A Rosarno tra parole e lotta

Un resoconto del Collettivo Mamadou dopo l'avvio del secondo corso di alfabetizzazione all'interno del ghetto/tendopoli di San Ferdinando

La Calabria è così, passi una volta, ti fermi e poi sei costretto a tornarci.
Rosarno non si può definire una località di villeggiatura, “spostata” dalla tratta di un’autostrada infinita, adagiata, come nel volere degli antichi greci, in una collina che guarda il mare.
La terra della Piana (di Gioia Tauro) oggi, e Rosarno in particolare, è stata stuprata da un abusivismo selvaggio, un inquinamento visibile ad occhio nudo, un continuo di opere mia finite. La stessa terra in cui, per più di cinquant’anni, si sono combattute le ‘ndrine e lo sfruttamento lavorativo (vedi articolo di Terrelibere.org).

Tra connivenze istituzionali, vecchie e nuove lotte politiche e povertà dilagante

Siamo tornati a Rosarno, e lo facciamo oramai da più di un anno, per continuare a dar voce, in ogni senso, a coloro che, ultimi tra gli ultimi, dimenticati e sfruttati, raccolgono la nostra frutta per pochi euro al giorno nella terra dove la disoccupazione ha fatto scappare i giovani e intristito i vecchi.
Siamo tornati a Rosarno perché oggi più di ieri siamo convinti che la parola, in questo caso la parola italiana, sia fondamentale per l’acquisizione di diritti e dignità dei tanti braccianti africani che, come fantasmi, in una sorta di “prostituzione lavorativa”, vagano tra le campagne della Piana alla ricerca di un “lavoro”, eufemismo contemporaneo per definire la nuova, capillare, schiavitù.

Siamo tornati a Rosarno e per più di una settimana abbiamo portato avanti dei corsi di prima alfabetizzazione all’interno e all’esterno del ghetto, tra capre squartate, roghi di plastica bruciata, cumuli di spazzatura puzzolente, baracche in costruzione e prostitute scosciate a bordo strada.
San Ferdinando è proprio questo! Una grande zona industriale, per lo più abbandonata, a sinistra una tendopoli istituita nel 2010, subito dopo la famosa Rivolta, con annesso ghetto in espansione, a destra una grande fabbrica occupata. Tra ghetto e fabbrica vivono oggi più di 2500 braccianti in condizioni disumane e in attesa di spostarsi verso altre località del Sud per l’avvio di altre raccolte agricole. E questo è solo un piccolo lembo di un territorio, quello della Piana, che “ospita” migliaia di braccianti, per lo più rumeni, bulgari e africani, che spuntano la mattina in concomitanza di qualche incrocio per farsi accompagnare al campo dal caporale di turno. Caporale che è l’anello debole della catena o meglio “l’ultima ruota del carro”.

Pensare di debellare lo sfruttamento lavorativo in agricoltura attraverso l’arresto di qualche caporale o qualche mafioso è pura follia.

Un po’ come scrive Roberto Saviano sulle pagine di Repubblica in un editoriale uscito proprio ieri dal titolo “Uomini e caporali nella Puglia che brucia” dimenticandosi (sic!) di menzionare la Grande Distribuzione organizzata che, imponendo prezzi dei prodotti e bocciando politiche legate ad esempio all’etichetta narrante, diventa la burattinaia di un Sistema voluto e ben rodato!

Dopo lo sgombero del ghetto di Boreano la scorsa estate e di quello di Rignano qualche giorno fa, quello di Rosarno resta il ghetto per antonomasia e, probabilmente, sarà così per molto altro tempo ancora. Un po’ perché simbolo di una Rivolta mai del tutto metabolizzata, un po’ perché frutto di strategie politiche che, in terra di ‘ndrangheta, profumano molto di connivenza.
L’ultima trovata delle istituzioni locali sarebbe quella di costruire, sempre all’interno della zona industriale, una nuova tendopoli, recintata e sorvegliata, dove inserire circa 500 braccianti, scelti non si sa in base a quali elementi, in un contesto che potrebbe tranquillamente riprodurre un regime simile a quello detentivo. Costo della trovata tra 600 e 700 mila euro.

Noi abbiamo risposto, e risponderemo, continuando i corsi di italiano all’interno del ghetto e del campo containers e con la costruzione di una struttura polifunzionale, Rosarno Hospital(ity) school, che, per la prossima stagione agrumicola, diventerà uno spazio condiviso all’interno di un ghetto marginalizzato.
Siamo tornati a Rosarno convinti che la parola sia l’unica arma per difendere i propri diritti ed affermare i propri bisogni.
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Matteo De Checchi

Insegnante, attivo nella città di Bolzano con Bozen solidale e lo Spazio Autogestito 77. Autore di reportage sui ghetti del sud Italia.
Membro della redazione di Melting Pot Europa.