#FragileMosaico – Ai confini della Siria, con i ragazzi e le ragazze dell’Operazione Colomba, tra i profughi che non possono tornare e non possono rimanere

Racconti dal viaggio della campagna overthefortress in Libano

Foto di Raffaello Rossini

La strada che da Beirut porta al nord del Paese, corre tra l’azzurro del mare e il verde delle colline. Sarebbe pure bella e godibile, se gli automobilisti rispettassero una qualunque regola di circolazione e non avessero abbruttito il paesaggio con interi boschi di grigi palazzoni in puro stile “abuso edilizio”. Dai tempi dei crociati, su questa sponda di mare, sorgono più chiese che moschee. In tempi moderni, queste chiese sono state affiancate da massicce e alte statue di severe Madonne, Cristi benedicenti e santi come San Marone, fondatore della chiesa maronita. Più che espressione di una qualche spiritualità, sono un modo come una altro per segnare il territorio e avvertire chi vi entra che questi sono quartieri cristiani. Difficile scorgere una qualche segno della presenza dei profughi siriani, su queste sponde.
I loro desolati campi stanno tutti all’interno, nelle zone più inospitali del Libano, come nella valle della Bekaa.
Tutto cambia improvvisamente dopo 150 chilometri, quando l’autostrada finisce di punto in bianco e lascia spazio a sterrati e stradine di campagna. Siamo arrivati ai confini con la Siria. Ed è proprio qui, nella periferia del villaggio di Tal Aabbas, che incontriamo le ragazze e i ragazzi dell’Operazione Colomba.

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«Questa è la strada che congiunge la Siria con la città Tripoli. E’ percorsa da migliaia di profughi e sono stati proprio loro a chiamarci, spaventati da episodi di violenza nei loro confronti e dalle minacce ricevute da alcuni libanesi. Hanno addirittura bruciato la scuola dei bambini e noi la stiamo ricostruendo. Devo dire che la nostra presenza è riuscita, se non altro, ad attenuare gli animi».
Federica di Rimini è una dei sei giovani italiani di Operazione Colomba che vivono in un piccolo campo a El Gharbi. Diciassette famiglie di una decina di persone circa ciascuna sistemate in tende raffazzonate. Tutto materiale noleggiato a caro prezzo dal padrone del campo che gli ha pure affittato la terra. Ma sui commerci e sui guadagni – leciti e meno leciti – che la presenza di migliaia di profughi innesca nel territorio, torneremo in un prossimo articolo di questo nostro #FragileMosaico.

«Per queste persone è importante sapere che c’è qualcuno che non li dimentica, che è venuta dall’Italia per vivere come vivono loro, che cerca di essere utile e che regala a loro un po’ di speranza – mi spiega Matteo, anche lui di Rimini -. Tenete presente che nessuno dà loro la minima informazione. E’ come se fossero invisibili a tutti, se non per essere inseriti in meccanismi di sfruttamento. Noi cerchiamo di fare da collegamento tra loro e quei pochi servizi su cui possono contare. Segnaliamo all’Onu in casi più disperati. Li mettiamo in contatto con le associazioni internazionali di sostegno. Per farti un esempio, una madre siriana è venuta sino qui da Beirut solo perché aveva sentito che c’era qualcuno che ascoltava le persone. Aveva un figlio con tre dita della mano attaccate tra di loro. Noi abbiamo chiesto a varie associazioni e ci hanno detto che c’è in Libano un ospedale palestinese specializzato nella cura di questa deformazione e l’abbiamo accompagnata là. Ora il bimbo sta bene. Bastava poco, ma nessuno in Libano fa neppure questo poco».

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I volontari della associazione abitano in due tende situate proprio all’inizio del campo. Una per i ragazzi e una per le ragazze. Due stanze in tutto con un tappetino per pavimento (in tutte le tende/casa dei campi è buona educazione entrare scalzi), qualche materassino buttato per terra ed i bagagli ammassati negli angoli. Gli italiani aiutano la gente nelle faccende di tutti i giorni, sistemano gli spazi comuni, giocano con i bambini che quando ti incontrano ti salutano “Ciao, bella“.

Soprattutto le ragazze ed i ragazzi della Colomba svolgono compiti di accompagnamento. I profughi hanno paura ad uscire da soli dal perimetro del loro campo. Temono violenze da parte dei libanesi ma, soprattutto, temono l’esercito e la polizia. «Nessuno di loro ha i documenti in regola e ogni posto di blocco, e da queste parti ce ne sono su ogni strada, è una incognita – spiega Federico, un altro romagnolo -. I poliziotti sanno benissimo con chi hanno a che fare ed è tutto demandato alla loro discrezionalità. Possono far finta di niente, fermarli per qualche ora o qualche giorno, o anche arrestarli e torturarli. Se sono assieme ad un italiano, le possibilità che li lascino in pace sono maggiori. Miracoli di un passaporto europeo!».

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Ma non va sempre liscia. Qualche tempo fa, la polizia ha arrestato due ragazzi, Federico e Alessandro. Li ha fermati e tenuti ammanettati per 10 ore. Ad un profugo siriano che era con loro è andata peggio: il capofamiglia è stato trattenuto per una intera settimana, picchiato e bastonato.
«Eravamo andati in una zona sensibile per attentati di integralisti islamici. Un padre e una madre ci avevano chiesto aiuto per raggiungere certi parenti che li potevano aiutare – racconta Federico -. Soltanto che, con i bambini, eravamo in 11 su una macchina da quattro posti. Un po’ troppo anche per il Libano. Mi hanno tirato fuori dal bagagliaio che dividevo con due bambini e una ragazza. Ci hanno arrestato tutti. Per fortuna, prima che ci sequestrassero il cellulare, oltre che documenti e tutto il resto, abbiamo fatto in tempo a mandare un messaggio ai nostri contatti di Beirut. E’ stata comunque una brutta avventura. Dieci ore in una stanza chiusa, tutti ammassati, bambini compresi, mentre sentivamo dalle celle vicine le urla delle persone torturate. Da queste parti è una cosa normale. Alla fine ci hanno rilasciati, ma al capofamiglia è andata peggio e quando l’hanno rimandato al campo non stava in piedi».

Attorno a Tal Aabbas, ai confini di Siria, ci sono più campi che ong che si occupano di loro. Qualche volta passa un camion dell’Unhcr. Butta per terra qualche tenda con tanto di marchio della Nazioni Unite e se ne va. Tante grazie.

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Nel 2015, il Governo libanese ha proibito ai rappresentanti dell’Alto commissariato per i Rifugiati di censire i profughi che entravano nel Paese. Per questo il loro numero si è ufficialmente fermato al milione. Ma sono molti molti di più.
«Secondo le nostre stime sono perlomeno un milione e mezzo. Forse due – spiega Alessandro di Torino -. Tutte persone cui è stato rubato tutto e non è stato restituito niente. Intere generazioni perdute con le quali il mondo dovrà prima o poi fare i conti. Adesso parlano di rimandarli in Siria ma non sanno quello che dicono. Forse si poteva fare dopo uno o due anni di guerra ma non dopo otto anni. Non c’è più niente in Siria. Anche nelle zone in cui non si combatte più, non ci sono più campi coltivati, non ci sono più strade, non ci sono più paesi, non ci sono più negozi, non ci sono scuole o ospedali. Senza contare i seri rischi di ritorsioni da parte dei vincitori. Le persone di questo campo sono fuggite all’inizio della guerra, per non dover morire e per non dover uccidere. Ma questo non basterà a salvarli dalla vendetta di Assad. Non è stata data scelta in passato ed ora, nel completo abbandono della comunità internazionale, non si dà scelta per il futuro. Morire qui e morire in silenzio! E’ questo che oggi il Libano e il mondo chiede ai rifugiati».

Riccardo Bottazzo

Sono un giornalista professionista.
La mia formazione scientifica mi ha portato a occuparmi di ambiente e, da qui, a questioni sociali che alla difesa del territorio sono intrinsecamente legate come le migrazioni. Su questi temi ho pubblicato una decina di libri. Attualmente collaboro a varie testate cartacee e on line come Il Manifesto, Global Project, FrontiereNews e altro.
Per Melting Pot curo la  rubrica Voci dal Sud.