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Sotto il ponte, il fiume e il vento

Uno scatto da Ventimiglia

Photo credit: Emanuela Zampa (Ventimiglia)

Ogni volta che vado a Ventimiglia scatto la stessa foto. Sotto al ponte, lungo il fiume, dove il terreno si rialza di quel tanto da darmi una visuale completa. Fino a pochi mesi fa, era un luogo vivo. Terribile, ma vivo.
C’era umanità in viaggio. Che sperava, soffriva, si organizzava, creava legami e lottava.

Viveva.

Photo credit: Emanuela Zampa (Ventimiglia)
Photo credit: Emanuela Zampa (Ventimiglia)

In estate, ancora qualche piccolo accampamento, un materasso, oggetti lasciati per chi sarebbe venuto poi.

Ieri, la mia foto segnatempo ha ripreso solo pietre, canne al vento ed edera che si riprende il suo spazio. Poche cose abbandonate. Ratti.

Assenza di umanità, di vita.

Ma quella situazione non è stata curata, è solo nascosta sotto al tappeto verde della vegetazione, sotto al tappeto blu del mare che sta inghiottendo migliaia di persone, davanti agli occhi di tutti.

Sgomberi, repressione, cancellazione delle parole “Protezione Umanitaria“.

Cancellare una parola per esprimere la volontà di cancellare ciò che essa descrive.

Nero, migrante, povero, umanitario, solidale, non governativo, libero.

Pretendere che ci si possa divertire sotto a un viadotto autostradale, che la povertà sparirà e vivremo tutti felici, di rendita, e potremo consumare ciò che vogliamo in mega centri commerciali, puliti, perfetti, in cui specchiare la nostra bianca perfezione da morti automi instagrammabili.

Distopia di perfezione che non è vita.

Perché la vita è sperare, soffrire, organizzarsi, creare legami e lottare.

Mentre risalivo verso la strada, quattro uomini avevano chiuso l’ultimo accesso al greto del fiume.

Mi avevano visto scendere, non volevano farmi uscire. Mi hanno fissato, mentre scavalcavo la loro inutile rete, con sguardi d’odio.

Otto occhi per spaventare una piccola donna.
Illusi.

Voi non potete fermare il vento:
gli fate solo perdere tempo.
Fabrizio De André