«Non ci considerano neanche uomini»: le testimonianze di 36 rifugiati e richiedenti asilo abbandonati per 4 anni nel deserto tunisino

Valentin Bonnefoy, Forum Tunisino per i Diritti Economici e Sociali (FTDES) - 6 luglio 2017

Dopo la decisione presa nel 2013 dall’UNHCR di chiudere il campo ufficiale di Choucha questi 36 rifugiati si sono ritrovati abbandonati a se stessi, senza risorse.

Da 4 anni, 36 rifugiati e richiedenti asilo sono abbandonati nel deserto tunisino dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) e dalle autorità tunisine. Da allora, come testimonia il loro blog, continuano a chiedere all’Agenzia delle Nazioni Unite di riesaminare la domanda di protezione internazionale e di relocation in un paese che permetta di effettuare una richiesta formale di asilo.

La Tunisia, infatti, non ha ancora adottato il progetto di legge per una procedura nazionale di richiesta di asilo, nonostante l’adesione del 16 ottobre 1968 alla Convenzione di Ginevra del 1951 (e al suo protocollo addizionale del 1967) relativa allo statuto di rifugiato.

«Sofferenza, sofferenza e sofferenza… È tutto quello che abbiamo avuto per 7 anni. Abbiamo mangiato sofferenza, bevuto sofferenza, vissuto nella sofferenza. 7 anni… ti rendi conto di quanti sono per sopravvivere in un accampamento nel deserto, senza acqua, senza elettricità, senza cibo? Tu saresti sopravvissuto?», chiede un richiedente asilo nigeriano.

«Accetteremo solo una relocation in un paese occidentale, è tutto quello che possiamo sopportare dopo 7 anni di attesa. Ma qualunque decisione prendano, la devono prendere in fretta. Molto in fretta.» risponde un rifugiato liberiano che era rimasto in silenzio per tutta la conversazione. «Non ne possiamo più di aspettare, non sopporteremo una settimana di più in un posto del genere

Questi scambi sono avvenuti venerdì 23 giugno 2017, in due stanze distinte dell’ostello a La Marsa (governatorato di Tunisi). Due gruppi di richiedenti asilo hanno potuto dare le loro testimonianze e rivendicazioni in francese e in inglese: il primo gruppo è composto da tre ivoriani e il secondo da due nigeriani, un liberiano e un ghanese.

Nel corso del secondo incontro ci ritroviamo in 5 su due letti in una cameretta per due persone, e si instaura una certa prossimità mentre il dialogo in inglese si fa più vivace e rivendicatore.

«Siamo stufi di testimoniare da 7 anni, di farci ascoltare dalle organizzazioni che ci fanno da portavoce senza mai trasmettere le nostre parole e il messaggio che vogliamo far passare», mi interrompe subito uno dei due rifugiati nigeriani. «Anche se le parole e i discorsi ti sembrano violenti, per favore ritrascrivili con le nostre parole. Non con le tue».

Questo articolo è quindi essenzialmente redatto a partire dalle parole e dai discorsi tenuti direttamente dai rifugiati e richiedenti asilo incontrati nell’ostello.

Allontanati con la forza dall’accampamento di Choucha lunedì 19 giugno 2017 da un centinaio di militari e di poliziotti della Guardia Nazionale tunisina, i 36 richiedenti asilo sono stati in seguito arbitrariamente privati della libertà il 20 giugno 1, prima di essere ospitati in un ostello a La Marsa. L’evoluzione della loro situazione nei giorni a venire è ancora incerta. La direttrice del centro assicura che l’ostello non li terrà che per qualche altro giorno.

Promesse non mantenute: un abbandono progressivo da parte delle Nazioni Unite a partire dal 2013

«Non siamo venuti da soli a Choucha, ci hanno portati. L’UNHCR nel 2011 ci ha promesso una protezione in quanto rifugiati e una relocation in un paese occidentale. Quando cominceranno ad agire responsabilmente e smetteranno di nascondersi? Non devono fare altro che prendere una decisione politica. Siamo solo 35 persone da ricollocare, non è niente per un paese occidentale che conta milioni di abitanti. No, invece ci hanno anonimizzati, resi invisibili. Organizzazioni come Medici Senza Frontiere (MSF), l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), l’UNHCR, la Croce Rossa, il Forum Tunisino dei Diritti Economici e Sociali (FTDES) venivano a trovarci, ma non è cambiato niente», afferma un richiedente asilo ghanese.

«Prima eravamo in un campo in Libia e l’UNHCR ci aveva messo degli autobus a disposizione. Avevamo paura di partire perché non sapevamo niente della Tunisia. E poi in quel periodo c’era la guerra in Costa d’Avorio. Allora abbiamo preso una decisione, siamo venuti in Tunisia con l’aiuto dell’UNHCR. I rappresentanti ci avevano promesso: «Troveremo subito una soluzione per voi perché siete dei rifugiati», ci abbiamo sperato. E alla fine ci hanno detto: «Dovete tornare a casa vostra, la guerra non c’è più.» Ma non è possibile, molti di noi hanno avuto storie personali che ci impediscono di rientrare nel nostro paese. L’UNHCR non ha perso tempo con il nostro caso. Come fai a spiegarti in soli 30 minuti? Hai il tempo di spiegare? Ad alcuni hanno dato solo 20 minuti. Ci mettevano pressione, si erano già fatti un’idea sul nostro caso. Volevano solo fare le formalità. Ora ci respingono e adesso ci dicono di tornare. Tu lo capisci questo sistema?», chiede uno dei tre richiedenti asilo ivoriani.

«Abbiamo amici che hanno avuto la relocation nel 2013 e che oggi sono in Inghilterra, in Francia, in Italia, in Svezia, in Norvegia, in Belgio e anche in Canada. Alcuni hanno ottenuto lo status di rifugiati, ma non hanno mai avuto la relocation, e altri non hanno avuto né l’uno né l’altro. Perché tra i 3.088 rifugiati 2 del campo ricollocati in quel momento noi siamo gli unici a non essere stati ascoltati, a essere stati abbandonati? Eppure è stata la maggior parte di questi paesi a creare il contesto di questa miseria umana, in Libia, con le loro bombe. È stato un intervento militare della Francia e della Gran Bretagna con la NATO in nome dei diritti umani a provocare questa situazione! Ma è uno scandalo, guardate oggi in che stato è la Libia e fino a che punto hanno violato i nostri diritti umani.»

«Vogliamo quello che ci è stato promesso in quel momento oppure la morte. Hanno fatto di tutto per ucciderci, pallottole, armi, perché non lo fanno davvero se è quello che vogliono? Quello che abbiamo vissuto per 7 anni è ancora peggio, è una tortura mentale, volevano farci perdere la nostra identità di esseri umani. Se avessimo potuto tornare nel nostro paese, credete che non l’avremmo già fatto? Non c’è posto migliore di casa, ma non è possibile! L’OIM ce l’ha proposto, ma perché non riflette? Prendono in giro noi e i nostri diritti umani. Questa macchina enorme che è l’ONU nega oggi i diritti umani di milioni di persone che sono in Libia e lascia che vengano trattate come animali.» mi dice un richiedente asilo nigeriano.

«Ecco perché siamo rimasti nel campo per 7 anni, ognuno ha una storia personale che gli impedisce di rientrare. L’UNHCR l’altro ieri è venuta qui con la Croce Rossa. Secondo loro, non possiamo fare niente. È una battaglia tra noi e l’UNHCR dal 2013. Una volta che l’UNHCR ha ufficialmente chiuso il campo, i suoi rappresentanti non hanno più messo piede a Choucha. Tutto finito. Quelli che avevano beneficiato dello status di rifugiati e che erano rimasti a Choucha dovevano andare alla sede dell’UNHCR a qualche ora dal campo, a Zarzis o a Médenine, per ricevere aiuti finanziare», continua a spiegarmi il richiedente asilo ivoriano.

«L’amministrazione tunisina sa solo farci aspettare e farci perdere nella complessità del suo meccanismo. Ma hanno poliziotti, soldati e prigioni efficaci. Quindi forse è tutto quello che possono proporci. Abbiamo subìto fin troppo le conseguenze. Lunedì un centinaio di militari e di poliziotti sono venuti alle 6 del mattino per farci sloggiare con la forza. Vi pare l’ora in cui fare una cosa del genere, quando molti di noi digiunavano? Siamo forse dei criminali, per essere trattati in questo modo? Non abbiamo una fedina penale, non abbiamo mimetiche, non siamo militari. Perché ci trattano così? Dove volete farci scappare? In 30 minuti, dopo 7 anni di vita? Hai il tempo di prendere qualcosa? Le ruspe hanno poi distrutto il poco che ci restava», precisa uno dei richiedenti asilo nigeriani.

«I militari ci hanno proposto di lasciarci alla frontiera libica e di sbrigarcela da soli, oppure di condurci a Tunisi. Sanno benissimo qual è la situazione in Libia, ma non erano venuti per discutere con noi, dovevano obbedire agli ordini ed evacuare il campo.»

«Fino ad ora le autorità tunisine non hanno mai detto niente, aspettiamo quello che ci diranno adesso», aggiunge inquieto un richiedente asilo ivoriano.

Un trattamento disumano e degradante

Così il richiedente asilo nigeriano: «Ogni volta che incontriamo dei funzionari dell’UNHCR o dell’OIM, ci dicono che la responsabilità non è loro, perché queste organizzazioni sono delle grandi macchine. Ma bisogna smetterla con questa storia. Chiunque rappresenti un’organizzazione deve farlo nel vero senso del termine e quindi agire di conseguenza. Non ne possiamo più di rilasciare testimonianze e di vedere che ogni volta non cambia nulla. L’abbiamo fatto per sette anni, ora i militari ci hanno spostato, brutalmente, e non possiamo più sopportare di essere trattati così.»

E continua, con insistenza: «La Convenzione di Ginevra è stata scritta dopo la Seconda guerra mondiale, nel 1951, per i milioni di rifugiati europei che scappavano dalla guerra. Perché noi oggi non abbiamo diritto allo stesso statuto? Forse perché la nostra pelle è nera?»

«Vogliamo solo che i nostri diritti siano riconosciuti, non ne possiamo più di aspettare. La decisione che prenderanno dev’essere rapida… Vogliamo la protezione internazionale e la relocation in un paese occidentale. Non vogliamo restare in Tunisia. Non ne possiamo più della sopraffazione di diritti umani, perpetrata per 7, 10, 15 anni.», aggiunge il richiedente asilo del Ghana.

«Devono esaminare di nuovo le nostre domande perché le richieste di asilo sono state tirate via.» In effetti, questa informazione era già stata riportata a più riprese proprio in un rapporto del 2013 dell’FTDES, che aveva denunciato le procedure sbrigative dell’UNHCR, i problemi di traduttori parziali, di rifiuti privi di motivazione specifica e di errori nei nomi e nelle nazionalità dei richiedenti asilo 3.

«Nel 2013 l’amministrazione tunisina è venuta a prenderci le impronte digitale e a farci fotografie, e ci ha promesso il permesso di soggiorno, ma poi non è mai successo. Allora abbiamo cominciato a cercare lavoro, presentando il documento di rifugiati che ci aveva dato l’UNHCR come documento di identità. I datori di lavoro, però, non volevano assumerci. Era davvero difficile

In seguito alla chiusura del campo di Choucha, molti rifugiati hanno tentato di stabilirsi nella città di Médenine, vicino al campo, e hanno subito gravi aggressioni e discriminazioni razziste che hanno messo in pericolo la loro vita. Tra i casi recenti di recrudescenza di attacco razzista, il 24 dicembre 2016 tre congolesi sono stati pugnalati 4 nella capitale, e il 31 gennaio 2017 un ivoriano è stato picchiato e pugnalato da nove tunisini 5 a Mnhila, nella periferia di Tunisi. Questi fatti spiegano perché la maggior parte degli intervistati afferma che la loro vita, in Tunisia, è in pericolo.

Le 36 persone ospitate temporaneamente nell’ostello a La Marsa temono di subire nei prossimi giorni degli arresti collettivi o persino delle deportazioni, come è avvenuto nel dicembre 2016 al confine con l’Algeria 6.

Affermava un altro nigeriano: «Diverse persone sono state rinchiuse nei centri e nelle prigioni, poi rinviate alla frontiera algerina nelle zone di combattimento o nel deserto. Certi sono morti. Questo è il rispetto per i diritti umani? Dov’è l’umanità? Come si può aver perso tanta umanità al solo scopo di preservare i propri interessi? Chi può dire che non è un tentativo di farci perdere il gusto per la vita, di forzarci a credere che le nostre vite non meritano di essere vissute e di spingerci ad abbandonarle? Eppure sappiamo molto bene quanto vale la nostra vita, non spetta ad altri esseri umani giudicarlo. Potranno ucciderci solo se lo faranno direttamente: non gli resta che farlo, visto che è quello che vogliono

Il richiedente asilo del Ghana aggiunge: «Ci incollano l’etichetta di “migranti”, ma bisogna smetterla perché non dice niente. Siamo esseri umani come voi e abbiamo una vita che dovrebbe essere rispettata. “Migranti”, non dice niente di tutto questo. Si dice “5000 migranti” ma così non si parla delle famiglie, delle vite che portiamo con noi.»
«Siamo sopravvissuti solo grazie all’acqua o al cibo che ci lasciano le auto dei libici qui di passaggio. Molti di noi sono morti: la situazione è più che disumana. È peggio delle violazioni dei diritti, della tortura… Non puoi immaginartelo finché non l’hai vissuto. Però noi non abbiamo mai abbandonato l’idea che la nostra vita, un giorno, potrà essere migliore.», prosegue uno dei due nigeriani.

«Sette anni sono tanto tempo. Erano i libici a passare a darci l’acqua e il cibo: a dire il vero hanno fatto molto per noi. Cioè, anche l’esercito tunisino a volte, ma sono soprattutto i libici che ci hanno dato sostentamento ogni giorno. Se non fosse stato per loro, avreste sentito parlare di morti ogni settimana a Choucha. Specialmente in questo periodo, all’inizio dell’estate.» – è la testimonianza di uno degli ivoriani.

«Il diritto d’asilo: sette anni non sono sette giorni o sette settimane.
All’inizio del mese uno di noi è venuto a mancare: l’abbiamo mandato all’ospedale di Ben Guerdane e là i medici non si sono nemmeno occupati di lui. È morto nel giro di un’ora. Non siamo nemmeno considerati persone. Sono passate ormai tre settimane da allora; era un rifugiato sudanese, malato, non aveva di che mangiare.
Abbiamo chiesto aiuto alle associazioni, ma non è bastato. Solo MSF passava ogni quindici giorni: aiutavano chi era malato e chi non lo era. Per esempio, MSF era venuta il giorno prima per quest’uomo, per verificare che tutto andasse bene, ma il giorno dopo si è ammalato. Allora abbiamo provato a farlo trasferire a Médenine. Non abbiamo capito bene cosa sia successo, il dottore è venuto per fargli una trasfusione e lui è morto un’ora dopo. Ciò che non capiamo è la mancanza di considerazione: questa è un’ingiustizia. Per quanti anni siamo rimasti a Choucha? Se ci fosse stata giustizia, non ci saremmo rimasti per sette anni: cosa avremmo potuto fare?
»

Uno dei due rifugiati nigeriani, seduto sul letto accanto a me, mi dice: «tu fai sì con la testa da prima, ma non hai la minima idea di quello che abbiamo vissuto, della sofferenza che proviamo. È impossibile rendersene conto se non l’hai provata. E vuol dire mancare crudelmente di umanità se si vuole che degli esseri umani sopportino dei periodi così difficili. Non è difficile sapere cosa sarebbe il meglio per noi, ma nessuno vuole o decide di metterlo in pratica

Dopo sette anni, non si vede ancora nessuna soluzione

Se andiamo a esaminare le domande di asilo caso per caso, scopriamo che la maggior parte dei 36 rifugiati e richiedenti asilo chiede la relocation in un paese in cui la richiesta potrà essere ufficialmente compilata.

La paura, per molti di loro, di vedersi rinchiudere in un centro, come è già successo ad alcuni, è tale che chiedono alle autorità diplomatiche e internazionali di agire il più rapidamente possibile.

«Qui riceviamo la visita quotidiana di MSF e dell’OIM. La situazione è buona, ringraziamo le organizzazioni così come il governatore di Tunisi perché hanno compiuto degli sforzi per noi. La nostra richiesta è il diritto d’asilo e di relocation per tutti», conclude uno dei tre rifugiati ivoriani.

  1. https://ftdes.net/tunisie-evacuation-camp-de-choucha/
  2. https://www.cairn.info/revue-confluences-mediterranee-2013-4-page-31.html
  3. https://www.cairn.info/revue-confluences-mediterranee-2013-4-page-31.html
  4. http://geopolis.francetvinfo.fr/tunisie-une-loi-contre-le-racisme-suite-a-l-agression-de-trois-congolais-130889
  5. http://www.afrikmag.com/tunisie-un-ivoirien-passe-a-tabac-et-poignarde-par-9-personnes/
  6. https://inkyfada.com/2015/09/expulse-frontiere-migrant-algerie-ouardiya-tunisie/