo proposito, la Commissione europea ha deferito l’Ungheria alla Corte di giustizia dell’Unione europea in quanto la sua legislazione in materia di asilo e rimpatrio non è conforme al diritto europeo 4.

Infatti, la Corte di giustizia dell’Unione Europea ha ritenuto che nel territorio ungherese lo Stato non abbia provveduto ad un accesso effettivo alle richieste e alle procedure di asilo, poiché le persone in una situazione irregolare vengono scortate e respinte, nonostante la loro volontà di richiedere asilo.

Inoltre, è stata emessa un’altra sentenza che stabilisce che “trasferire cittadini di Paesi terzi in posizione irregolare in una zona di confine, senza rispettare le garanzie relative alla procedura di rimpatrio, costituisce una violazione del diritto europeo5. Tuttavia, la risposta del governo ha confermato che i respingimenti possono continuare, poiché sono in linea con il diritto all’autodeterminazione degli elementi costituzionali che il governo nazionale ungherese decide di interpretare. In questo senso, l’arrivo dei migranti è chiaramente associato a una minaccia per la cultura e l’identità nazionale del popolo ungherese 6.

A tutti gli effetti, i respingimenti continuano quotidianamente. Il report che viene presentato è una delle innumerevoli testimonianze di violazioni di diritti umani che vengono perpetrate dalla polizia ungherese e che si verificano quotidianamente. Queste azioni e tecniche rimangono sconosciute, intenzionalmente insabbiate, se non fosse per il lavoro di No Name Kitchen 7 ed altre organizzazioni indipendenti che, fra le altre, si occupano di raccoglierle e renderle pubbliche.


Sombor (Serbia), 30 maggio 202. Un testimone dopo esser stato ferito dal cane poliziotto della polizia ungherese

In questo caso, la data della registrazione della testimonianza, raccolta dalla sottoscritta, risale al 30 maggio 2023, nell’area di Sombor (Serbia). Il report vede coinvolti minori, nello specifico un gruppo di 25 persone siriane la cui età va dai 4 ai 40 anni. Le tipologie di violenza usate, spesso in maniera sistematica, sono: obbligo ad inginocchiarsi, uso di cani per ferire, negazione di assistenza medica, distruzione di oggetti personali, rifiuto di presa in carico di minori e di richieste di protezione internazionale.

L’intervistato è un ragazzo di 21 anni proveniente dalla Siria. L’intervistato riferisce che il 27 maggio si trovava con un gruppo di 4 giovani siriani e una famiglia siriana con due bambini piccoli, il più piccolo di 4 anni. L’intervistato ricorda che era notte e il gruppo stava camminando dopo aver attraversato il confine serbo-ungherese quando due veicoli bianchi e blu e un furgone grigio e blu li hanno fermati. Secondo l’intervistato, dai veicoli sono scese 10 persone in uniforme.

L’intervistato ricorda che erano tutti vestiti con uniformi blu e cappelli rossi, solitamente indossati dagli agenti di polizia ungheresi. Gli agenti di polizia ungheresi hanno fermato violentemente le 9 persone e le hanno costrette ad inginocchiarsi, con le braccia dietro schiena. Inoltre, l’intervistato ricorda che le persone sono state costrette a guardare per terra e non potevano alzare lo sguardo. “Due agenti di polizia avevano due cani poliziotto al guinzaglio. A un certo punto hanno sciolto il guinzaglio e i cani sono venuti verso di noi. Hanno iniziato a morderci. Guardate, questo è il mio occhio. Il cane mi ha morso in faccia, altre persone sono state morse dai cani alle braccia e al petto. I bambini urlavano e piangevano”, aggiunge l’intervistato. L’intervistato continua:

«Mentre i cani ci ferivano, gli agenti di polizia non hanno fatto nulla. Alla fine, hanno solo detto che i cani avevano fatto un buon lavoro».

Secondo l’intervistato, gli agenti di polizia ungheresi hanno spaccato 3 telefoni facendoli cadere a terra. L’intervistato ricorda inoltre che gli agenti di polizia hanno costretto il gruppo a entrare in un furgone grigio e blu, nel quale hanno dovuto aspettare per un tempo che lui ha percepito come di 3 ore, finché il furgone non è stato riempito con altre persone. L’intervistato riferisce che all’interno del furgone c’erano almeno 25 persone. «Sono stato dentro il furgone per tre ore, in attesa che tutte le persone venissero spinte dentro. Perdevo sangue dagli occhi, non riuscivo a vedere nulla e stavo molto male. Nessuno degli agenti ungheresi mi ha fornito assistenza medica, né mi ha chiesto come mi sentivo», conclude.

  1. Come la due
  2. Amnesty International, The human cost of the fortress Europe: human rights violations against migrants and refugees at Europe’s borders, accessed 9th May 2023
  3. Violeta Moreno-Lax, Martin Lemberg-Pedersen, Border-induced displacement, The ethical and legal implications of distance-creation through externalisation, Questions of International Law, Vol. 56, (2019): 5-33
  4. Asylum Information Database, European Council on Refugees and Exiles, Access to the territory and pushback: Hungary, Asylum Information Database, accessed 15th May 2023
  5. Court of Justice of the European Union, Judgment of the Court (Grand Chamber) of 17 December 2020, European Commission v Hungary, C-808/18, 17 December 2020, accessed 16th May 2023
  6. Hungarian Constitutional Court, X/477/2021, accessed 2 nd May 2023
  7. Vai al sito di NNK

Lucia Bertani

Vivo a Treviso. Sono laureata in cooperazione internazionale e protezione dei diritti umani, con tesi sull’esternalizzazione dei confini europei, violazioni di diritti umani lungo la rotta balcanica ed accountability. Scrivo di dinamiche di militarizzazione dei confini, di pushback e riconoscimento di agency delle persone migranti. Sono stata reporter di violazioni di diritti umani nei confronti di persone in movimento lungo il confine serbo-ungherese.