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Abbiamo costruito noi questa città: come i rifugiati di Calais sono diventati gli architetti del campo

Oliver Wainwright, The Guardian - 8 giugno 2016

Photograph: Grainne Hassett

Quando l’architetta irlandese Grainne Hassett, nell’agosto del 2015, è arrivata per la prima volta nel campo profughi di Calais, conosciuto come “la Giungla”, è stata accolta da una scena post apocalittica. La popolazione del campo, che ammontava a parecchie migliaia di persone, aveva a disposizione solo quattro punti di erogazione di acqua fredda e in tutto 30 WC, che non venivano puliti da mesi. Non c’erano strade, non c’era distribuzione di cibo e non c’era alcuna fornitura organizzata di ricoveri di emergenza. Eppure, nonostante la desolazione, fu colpita da quello che vedeva: stava sorgendo un modello di città.

In quel posto c’era una sorta di vitalità che nei campi dell’UNHCR proprio non si vede”, dice Hassett. “Bar e ristoranti, chiese e moschee, perfino una libreria e una stazione radio. In qualche modo, erano state create dal nulla le fondamenta di forti strutture sociali e culturali”.

Da allora, Hassett, che insegna all’Università di Limerick, ha continuato a lavorare insieme ad altri volontari per costruire una serie di strutture per gli abitanti del campo. A partire dallo scorso ottobre, quando è sorto un centro per donne e bambini, seguito da uno spazio dedicato a terapia di supporto e vita di comunità, da un’unità di vaccinazione e da un centro per giovani, Hasset ha messo a disposizione la sua competenza per riuscire a farcela con risorse minime. Il suo sistema costruttivo ha preso come modello quello usato dall’architetto giapponese Shigeru Ban: tubi di cartone collegati con giunti di compensato prefabbricati, legati con delle corde e ricoperti con spesse coperture imbottite impermeabili. All’interno si sta come in una specie di bozzolo: si trova un riparo sicuro dal freddo e si lascia fuori il chiasso del campo.

I suoi progetti rappresentano solo alcune delle risposte creative che saranno presentate nella giornata dedicata all’arte, alla cultura e all’architettura nate proprio dalla crisi dei profughi. La mostra, organizzata dalla Architecture Foundation nell’ambito del Festival di Architettura di Londra, sarà ospitata all’interno del Complesso Barbican e della sua “giungla” di architettura brutalista. Saranno chiamati a partecipare artisti rifugiati, musicisti, poeti, cuochi e costruttori, per un programma di eventi che va dal laboratorio di maglieria militante a un micro ristorante gestito da un gruppo di richiedenti asilo di Folkestone.

Una delle presentazioni più significative sarà la ricostruzione della Blue House, una bellissima struttura-rifugio originariamente costruita nel campo di Calais da un artista rifugiato della Mauritania che si chiama Alpha. Sotto il suo tetto di paglia a punta, ospitava una scuola d’arte per i bambini del campo. “L’ho progettato come segno di rispetto per me stesso e per il paese dove mi trovo”, dice Alpha, che è riuscito a evitare che la sua creazione fosse letteralmente spazzata via dalle autorità francesi. “Anche questo è un segnale positivo per dimostrare alla gente che non tutti sono malvagi”.

Il curatore del festival è Robert Mull, ex preside della Cass School of Art, che prima di Natale è andato nel campo profughi Pikpa a Lesbo, dove ha scoperto che anche la sua presenza poteva essere drammaticamente utile. “Pensavo che sarei stato solo d’intralcio”, dice. “Ma c’era un bisogno urgente di aiuto manuale, dalla sanificazione e gestione dell’acqua al primo soccorso sulla spiaggia.”

Il suo viaggio l’ha poi portato al campo di Calais, dove anche lui è stato colpito dalla vitalità di questa città improvvisata. “Certamente, va messa in chiaro una cosa: si tratta comunque di un posto infernale e sconvolgente sotto moltissimi aspetti, ma era affascinante vedere come i diversi gruppi stessero, di fatto, fondando una sorta di modello urbano che loro sentivano molto autentico e molto profondamente radicato nelle loro culture”.

Per esempio, le famiglie del Sudan avevano sistemato i loro rifugi di fortuna raggruppandoli attorno a spazi comuni per mangiare, con punti dedicati a cucinare insieme. Gli Afgani, invece, di solito vivevano più separati, ma avevano messo in piedi dei ristoranti lungo una striscia di terreno che usavano come se fosse l’inizio di un luogo d’incontro commerciale e sociale.
La comunità Eritrea, intanto, aveva creato un locale notturno in una struttura a cupola, che ospitava anche un teatro e, di giorno, dei negozi.

Una delle scoperte più straordinarie è stata l’evoluzione degli stessi alloggi-rifugio. “Sembravano essere passati dalla totale improvvisazione dettata dall’emergenza a forme più accurate”, dice Mull. “Si tratta di strutture molto semplici – supporti di legno su una base di assi, coperti con teloni di plastica – ma c’era una maggiore attenzione ai dettagli per evitare che i chiodi bucassero la plastica: qui e là un tappo di bottiglia o un cartone.”

I ripari di emergenza erano dei nuclei abitativi in qualche modo personalizzati, che contrastavano bruscamente con gli alloggiamenti ufficiali aperti in febbraio, una serie di container navali, di un bianco brillante, allineati in file ben precise ai margini del campo.

Per Ben Harrison, uno studente che, durante il suo anno sabbatico, ha operato al coordinamento degli alloggi nel campo da settembre a febbraio di quest’anno, la portata simbolica di quest’operazione era stridente.
Mi sembrava quasi di compiere un vero e proprio abuso nel prendere persone che avevano viaggiato per mesi, caricati a bordo di camion come se fossero merci, e sistemarli in container per navi”, dice. “Certo, sono caldi, asciutti e sicuri, ma non lasciano alcuna possibilità di personalizzarli per fare in modo che diventino una sistemazione abitativa più umana.

Poco tempo dopo l’arrivo dei container, le autorità francesi sono entrate e hanno raso al suolo una parte del campo pari a sette ettari, abbattendo violentemente gli alloggi di fortuna di circa 1000 rifugiati.
Non avevo mai visto un tale livello di brutalità da parte della polizia”, dice Hassett, che ha subito anche un attacco con gas lacrimogeni, una domenica pomeriggio, mentre lavorava a una costruzione e i bambini giocavano lì vicino. Un’ordinanza del tribunale ha evitato che le strutture per i servizi sociali fossero demolite, ma tutti gli alloggi che le circondavano sono finiti sotto i bulldozer, lasciando le costruzioni per la comunità senza una comunità che possa usarle, abbandonate in una landa desolata.

Medici Senza Frontiere ha da poco aperto il primo campo in Francia progettato e costruito espressamente per accogliere i rifugiati, vicino al porto di Dunkerque, dove un reticolo di piccole capanne di legno accoglie circa 2.500 rifugiati, mentre il sindaco di Parigi ha annunciato questa settimana il progetto di aprire un campo simile in tempi molto brevi. Saranno disponibili per tutti: acqua potabile, cucine, docce e servizi igienici, secondo gli standard minimi ONU per gli interventi umanitari. Ma resta da vedere se riusciranno a promuovere gli stessi tipi di vita comunitaria che erano presenti nel campo di Calais, nonostante tutto il suo squallore.

Vivere in uno di questi campi per qualche mese ti fa davvero capire che la vita non è fatta solo di esigenze materiali primarie da soddisfare”, dice Harrison. “La vicenda della Giungla (il campo di Calais) mostra cosa succede quando non ci si limita a somministrare alle persone aiuti da ricevere passivamente, come se si trovassero in una specie di albergo per rifugiati, ma, invece a quelle stesse persone si offre la possibilità di costruirsi una comunità, in modo tale che possano identificarsi e sentirla propria. Parecchi rifugiati appartengono alla classe media, hanno un marcato spirito imprenditoriale e sono più che capaci di costruire una città vivibile”.

La mostra: Centro Barbican di Londra, il 12 giugno.