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Sui fatti di Quinto di Treviso e chi soffia su quei roghi

Una nuova caccia allo straniero sta avvenendo in queste ultime ore. Non siamo però in una delle tante periferie abbandonate dalle istituzioni di questo paese. Siamo a Quinto, piccolo comune della provincia di Treviso in Veneto, nemmeno 10.000 abitanti.

La protesta dei residenti contro l’arrivo di 101 richiedenti asilo è iniziata, una volta appresa la notizia che trenta appartamenti di una palazzina, all’interno del complesso edilizio di via Legnago, avrebbero ospitato i profughi.

Le lamentele si sono trasformate immediatamente in una scomposta rabbia razzista che ha bloccato l’arrivo dei migranti e causato danni agli appartamenti con roghi del mobilio portato in strada. Questa rabbia non esplode da sola, ma anzi, da una parte ha dei detonatori scaltri che puntano a raccogliere consenso sulla pelle dei migranti, dall’altra si alimenta dell’incapacità dei vari livelli istituzionali di rendere l’iter dell’accoglienza efficiente e condiviso.

In queste ore proveremo a monitorare la situazione, ma ci preme innanzitutto far emergere come ci si trovi di fronte ad un rimpallo di responsabilità tra le figure istituzionali che dovrebbero gestire la situazione, mediando se possibile con la popolazione e garantendo il rispetto di un’ accoglienza dignitosa.

Il presidente della Regione Veneto non si morde di certo la lingua. Siamo abituati al linguaggio colorito dei rappresentanti della Lega Nord, ma le dichiarazioni che rilascia alla stampa durante la sua visita a Quinto sono populiste e pericolose, più da aizzatore di folle che da governatore illuminato.

“Sto coi cittadini di Quinto in rivolta contro i profughi arrivati ieri senza preavviso. Situazione intollerabile!” […] Va chiuso urgentemente questo presidio e gli immigrati devono andarsene. Mettere un centinaio di persone immigrate che non sanno nulla del Veneto e noi non sappiamo chi sono, metterli in un condominio accanto a famiglie con bambini piccoli vuol dire non avere assolutamente cognizione di cosa significa». Identiche parole sono pronunciate dai residenti nelle interviste rilasciate ai media locali.

Zaia attacca poi il prefetto Maria Augusta Marrosu: «Da parte sua è stata una dichiarazione di guerra e noi reagiremo di conseguenza». Conclude dicendo che “Noi facciamo una guerra gandhiana ma non indietreggiamo di un centimetro”.

C’è da chiedergli se le minacce agli operatori della cooperativa, il sequestro del cibo destinato ai profughi effettuato dai militanti di Forza Nuova, i danni agli appartamenti e i roghi di ieri notte al mobilio facciano parte di questa strategia gandhiana.

Altre domande, alle quali difficilmente avremo delle risposte, vorremmo porle proprio al Prefetto Marrosu.

Quali sono state le valutazioni che hanno portato a scegliere la palazzina di via Legnano? Perché non si è optato per un’accoglienza suddivisa in appartamenti distribuiti su più comuni? Che tipo di parametri sono stati utilizzati nel dare in appalto la gestione degli appartamenti ad una cooperativa con sede in Toscana e non del territorio? Avere degli operatori sociali locali avrebbe garantito una maggior coinvolgimento della popolazione? C’è stato un coinvolgimento del sindaco di Quinto?

Infine una nota di demerito al sindaco di Treviso Manildo che rincorre la Lega sul suo terreno e che non riesce a dire, o non vuole, nulla di diverso, anche lui stretto nella morsa del consenso facile. Come fargli capire che i cittadini preferiscono l’originale alla fotocopia e che sull’accoglienza non ci sono né soluzioni facili né scorciatoie di nessun tipo. O le istituzioni, a tutti i livelli, si assumono fino in fondo il bisogno di strategia e pianificazione fuori da un concetto di emergenza oppure ci sarà sempre chi, per racimolare qualche manciata di voti, soffierà sul fuoco nella speranza che divampi l’incendio della guerra tra poveri.

Vedi anche:
Stiamo con i migranti. Restiamo umani – Comunicato del Cso Django di Treviso
Treviso, rivolta cittadini anti immigrati. Zaia: “Stanno africanizzando il Veneto”

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