L’odissea della Cap Anamur

Il naufragio della speranza diventa uno spettacolo teatrale

di Roberto Monteforte
Progetto drammaturgico e regia a cura di Massimo Luconi
Con Luca Lazzareschi
e
Papi Thiam (canto, percussioni)

Uno studio per uno spettacolo

In acque internazionali al largo delle coste siciliane, il 5 luglio 2004 si trovava la Cap Anamur, la nave “umanitaria” tedesca che poche settimane prima, tra il 19 e il 20 giugno, aveva tratto in salvo 37 giovani africani in balia delle onde sul loro gommone alla deriva.

Li avevano trovati in mezzo al mare, a 180 miglia da Malta e a 120 da Lampedusa, con il motore in panne e un tubolare sgonfio. Imbarcavano acqua. Erano partiti dalla Libia e avrebbero voluto raggiungere Lampedusa. Il loro destino era segnato. Sono stati salvati.
Così è iniziata una nuova Odissea per loro e per l’equipaggio della nave Cap Anamur.
Perché al comandante della nave, il capitano Stefan Schmidt, veniva impedito con la forza dalle autorità italiane di portare in salvo sulla terra ferma i suoi naufraghi?
Roberto Monteforte per sei giorni ha navigato sulla Cap Anamur, dormendo in un container sistemato sul ponte di coperta. Con pochi altri colleghi giornalisti, ha incontrato la disperazione negli occhi vuoti, assenti, smarriti di quei giovani naufraghi africani. Un’angoscia che partiva dalle viscere, dal dolore che avevano dentro per le durissime prove subite, dai mille disperati Darfur d’Africa dai quali fuggivano.
La cronaca di quei giorni, la storia di un’odissea, del naufragio della speranza è stata raccontata in presa diretta, seguendo i destini dei membri dell’equipaggio incarcerati e dei migranti africani, prima rinchiusi nei campi di accoglienza temporanea di Agrigento e poi di Caltanissetta e quindi, quasi tutti, espulsi. Testimone di un naufragio e anche un po’ naufrago, Monteforte ha fatto i conti con la dura realtà, con l’impotenza per una vicenda che si è consumata in un modo “disumano”. Forse una commedia degli equivoci, delle incomprensioni, sicuramente dei diritti più elementari che sono parsi calpestati.
Le impressioni di quei momenti sono state raccolte in un “Diario” che ogni giorno l’Unità ha pubblicato e che ora vi riproponiamo in forma di teatro, nell’accezione nobile e antica del teatro come forma di comunicazione, di riflessione sul nostro contemporaneo.