La situazione ai confini sloveno-croati: militarizzazione ed accoglienza inesistente

La staffetta #overthefortress ancora sulla rotta balcanica

Rigonce, Slovenia #overthefortress
Rigonce, Slovenia #overthefortress

Le politiche anti-immigrazione adottate dal governo nazionalista di Orbán, portate all’estremo con la chiusura dei confini ungheresi avvenuta nella notte tra il 16 e il 17 ottobre, hanno inevitabilmente dirottato il flusso migratorio della Balkan Route. Da quel giorno la Slovenia è divenuta pressoché l’unico Stato di transito per raggiungere l’Austria e ciò ha comportato – secondo le fonti della polizia slovena – il transito di 56 mila migranti nell’ultima settimana, di cui 31 mila sarebbero già in Austria.

Nonostante la situazione fosse sotto osservazione da tempo, quindi ben nota e facilmente prevedibile visti i segnali inequivocabili che giungevano dal paese magiaro, il governo Cerar non ha cercato di preparare nessuna soluzione che garantisse ai migranti il minimo supporto ed un’accoglienza temporanea dignitosa.

La gestione e l’organizzazione dell’accoglienza è appaltata alla Croce Rossa coadiuvata da poche ONG. I migranti, nella lunga ed estenuante attesa, vengono trattenuti ed ammassati in campi che sono semplicemente degli spazi a cielo aperto privi di tutto, isolati e controllati da polizia e militari. Queste immagini riportano più ad uno scenario di guerra e di sospensione del diritto, più ad un luogo di segregazione che ad un campo attrezzato di accoglienza e conforto dopo un viaggio massacrante.

L’accesso è filtrato o addirittura impossibile per quei volontari, come noi, che non sono organici ai gestori, anche semplicemente se si vuole dare un sostegno concreto distribuendo vestiti o beni di prima necessità.

A causa di ciò la situazione interna e le condizioni cui sono costretti a stare i migranti non sono per nulla chiare, la tensione è in continuo aumento e non stupisce che ci possano essere episodi di tensione o scontro: le conseguenze di questa estrema militarizzazione hanno portato, alcuni giorni fa, nel campo di accoglienza temporanea di Brezice, ad una protesta nella quale sono state date alle fiamme numerose tende.

Considerando le condizioni inaccettabili che le persone sono costrette a subire e le scarsissime informazioni fornite dalle autorità sul loro stato e sul loro immediato destino, queste ed altre forme di ribellione potrebbero ripetersi e generare eventi pericolosi e di difficile gestione, finendo per esasperare una situazione già di per sé instabile e precaria. Mancano i beni di prima necessità e le procedure di registrazione procedono lentamente, in maniera farraginosa e discrezionale. Nonostante questo, il ministro alla salute Milojka Kolar Celarc ha avuto il coraggio di dichiarare a cuor leggero che «la situazione sanitaria a Brezice è pienamente sotto controllo».

Infatti, le priorità e le azioni del governo sloveno sono di tutt’altro genere. In pochi giorni sono state approvate una serie di misure straordinarie, tra cui un decreto che assegna a tempo indeterminato maggiori poteri all’esercito ed un ruolo di stretto controllo dei confini e di tutto il territorio nazionale, con la possibilità di limitare temporaneamente la libertà di movimento delle persone.

Il limite di accesso sul suolo nazionale di 2.500 migranti al giorno ha innescato un riversarsi non gestito di persone su tutto il confine con la Croazia, le quali cercano di entrare in Slovenia non più dai soliti valichi ma attraversando i campi agricoli.
Pressioni ed accuse sono state rivolte quindi alla Croazia, rea di aver accelerato il transito dei profughi nel proprio territorio portandoli tutti al confine con la Slovenia e trattando la questione alla stregua di un problema di ordine pubblico.

Rigonce, Slovenia #overthefortress
Rigonce, Slovenia #overthefortress

I migranti, come è stato raccontato in questi mesi dalla staffetta #overthefortress, una volta arrivati in Croazia vengono caricati sui treni speciali, la cui capienza è di circa 1.500 persone l’uno; attualmente la maggior parte di loro sono portati sui confini di Bregana / Obrezje, Harmice / Rigonce, Gornji Macelj / Gruskovje, ma molti vengono trasportati con i pullman ai margini dei boschi che delimitano la frontiera croata-slovena. Da lì sono costretti a camminare fino ad oltrepassare il confine per poi essere intercettati dalle autorità slovene.

Nei passaggi di confine “ufficiali”, invece, la polizia croata indica loro la strada facendoli camminare per circa 5 km attraverso le campagne, per farli giungere nei campi di transito in Slovenia, detti “greenfield”, che non sono altro che terreni agricoli delimitati da cordoni della polizia. Sulla strada per il confine molti volontari si sono auto organizzati e ad ogni arrivo del treno distribuiscono dei pasti caldi e un kit di cibo, vestiti pesanti e coperte.

Nei greenfields, in particolare in quello di Rigonce, l’organizzazione degli aiuti viene lasciata ai volontari il cui numero non è sufficiente per riuscire a gestire la situazione. La quantità di materiale a disposizione si basa su donazioni di associazioni e singoli cittadini. I migranti – che definiscono i greenfields delle “Jungle”- sono costretti ad aspettare dalle 6 alle 12 ore in mezzo all’immondizia abbandonata dai gruppi precedenti prima di essere spostati verso un campo successivo. Di notte non ci sono organizzazioni presenti e per tentare di riscaldarsi vengono accesi dei fuochi (la temperatura di notte è di soli 4° gradi).

Inizialmente la polizia non permetteva ai volontari di distribuire cibo dando come unica spiegazione un secco “o lo avete per tutti, o non lo date a nessuno”. E’ stato necessario attendere l’arrivo di una ONG di medici – European Emergency Medical Service – perché i volontari potessero avvicinarsi ed allestire una cucina sulla strada percorsa a piedi dai migranti.

La gestione di tutto il contesto da parte della Slovenia è evidentemente pessimo ed inaccettabile: donne, uomini, bambini nonostante siano stremati dal viaggio sono costretti a camminare per chilometri, spesso senza avere la possibilità di mangiare e bere per molte ore, con accampamenti notturni all’addiaccio e con un freddo sempre più pungente.

Al campo di Rigonce, come negli altri campi, il personale sanitario non è sufficiente: una donna rischiava di partorire senza nessuna assistenza medica ed un uomo colto da malore è caduto a terra ed è stato trasportato in barella dalla polizia. Questi sono solo due piccoli esempi ai quali abbiamo assistito in una mattina. Purtroppo la situazione con l’arrivo imminente dell’inverno e della neve, ed un ulteriore calo della temperature, può solamente peggiorare.

Il rischio vero, se l’Europa non si assume fino in fondo le sue responsabilità e non obbliga il governo sloveno a garantire zone di transito attrezzate, è quello che il viaggio lungo la Balkan Route diventi l’ennesimo tragitto di morte.

Di pari passo, l’apertura di canali umanitari e di centri di accoglienza che siano in grado di rispettare la dignità e i diritti umani sono l’unica risposta possibile per garantire la libertà di movimento e la scelta del paese di destinazione, perché questo flusso non ha intenzione di arrestarsi. Le immagini e le storie dalla “Rotta dei Balcani”, nonostante l’accordo UE – Turchia, lo dimostrano ogni giorno.