La favola del Porto Recanati Cricket Club, ovvero l’altra faccia dell’Hotel House

di Simone Massacesi

Ecomostro da abbattere, bronx, covo di delinquenti, simbolo di insicurezza, bomba sociale pronta a esplodere. È ampio e variegato il vocabolario “terrorista” utilizzato da politici, stampa e persone comuni ogni volta che si parla dell’Hotel House di Porto Recanati.

Proprio così, terrorista, perché difficilmente chi chiama in causa l’enorme edificio quartiere che sorge isolato alla periferia del piccolo centro marchigiano lo fa con uno scopo diverso da quello di alimentare forme più o meno subdole di razzismo.

La struttura, inaugurata nel 1968 come complesso residenziale di un turismo d’avanguardia, è oggi una vera e propria cittadella multietnica che vede ospitati nei 480 appartamenti, suddivisi in 17 piani, circa 3000 persone, delle quali oltre il 90% sono migranti.
Insomma, una preda fin troppo appetibile per gli imprenditori della paura nostrani. E, infatti, da queste parti sono passati un po’ tutti i leader nazionali della destra fascista e xenofoba per soffiare sul fuoco dell’intolleranza. Anni fa toccò a Francesco Storace che, nella veste di sceriffo law & order, venne a reclamare sicurezza e legalità, ovviamente non contro il palese e radicato insediamento nella zona della criminalità organizzata, bensì contro i residenti morosi dell’Hotel House che non avevano pagato la bolletta dell’acqua.

Il debutto nella ICL nel 2011
Il debutto nella ICL nel 2011


Più di recente, invece, ci ha provato Matteo Salvini, il quale, però, giunto al demenziale grido di “ruspa, ruspa” è dovuto filar via in fretta, con la coda tra le gambe, di fronte alla risoluta protesta degli stessi residenti che hanno accolto il segretario della Lega nord con vibranti proteste e l’eloquente striscione “Mai con Salvini”.

Certo, va anche detto che quando si parla di Hotel House non è che ci sia bisogno di essere di destra per alimentare il pregiudizio. Anzi, l’ossessione per il decoro urbano e la cosiddetta sicurezza sono ormai patrimonio comune, il che rende il palazzo più discusso delle Marche inviso ai più, anche a coloro, e sono la stragrande maggioranza, che lì non vi si sono mai recati e giudicano solo attraverso la percezione distorta dai media e il sempre in voga “sentito dire”.

Non è un caso, dunque, che l’attuale amministrazione comunale guidata dal sindaco del Partito democratico Roberto Mozzicafreddo abbia recentemente emesso un’ordinanza che impone entro l’8 dicembre l’avvio dei lavori volti all’adeguamento dei sistemi antincendio del palazzo, pena lo sgombero: un ridicolo bluff volto più a rispondere alla pancia dell’elettorato che una vera minaccia, visto che una simile operazione non solo è impensabile, ma neppure possibile visto che gli appartamenti sono tutti di proprietà.

Per carità, non che allo stato attuale sia possibile considerare l’Hotel House un modello, così come sarebbe sciocco voler nascondere problemi legati a forme di microcriminalità come le attività di spaccio. Ma è vero anche che esiste una realtà che difficilmente si può apprendere dalla stampa o nelle discussioni da bar; una realtà fatta per lo più di tante vicende comuni e una quotidianità assolutamente simile a quella vissuta da ciascuno di noi; quella, direbbe qualcuno, delle “persone normali”. Invece non solo qui la cosiddetta “normalità”, se non una regola, è quanto meno un’aspirazione della maggioranza dei migranti, ma, se si ha occhi per vedere, si possono incontrare storie straordinarie che hanno perfino il sapore della favola.

Una di queste è quella del Porto Recanati Criket Club 1, una delle più belle realtà regionali legata al binomio sport-inclusione. Una squadra mista formata da bengalesi e pakistani, giovani tra i venti e i trentanni, quasi tutti residenti nel più contestato palazzone delle Marche.

La squadra, fondata nel 2005 da un primo nucleo di bengalesi giunti pochi anni prima in Italia, dal 2011 è iscritta all’Italian Cricket League, che organizza un campionato nazionale e che vede la partecipazione di squadre provenienti da tutta Italia.

Incontriamo una delegazione guidata dal presidente Zakirul in un bar situato all’interno dell’edificio, una delle numerose attività commerciali collocate al piano terra dell’Hotel House. Ci sediamo insieme a loro intorno a un tavolo e, guardandoci intorno, ci rendiamo subito conto che è difficile distinguere l’atmosfera che aleggia nel locale da quella che caratterizza il classico bar presente in ogni quartiere popolare che si rispetti.

Con Zakirul ci sono Rukon, Joy, Simon e Shail. Lavorano tutti, chi come operaio nella zona industriale della vicina Loreto, chi come ambulante. Chiediamo loro di raccontarci questa esperienza e, tra un aneddoto e l’altro, scopriamo che per la gran parte di loro il cricket non è solo un gioco, ma una passione sviscerata e, soprattutto, un prezioso elemento che gli consente di mantenere un importante legame culturale con il proprio Paese d’origine. L’esempio è Rukon, il capitano della squadra, giunto in Italia nel 2007 e stabilitosi inizialmente a L’Aquila, dove viveva allora suo padre: “Quando arrivai ero molto triste, perché là non c’era nessuno che conosceva il cricket, e io ero abituato a giocarci quasi tutti i giorni. Poi, quando ho raggiunto mio fratello qui all’Hotel House ho incontrato loro e la mia vita è cambiata”.

Una passione che diventa orgoglio quando tengono a precisare che la squadra è totalmente auto organizzata e autofinanziata. Non un dettaglio, considerato che il materiale per praticare il cricket è tra i più costosi, poiché l’abbigliamento e le protezioni devono essere di prima scelta. Una necessità, non certo un capriccio, perché il cricket oltre a essere lo sport più diffuso al mondo dopo il calcio, è anche molto pericoloso e conta ogni anno moltissimi feriti e anche alcuni morti a causa della dura pallina e lanciata a velocità elevatissime. Insomma, per giocare non serve solo essere abili, ma occorre avere anche una bella dose di coraggio che finisce per forgiare lo spirito di questi ragazzi. È anche per questo, probabilmente, che bengalesi e pakistani sono tra la manovalanza più ricercata dall’industria cantieristica nazionale, dove vengono impiegati nelle mansioni più pericolose sia a terra che in mare, peraltro spesso senza le necessarie tutele di sicurezza sul lavoro.

Ed è proprio nelle città che ospitano i principali cantieri italiani che, grazie alle comunità bengalesi e pakistane, il cricket si va diffondendo, da Ancona a Monfalcone, fino a La Spezia, ma anche nel bresciano e nel milanese, dove molti di loro trovano occupazione in quelli che ancora oggi, nonostante la crisi, restano i principali distretti industriali del Paese.
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L’eco delle gesta del Portorecanati Cricket Club è giunto fin da queste parti, tanto che, alcuni mesi fa, proprio una squadra di Milano ha chiesto ad alcuni di loro di partecipare a un torneo organizzato nel capoluogo lombardo. In realtà, i ragazzi non sono nuovi a frequentazioni fuori regione e più di una volta, anche di questo ne vanno orgogliosi, sono stati chiamati a partecipare a tornei organizzati in grandi città come Milano, appunto, Roma e Bologna.

Ovviamente non sono tutte rose e fiori, ma i problemi non derivano, come potrebbero subito pensare i maldicenti, dalla complicata convivenza con le numerose altre etnie dell’Hotel House, bensì dall’ignavia delle istituzioni, che si traduce, per esempio, nell’impossibilità di allenarsi costantemente, soprattutto in vista delle competizioni più importanti, per l’assenza di una struttura adeguata. “Purtroppo – ci spiega Zakirul – siamo costretti a spostarci verso la frazione Marcelli di Numana, dove possiamo disporre di uno spazio un po’ più adatto.

Più volte abbiamo provato a interloquire con le diverse amministrazioni comunali, ma al di là di qualche vago impegno niente è stato fatto”. Evidentemente non giova a nessuno far vedere che dall’Hotel House possano venire segnali positivi e in controtendenza rispetto al quadro ormai fossilizzatasi nell’immaginario collettivo, qualcosa capace di rassicurare le coscienze e di sgretolare i peggiori luoghi comuni.

Ma, almeno nel palazzone, la squadra ha ormai da tempo cominciato a farsi notare e apprezzare: c’è anche chi, anche se con scarsi risultati, ha provato a cimentarsi nel cricket e chi ha iniziato a seguire i loro risultati, dando di tanto in tanto anche un supporto sugli spalti. “Qui viviamo bene – continua Zakirul – anzi, se i servizi pubblici fossero più curati sarebbe veramente bello: siamo una grande famiglia multietnica e, almeno per quanto ci riguarda, non siamo mai stati fatti oggetto di pregiudizi. Ciò che dispiace è che se un fatto negativo si verifica all’Hotel House, piuttosto che in un altro posto, viene subito amplificato per mettere in cattiva luce chi abita qui e per fare di tutta l’erba un fascio”.

Ehe già, Zakir, hai ragione, ma coloro che speculano politicamente sulla paura non possono permettersi distinzioni troppo sofisticate; sai, qui si vota ogni anno e se gli togli il pretesto dell’immigrazione cosa potranno mai raccontare agli elettori, a parte il loro fallimento?

Links utili:
La pagina Fb della squadra

  1. L’ Hotel House in realtà ospita anche una seconda squadra di cricket, il Sileth Cricket Club ma purtroppo per impegni già presi non siamo riusciti ad intervistare il presidente Ashik

Simone Massacesi

Vivo ad Ancona e mi sono laureato in Storia contemporanea all’Università di Bologna. Dal 2010 sono giornalista pubblicista.