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“Peggio della Jungle di Calais”: al confine italiano i rifugiati affrontano la “grave” carenza di misure sanitarie e l’“allarmante” brutalità della polizia

May Bulman, The Independent - 1 ottobre 2017

Photo credit: Samer Mustafa

Al confine tra Italia e Francia, centinaia di rifugiati stanno affrontando una grave carenza di condizioni igienico-sanitarie e la brutalità della polizia, in quella che gli esperti definiscono essere una situazione “peggiore della Jungle di Calais, rivela il The Independent. Attualmente, nella città italiana di Ventimiglia si stima ci siano 700 profughi, compresi decine di minori non accompagnati. Molti di loro vivono in condizioni che sono “del tutto inadeguate“, con una grave carenza di acqua potabile pulita o servizi igienici.

Un nuovo rapporto, esaminato in esclusiva dal The Independent, rivela che l’accresciuta brutalità delle polizie italiana e francese, assieme all’assenza di un’assistenza sanitaria accessibile, fanno sì che i giovani rifugiati debbano anche far fronte ad un allarmante” livello di pericolo, oltre che ad un indebolimento della loro salute fisica e mentale, con la maggior parte delle persone impossibilitate ad avere accesso alle cure mediche.

I ricercatori del Refugee Rights Data Project

(RRDP), che hanno condotto l’indagine, affermano che Ventimiglia è uno dei peggiori siti con presenza di rifugiati in cui siano mai stati, descrivendo la situazione come “terrificante” ed insistendo affinché si faccia di più per migliorarne le condizioni disumane.

L’approfondita analisi è stata condotta intervistando 150 rifugiati di sesso maschile presenti in zona, uno su cinque minore di 18 anni, il 90% dei quali è arrivato da solo, senza amici né familiari. All’epoca della ricerca, la maggior parte di loro (il 73%) era a Ventimiglia da un periodo compreso tra uno e tre mesi, dopo essere arrivati in Libia e aver viaggiato attraverso l’Italia. Il gruppo più numeroso veniva dal Sudan, seguito da persone provenienti da Ciad, Etiopia ed Eritrea.

L’assenza di donne e ragazze spicca dal numero davvero esiguo di rifugiate, che secondo i ricercatori sarebbe da attribuire alla diffusione della tratta a fini di sfruttamento sessuale nel sud Italia e in Nord Africa.

Ribattezzata talvolta come la Calais italiana, Ventimiglia è un punto di transito ben noto ai rifugiati e ai migranti che provano ad entrare in Francia. Negli ultimi anni, da quando la Francia ha dichiarato lo stato di emergenza e ha chiuso le proprie frontiere nel 2015, rendendo così il passaggio più difficoltoso, qui è andata consolidandosi una fase di stallo.

La chiusura della frontiera ha fatto sì che sempre meno profughi cerchino di raggiungere la Francia in treno, per tentare invece la sorte con il cosiddetto “Passo della Morte“, attraverso le montagne, o camminando lungo le gallerie dell’autostrada.

Secondo i ricercatori, mentre dai 400 ai 500 rifugiati hanno trovato accoglienza in un campo gestito dalla Croce Rossa, al momento dell’indagine si è stimato che dalle 200 alle 300 persone fossero in condizione di indigenza, costrette a dormire all’aperto sotto i ponti e lungo gli argini del fiume.

Interrogati sulle condizioni igieniche a Ventimiglia, la maggior parte degli intervistati – l’85% – ha risposto che per lavarsi, come pure per bere, se necessario, usava l’acqua del fiume, che molti utilizzavano come gabinetto. 6 su 10 hanno affermato di aver sperimentato problemi di salute dal loro arrivo in Italia, di questi il 44% ha ritenuto che tali problemi siano iniziati a causa delle condizioni di vita malsane. Gli operatori sanitari locali hanno registrato un elevato numero di patologie dermatologiche, tra cui la scabbia, diffusasi a causa delle pessime condizioni igieniche.

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Malgrado la copiosità di problematiche sia fisiche che mentali tra i rifugiati di Ventimiglia, i ricercatori hanno rilevato che, nonostante gli sforzi di organizzazioni come Medici Senza Frontiere1, solo il 15%, tra quanti hanno avuto problemi di salute, ha potuto avere accesso alle cure sanitarie.

Quasi un intervistato su cinque (il 17%) ha descritto il proprio problema di salute come una questione di salute mentale piuttosto che come un’indisposizione fisica. La grande maggioranza delle persone colpite ha viaggiato attraverso la Libia, e in molti hanno raccontato esperienze decisamente inquietanti, mentre altri sono rimasti con lesioni fisiche impossibili da trattare.

Un uomo sudanese ha raccontato di aver perso il fratello in mare, quando la loro imbarcazione è affondata, e di aver assistito all’uccisione di un neonato, da parte dei libici, mentre era nelle braccia della madre. Un altro uomo ha detto di stare male perché, avendo visto centinaia di migranti uccisi in Libia, aveva brutti ricordi. Erano circa in 450 all’inizio, ma solo lui e altri 70 sono riusciti a sopravvivere.

Mentre tutti gli intervistati ospitati nel campo della Croce Rossa hanno riferito di avere accesso al cibo tutti i giorni, solo il 41% dei rifugiati indigenti ha dichiarato lo stesso. Il 70% di quanti hanno accesso al cibo ha affermato di poter avere solo un pasto al giorno.

In termini di sicurezza, dallo studio emerge che 7 intervistati su 10 hanno dichiarato di “non sentirsi per niente al sicuro” nella regione. I ricercatori hanno attribuito questo sensazione di essere in pericolo all’assenza di misure di sicurezza, oltre che alle “sfavorevoli” condizioni di vita alla frontiera. Altri hanno rivelato di avere paura di essere derubati o aggrediti da altri profughi, data la precarietà del contesto, mentre quasi uno su dieci ha menzionato il rischio di violenza o di abuso sessuale da parte della polizia o degli europei.

Interrogati sui rischi maggiori affrontati dalle persone che passano per Ventimiglia, la maggior parte di loro ha menzionato i pericoli connessi all’attraversamento del confine (75%), seguiti dal rischio di non avere accesso a cibo e acqua sufficienti (63%), o all’assistenza medica (51%).

Dato allarmante è che il 43% degli intervistati sapesse di almeno un rifugiato morto in Italia o al confine francese. I ricercatori dichiarano che, sebbene si debba riconoscere che molti di questi intervistati stessero facendo riferimento ai medesimi incidenti, è preoccupante che 7 persone su 10 abbiano affermato che le persone in questione siano morte cadendo da un dirupo o da un monte, nel tentativo di attraversare il confine.

Il 37% degli intervistati ha indicato, come causa di morte, gli incidenti stradali, mentre il 10% ha menzionato i problemi di salute, l’8% ha parlato di morti verificatesi a seguito di violenze subite dalla polizia, e il 3% di morti imputabili a suicidi.

Il rapporto ha evidenziato che, assieme ai pericoli fisici nell’attraversare il confine, la violenza della polizia è risultata essere uno dei pericoli maggiori per i migranti, con più della metà degli intervistati (il 53%) che ha subito violenza alla frontiera da parte della polizia francese.

Molte delle violenze hanno assunto la forma di insulti verbali, ma il 40% delle persone ha subìto anche violenze fisiche, il 36% da gas lacrimogeni, mentre 8 persone hanno dichiarato di aver subìto un qualche tipo di abuso sessuale. Molti intervistati hanno ricordato di essere stati esposti ai gas lacrimogeni alla frontiera.

Un diciottenne del Sudan ha raccontato ai ricercatori: “Mentre stavo attraversando il confine mi hanno preso e mi hanno picchiato, e hanno spruzzato del gas lacrimogeno. È stata la cosa peggiore alla frontiera“. Un altro sudanese di diciotto anni ha raccontato: “Al confine la polizia francese mi ha rotto la spalla destra e mi ha ferito il collo. C’erano anche l’esercito francese, che deportava le persone. Alla stazione ferroviaria di Ventimiglia la polizia italiana mi ha rotto il naso. Sono stato rispedito a Taranto molte volte, non mi sento per niente al sicuro in Italia”.

Diversi intervistati hanno anche dichiarato di aver regolarmente subìto aggressioni verbali di stampo razzista da parte delle persone del posto, di aver affrontato discriminazioni per il colore della pelle, e hanno riferito che gli è stato detto che non erano i benvenuti. In occasioni diverse, molti rifugiati hanno riferito che i cittadini gli hanno lanciato addosso secchiate d’acqua dai balconi mentre camminavano sul marciapiede, mentre altri hanno raccontato che gli è stato negato di bere acqua nel centro della città in quanto profughi.

Nel rapporto si precisa che la CRS, la celere francese, è quotidianamente presente alla stazione ferroviaria di Ventimiglia, dove passa al setaccio i treni e compie arresti. I protocolli anti-terrorismo recentemente imposti conferiscono alla polizia francese il potere di condurre ispezioni fino a 20 km all’interno del territorio italiano e di espellere le persone oltre confine.

Marta Welander, direttore esecutivo del RRDP che ha condotto numerosi progetti di ricerca sui rifugiati, ha riferito al The Independent che l’insieme delle problematiche che i rifugiati si ritrovano ad affrontare a Ventimiglia è “terrificante“, e ha affermato che si è trattato di “uno dei peggiori” siti di ricerca in cui sia mai stata. “Ovviamente anche la situazione delle isole greche è agghiacciante e al punto di rottura, ma ciò che allarma tanto riguardo a questa situazione è la scarsità dei servizi a disposizione“, ha constatato.

Fondamentalmente si stanno intrappolando le persone in un vicolo cieco, ma senza alcun accesso ai servizi di cui hanno bisogno. Ci sono delle associazioni di volontariato, e stanno facendo quello che possono, ma c’è una tale mancanza di risorse che vengono paralizzate dalle autorità“.

La Welander ha accusato le autorità di “ostacolare” l’erogazione di aiuti ai rifugiati, e ha dichiarato che la polizia francese, cacciando i minori dal paese nonostante il prendersene cura sia dovere dello Stato, ha agito in modo illegale. “Le autorità francesi stanno infrangendo le Direttive europee e stanno respingendo i minori dal suolo francese. Una volta arrivati, dovrebbero diventare responsabilità dello Stato francese. Per quanto ne sappiamo, questo è illegale“, ha dichiarato.

Abbiamo sentito la polizia francese dare informazioni false ai minori. Dicevano loro cose assolutamente insensate. Gli chiedevano se fossero europei, e quando loro rispondevano di no gli dicevano ‘E allora non potete stare in Francia, non conoscete le regole?’”. “I francesi sono una parte importante del problema. Respingendo questi minori stanno abusando dei poteri dello stato di emergenza. Nessuno vuole assumersi la responsabilità dei minori”.

Ha anche affermato che le autorità italiane hanno messo in pericolo molte famiglie di rifugiati a seguito della chiusura di una chiesa della città che poteva ospitare donne e bambini, cosa che ha fatto sì che in molti siano semplicemente scomparsi. “Questo fa infuriare. Era uno spazio sicuro per donne e bambini. Le autorità locali volevano spostarli nel campo della Croce Rossa, un posto nel quale ci sono circa 400 uomini, non sicuro e noto per la sua precarietà“, riferisce. “Quindi molte di loro sono scappate, e nessuno sa dove siano andate. Fondamentalmente le autorità non hanno a cuore le reali necessità di queste persone”.

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La Welander ha continuato dicendo che i pericoli e i rischi per la salute dei rifugiati al confine italiano sono ben più gravi rispetto a quelli della Jungle, il campo di Calais, prima che fosse demolito dalle autorità nell’ottobre dello scorso anno.

È peggio della Jungle. Tutti gli aspetti positivi che le persone potevano trarre da quel campo, come ad esempio le reti di supporto, i servizi sanitari improvvisati e il senso di comunità, qui semplicemente non ci sono“, ha sottolineato.

Attualmente, il modo in cui le autorità francesi stanno affrontando la situazione a Calais è molto simile. Cercano costantemente di fare in modo che le persone non creino campi e si stabilizzino lì. “Queste persone stanno arrivando direttamente dalla Libia, molte di loro lì hanno vissuto esperienze orribili e versano in condizioni di indigenza. Ho la sensazione che non siano totalmente informate sul perché la frontiera sia chiusa e sul motivo per il quale non possono scegliere dove fare richiesta di asilo”. “Sembra piuttosto evidente che le politiche attuali non stanno facendo niente per affrontare la situazione in maniera sensata o sul lungo periodo. [Stanno semplicemente spostando le persone da un posto all’altro->]”. “È altamente probabile che queste persone sviluppino disturbi post-traumatici da stress a causa di quanto hanno vissuto in Libia. È nell’interesse di tutti fornire loro supporto e assistenza medica. Che stiano in Italia o meno, devono esserci servizi migliori”.

Alla luce delle informazioni raccolte, Livio Amigoni, del progetto Eufemia Infopoint di Ventimiglia, ha commentato: “A seguito della dichiarazione francese di stato di emergenza e di un controllo più serrato del confine dal 2015, il passaggio verso la Francia è diventato più difficoltoso, ma ciò non ha scoraggiato le persone dal provare ad attraversare”. “Piuttosto, ha portato le persone a provare pericolosi passi di montagna e tratti mortali in autostrada, e tale situazione ha anche gettato molte persone alla mercé di passeurs e trafficanti. Inoltre, la Francia è responsabile dei minori che arrivano in territorio francese”. “Ciononostante, la polizia francese continua a respingere i minori in treno, dalla Francia a Ventimiglia, negando loro il diritto alla protezione”.

Le autorità italiane sono state contattate perché rilasciassero una loro dichiarazione sulla questione, ma alla data della pubblicazione non hanno fornito alcuna risposta.

  1. http://www.medicisenzafrontiere.it/notizie/news/ventimiglia-un-centinaio-di-migranti-dispersi-al-confine-dopo-ordinanza-del-comune.