A Belgrado, strade senza via d’uscita

Philippe Bertinchamps, Libération - 17 gennaio 2017

Photos Michael Bunel. Ciric

«Questo non è un campo» esclama tossendo Bilal, un giovane pakistano di 19 anni, rannicchiato davanti a un fuocherello acceso con pezzi di legno e plastica. A Belgrado, capitale della Serbia, nel quartiere della stazione, sono in più di 2.000: uomini, per la maggior parte giovani, afghani e pakistani, senza soldi né documenti.

Avvolti in coperte grigie, come fantasmi nei loro sudari, vagano per gli hangar in rovina, godendo della compagnia dei binari della ferrovia. La temperatura è precipitata sotto lo 0, e raggiunge di notte i -15° C. Nei magazzini, il fumo intenso soffoca. Bilal descrive così il terribile disagio: «Dormiamo per terra. Non c’è riscaldamento, elettricità e nemmeno acqua corrente o bagni. Non c’è niente…»
Photo credit: Michael Bunel. Ciric
Alcuni sono appena arrivati dalla Macedonia o dalla Bulgaria molto provati dalla stanchezza del viaggio, con mani e piedi gelati. Altri sono stati respinti dall’Ungheria o dalla Croazia, vittime dei “push back”, i respingimenti violenti: morsi di cani, nasi rotti, braccia e gambe con fratture, cellulari e zaini confiscati. Molti sono ancora dei bambini: secondo l’UNHCR, l’Alto Commissariato per i Rifugiati dell’ONU, si tratterebbe di un terzo di minori non accompagnati. Fuori, il vento proveniente dal nord-est trafigge le persone. Il pasto consiste in una zuppa confezionata, servita una volta al giorno da alcuni volontari sotto l’occhio vigile della polizia. Per cercare un po’ di sollievo c’è una zona tranquilla tra due hangar, che rimane tuttavia in mezzo alla corrente d’aria gelida. Per lavarsi e fare il bucato c’è solo un tubo da giardino; dall’inizio dell’inverno i pidocchi e la scabbia sono un flagello.
Photo credit: Michael Bunel. Ciric
A seguito di un accordo politico con l’Unione Europea, nell’ottobre 2015, la Serbia ha accettato di accogliere 6.000 rifugiati, compromesso necessario per ottenere la futura integrazione del paese nell’Unione. Secondo gli esperti, i quindici centri di accoglienza del paese ospitano circa 7.000 persone, principalmente famiglie. A questi vanno ad aggiungersi tutte le persone escluse dal sistema che, temendo un trasferimento forzato in un centro di accoglienza o una deportazione illegale, rifiutano di registrarsi e cercano di sopravvivere al di fuori dei centri. A Belgrado si contano dai 500 ai 900 nuovi arrivi al mese, mentre nella regione della Subotica, situata al nord del paese vicino al confine ungherese, circa 400 persone continuano a vivere nella “giungla” nella precarietà più assoluta, “giocando a nascondino” con la polizia per paura di un rastrellamento.
Photo credit: Michael Bunel. Ciric
«C’è la sindrome di Calais», afferma Stéphane Moissaing, responsabile della missione in Serbia di Medici senza Frontiere. «La strategia del governo è quella di bloccare gli aiuti umanitari così da costringere i rifugiati a recarsi nei campi ufficiali. Tuttavia, per fare ciò è necessario aprire questi campi a chiunque, senza discriminazioni in base allo status giuridico, e migliorare le capacità di accoglienza, dal momento che le attuali strutture non sono più adeguate. Il Problema è che: «I comuni rifiutano di accettare nuovi rifugiati a causa degli arrivi costanti, temendo una prolungamento della situazione di emergenza. Il risultato è che migliaia di persone, già vulnerabili, sono soggette ad ulteriori sofferenze». Solo nella zona di confine tra Bulgaria e Serbia, almeno sette rifugiati, scappati dagli orrori della guerra, sono già morti a causa del freddo.