In più di 20.000 protestano a Tel Aviv contro il piano di deportazione dei richiedenti asilo

Melanie Lidman, The Times of Israel - 24 febbraio 2018

Più di 20.000 africani richiedenti asilo e israeliani hanno manifestato vicino alla nuova Stazione Centrale degli autobus nella Tel Aviv sud sabato sera (24 febbraio 2018 n.d.t.), per protestare contro il piano di deportazione dei richiedenti asilo del governo, previsto in attuazione da Marzo.

Non abbiamo scelto di venire a sud di Tel Aviv, non sono state distribuite le mappe per Levinsky Street nel deserto del Sinai” ha detto Togod Omer, un richiedente asilo proveniente da Darfur, Sudan, quando ha parlato alle migliaia di persone dal palco. “Quando siamo arrivati, ci hanno dato un biglietto di sola andata alla nuova Stazione Centrale degli autobus”.
Siamo tutte vittime in questa storia, richiedenti asilo e israeliani di lunga data”, ha continuato Omer, riferendosi a coloro che vivono nelle vicinanze della zona sud di Tel Aviv. “Noi viviamo qui insieme e provano a spingerci all’odio reciproco.”

Migliaia di persone hanno riempito Levinsky Street a suon di “la gente chiede di fermare le deportazioni!” con cartelli che citavano i testi ebraici sull’amore verso lo straniero.

Ci sono circa 38.000 richiedenti asilo africani in Israele, secondo il Ministero degli Interni. Il 72% circa è costituito da eritrei e il 20% da sudanesi. La gran parte è arrivata tra il 2006 e il 2012. Una legge approvata dal Parlamento israeliano a dicembre prevede che il Ministero degli Interni deporti i richiedenti asilo in Ruanda e in Uganda a partire dal mese di marzo.

Sono felice che sia arrivata così tanta gente e che ci siano così tante persone ad aiutarci”, ha detto Saleh, 24 anni, richiedente asilo eritreo che è arrivato da Haifa con un gruppo di amici. “Io sono una persona, come ognuna di quelle che è qui è una persona, veniamo tutti dallo stesso Dio”.

Molti dimostranti dicono di essere contenti che la protesta si sia tenuta a Tel Aviv, anche se la grande affluenza ha reso difficile la gestione, con gli incroci e le strade circostanti gremite di folla.

È bello vedere facce bianche e nere manifestare insieme. Quando ci sono queste proteste al Teatro Habimah è molto Ashkenazi”, ha detto Gabi Doron riferendosi alla location più popolare per le proteste nel centro di Tel Aviv a fianco alla Rotschild Boulevard. “Questo, dà senso di comunità”, aggiunge Doron residente a Tel Aviv da molto tempo e che ha vissuto nella zona sud della città per trent’anni.

Adesso non ho paura di quello che accadrà, perché ho visto tanti israeliani che sono contrari alle deportazioni”, ha detto Awet Asheber, 37enne, richiedente asilo eritreo che è in Israele da 10 anni. Asheber stava manifestando insieme ad altri membri dell’Holot Theater, la compagnia di teatro che hanno creato mentre erano nel Centro di detenzione di Holot. Oggi si esibiscono in giro per il Paese, raccontando la storia dei richiedenti asilo e cosa avviene loro se vengono deportati. “La gente qui sa che sono un rifugiato, non un infiltrato o un migrante economico come dice lo Stato”, spiega Asheber.

Sono venuta dall’Olanda 20 anni fa e quando sono arrivata qui ero davvero felice d vedere facce da tutto il mondo” ha raccontato Rona, una dimostrante olandese-israeliana che è arrivata (alla manifestazione, ndt) con tre comitive di partecipanti, in autobus da Haifa. “Perché questo non può essere un vero raduno di esuli?”, ha chiesto.

Circa 150 contro-manifestanti sono stati transennati in un’area ad un isolato di distanza dal luogo della manifestazione. Avevano cartelli che dicevano “Bugiardi, andate a casa!” con immagini di aerei, in riferimento alle deportazioni previste.

Sono nato e vissuto per tutta la vita nelle vicinanze di Shapira, dove abbiamo sofferto simili violenze per anni,” ha detto Reuven Mirayey, un avvocato. “Io non posso uscire di notte, le mie figlie devono rientrare a casa non appena fa buio.”

Sabato, prima della manifestazione, la polizia Israeliana ha dichiarato di aver arrestato due uomini, di cui uno armato, dopo che avevano presumibilmente minacciato online di irrompere sulla manifestazione.
Ha riferito che gli uomini sono stati “trattenuti per essere interrogati,” dopo aver postato su Facebook quello che sembra un appello per una violenta contro-manifestazione degli oppositori all’inasprimento del governo verso gli immigrati raccolti a Tel Aviv.

“Amici, sta succedendo… la battaglia per buttare fuori gli infiltrati”, diceva il post, riprodotto in un comunicato della polizia. “È il momento di ribellarsi e di difendere casa nostra”.
La polizia ha detto che i commenti postati in risposta su Facebook includevano un “io sono armato.”

La polizia Israeliana ha localizzato subito i due sospettati, e li ha arrestati per interrogarli, e, infine, ha confiscato l’arma di uno dei due,” aggiungeva la dichiarazione.

La polizia è stata presente in maniera massiccia e ha dichiarato che non avrebbe tollerato disordine pubblico.

I funzionari israeliani considerano la stragrande maggioranza dei quasi 40.000 migranti Africani, persone alla ricerca di un lavoro, e sostengono che il Paese non ha alcun obbligo legale di mantenerli. I funzionari israeliani li definiscono comunemente “infiltrati.”

Gli Africani, provenienti quasi tutti dall’Eritrea dittatoriale e dal Sudan martoriato dalla guerra, dicono che sono fuggiti per salvarsi la vita e sarebbero di nuovo in pericolo se ritornassero. La stragrande maggioranza è arrivata tra il 2006 e il 2012.

Le persone con richieste di asilo già avviate non possono essere espulse prima della definizione delle loro pratiche. In questo momento, neppure le donne e i bambini sono sotto minaccia di deportazione.

Nelle ultime settimane, gruppi di piloti, medici, scrittori, ex ambasciatori, e sopravvissuti all’Olocausto israeliani hanno fatto appello al Primo Ministro Benjamin Netanyahu per fermare il piano di deportazione, denunciandone l’immoralità e il grave danno che ne deriverebbe all’immagine della Israele che si descrive come un faro per le nazioni.

Anche alcuni gruppi ebraici americani hanno esortato Israele a ripensarci. Yad Vashem, ufficiale israelita del memoriale dell’Olocausto, è intervenuto. Pur rifiutando qualsiasi confronto tra la situazione dei migranti e le vittime dell’Olocausto, ha detto che il problema è comunque una “sfida nazionale e internazionale che richiede empatia, compassione e misericordia.”

All’inizio di questo mese Netanyahu ha affermato che “i veri rifugiati e le loro famiglie rimangono in Israele. Non abbiamo alcun obbligo di permettere che rimangano qui migranti che lavorano illegalmente e che non sono rifugiati.”

Un recente sondaggio realizzato dall’autorevole Israel Democracy Institute ha scoperto che due terzi del pubblico ebraico è d’accordo con le espulsioni previste. L’unica speranza dei migranti può essere che al governo pecchi nell’organizzazione. Le autorità carcerarie dubitano di poter processare coloro che, tra i 15.000 e i 20.000, dovrebbero essere arrestati. Ci sono circa 500 posti letto disponibili, nel carcere di Saharonim, l’unico che può accettare i richiedenti asilo che rifiutino la deportazione.

Nel 2012, una manifestazione anti-migranti a Tel Aviv ha avuto circa 1.000 partecipanti ed è scivolata nella violenza, con attacchi ai negozi di africani-migranti.

La solidarietà all’evento di sabato è stata avviata dai residenti israeliani di Neve Shaanan, ma gli organizzatori hanno detto che speravano che la gente sarebbe venuta da tutta Israele a dimostrare sostegno.

Mercoledì, centinaia di richiedenti asilo in un centro di detenzione nel sud di Israele hanno iniziato uno sciopero della fame a oltranza, dopo che molti di loro sono stati trasferiti nella prigione nel deserto del Negev, per aver rifiutato di lasciare lo stato israeliano volontariamente.