La guerra ungherese contro i migranti

Il referendum del 2 ottobre: sembra essere in dubbio solo il raggiungimento del quorum

Immagine: Hungarian Helsinki Committee

Stiamo entrando nell’atto finale della campagna per il referendum anti-migranti ungherese, in programma per il 2 ottobre 2016.

Un nuovo sondaggio di Republikon Intèzet (istituto di ricerca indipendente) suggerisce che il 48% dell’elettorato è certo di esprimere un voto, mentre un ulteriore 23% dice che probabilmente andrà a votare.

Questi sondaggi suggeriscono che il primo ministro Viktor Orbán otterrà esattamente ciò che sta cercando: un “no” di massa, rifiutando le “quote” previste dall’UE per gli Stati membri (il 73% voterà “no” secondo i dati di Republikon).

Per far sì che il referendum sia valido si dovrà superare la soglia del 50% + 1 degli aventi diritto al voto. Molti elettori di Fidesz (il partito del PM), che sono i più propensi a esprimere un voto al referendum, hanno provato una sorta di pressione sociale nel rispondere alle domande per i sondaggi sentendosi obbligati a rispondere che sicuramente andranno alle urne e che voteranno no. In altre parole, i livelli di partecipazione riportati dai sondaggi potrebbero essere sovrastimati.

Inoltre, ora che i partiti di opposizione di centro-sinistra hanno (finalmente) lanciato una campagna più visibile invitando gli ungheresi a boicottare il referendum non recandosi alle urne, la percentuale di elettori che, per principio, rimarranno a casa, è aumentata. La percentuale di elettori che intendono boicottare il voto è aumentata dal 17% al 21% rispetto al mese scorso.

Secondo il più recente sondaggio di Republikon (16 settembre 2016) proietta i seguenti risultati sul possibile esito del referendum: il 73% voterà no, solo il 4% si e il 6% è ancora indeciso.

Il partito satirico ungherese del “cane a due code” si è attivato e si è reso molto visibile lanciando una contro campagna elettorale (come aveva fatto già nell’estate del 2015), al fine di convincere gli ungheresi a non andare a votare in segno di protesta.

“Questa è la risposta alla vostra stupida domanda. Coloro che stanno a casa votano per l’Europa” (Immagine di hungarianfreepress.com)
“Questa è la risposta alla vostra stupida domanda. Coloro che stanno a casa votano per l’Europa” (Immagine di hungarianfreepress.com)

A pochi giorni dal referendum del 2 ottobre con cui l’Ungheria si impone contro le quote UE di ricollocamento dei migranti, il primo ministro Viktor Orbàn, è riuscito a sigillare quasi del tutto il confine Serbo-Ungherese inviando migliaia di nuovi poliziotti e forze dell’ordine lungo le frontiere nel tentativo di reprimere il numero crescente di immigrati che tentano di entrare (e attraversare) nel Paese.

La polizia ungherese sta cercando 3.000 “border-hunters” (cacciatori di frontiera), da affiancare ai già 10.000 poliziotti e soldati che pattugliano la barriera di filo spinato eretto l’anno scorso sui confini con Croazia e Serbia per tenere i migranti fuori dall’Ungheria.

Le nuove reclute, come gli ufficiali già in servizio, porteranno pistole con munizioni vere, saranno provvisti di spray al pepe, manganelli, manette e kit di protezione. La mossa arriva dopo che il primo ministro ungherese, Viktor Orbàn, ha promesso un importante giro di vite verso l’ingresso degli immigrati presumendo la correlazione, a detta del governo dimostrabile, tra immigrazione e terrorismo. Karoly Kontrat, Ministro degli Interni, non si è trattenuto e ha sostenuto il primo ministro insistendo sul fatto che vi siano centinaia di terroristi in Europa a seguito della crisi migratoria. Questo a sua volta ha rafforzato l’apprezzamento di Fidesz.

Un sondaggio di inizio anno da parte di un think tank filo-governativo, ha espresso che il 79 per cento degli ungheresi ha sostenuto la costruzione della recinzione lungo i confini meridionali. Il governo ora, per rafforzare ancora di più la sua visibilità e il suo apprezzamento in vista del referendum, oltre ad inviare nuove forze di polizia ha iniziato a fortificare la prima recinzione con una seconda barriera.

Il principale sfidante di Fidesz è il partito di estrema destra nazionalista Jobbik. Nonostante Jobbik sia molto indietro nei sondaggi rispetto a Fidesz – una recente indagine ha espresso il sostegno di Jobbik al 10 per cento, contro il 28 per cento per Fidesz – ma Jobbik potrebbe trarre vantaggio da qualsiasi ammorbidimento di posizione del governo sulla questione dei migranti. Come Fidesz, anche Jobbik ha chiesto agli ungheresi di sostenere il referendum e di rifiutare le quote UE. Ma il suo leader Gàbor Vona ha dichiarato che Orbàn dovrebbe dimettersi se la partecipazione al referendum dovesse scende al di sotto del quorum richiesto per validare il voto.

Se in Parlamento l’antagonismo e la lotta tra i due partiti è sempre calda al confine, l’antagonismo politico assume una forma più in sordina. I socialisti hanno esortato gli ungheresi a boicottare il referendum, che, dicono, servire solo gli interessi Fidesz – anche se il presidente socialista Gyula Molnàr ha dichiarato che avrebbe, nonostante tutto, sostenuto Orbàn contro quote imposte dalla UE.

Se gli ultimi sondaggi sembrano non essere sicuri sulla partecipazione al voto, il risultato sembra essere ormai senza ombra di dubbio indirizzato verso il “no”, quindi verso il rigetto delle quote migranti dell’UE.

Contemporaneamente a questa campagna che spinge gli ungheresi ad avere paura dei migranti e a sostenere il governo contro Bruxelles sabato 24 settembre c’è stata un’esplosione in centro a Budapest, accanto a uno degli snodi più trafficati e più frequentati della città.

Durante la conferenza stampa congiunta di Polizia e Procura di domenica sera si è comunicato che la causa non sarebbe stata una fuori uscita di gas come ipotizzato all’inizio, ma un ordigno rudimentale riempito di chiodi. Non ci sono stati morti ma sembra sempre più chiaro che l’ordigno fatto detonare fosse indirizzato ai poliziotti, rimasti gravemente feriti, che facevano il loro solito giro.

Non vi sono ancora correlazioni tra esplosione e immigrati, certo è che molte persone non credono alla coincidenza dell’esplosione che ha ferito due poliziotti, due forze di pubblica sicurezza, proprio a ridosso del referendum contro le quote dei migranti, ritenuti dal governo “veleno e una grave minaccia alla sicurezza pubblica”.
Alcuni ritengono che sia stata una manovra politica per dimostrare che l’Ungheria non è più un Paese in cui ci si può sentire sicuri.

Ilaria Sommaruga