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Ventimiglia – Autunno in frontiera, emergenze

Photo credit: Emanuela Zampa (Ventimiglia, ottobre 2018 - Prendendo un caffè al bar)
Photo credit: Emanuela Zampa (Ventimiglia, ottobre 2018 - Prendendo un caffè al bar)
Photo credit: Emanuela Zampa (Ventimiglia, ottobre 2018 – Prendendo un caffè al bar)

Durante le mie ultime visite a Ventimiglia ho raccolto testimonianze di fatti tanto semplici quanto intrinsecamente violenti.

L’inverno sta arrivando sulla frontiera e l’emergenza é finita, possiamo smettere di guardare e tornare a circolare.

Correggo, dobbiamo smettere di guardare, e, possibilmente, andare via.

Questo il messaggio che ci viene dato, sotto forma di fogli di via e denunce.

Si è già detto di come, mancando il campo informale come punto di riferimento e aggregazione, la presenza migrante si sia fatta via via più invisibile, nascosta in un sottobosco di attività più o meno lecite che l’assenza di qualche baracca non ha certo fermato.

La presenza delle Forze dell’ordine, invece, sempre più evidente. Non importa cosa stiano facendo o chi siano le persone, ma se c’è un gruppo di ragazzi neri seduti vicino alla stazione, alla spiaggia o su un muretto, capita che, nello svolgimento delle loro normali attività, gli agenti invitino quei ragazzi neri ad andarsene. Dove, è relativo, possibilmente al campo della Croce Rossa, il posto che gli é stato designato. Lontano dagli occhi, sotto coprifuoco.

Tutto normale. Anche che questi agenti siano molti, e a volte, in tenuta antisommossa. Che fermino anche chi ha i documenti in regola, e che gli intimino di recarsi al campo CRI, anche a chi ha un lavoro ed un domicilio. Ma è nero o amico di un nero. Tutti identificati e sgomberati, rei di essere seduti al bar o alla stazione.

Normale è vedere persone nere letteralmente rastrellate dalle strade, o dalla spiaggia, e caricate su bus diretti verso gli hotspot del sud Italia: é il programma di alleggerimento della frontiera, ormai rodato e già più volte testimoniato da ONG e associazioni.

Recentemente, due solidali si sono trovate ad assistere proprio ad uno di questi trasferimenti coatti, ed il loro tentativo di documentare fotograficamente quanto stava accadendo non è stato gradito dalle forze dell’ordine presenti, che hanno chiesto gentilmente che non fossero scattate foto. Tanto gentilmente che il risultato è stato il danneggiamento di una delle macchine fotografiche (entrambe poi requisite insieme ad un cellulare), la rottura di uno zaino, cinque ore di fermo in commissariato e le accuse di resistenza, interruzione di pubblico servizio, oltraggio aggravato. Come bonus, foglio di via da Ventimiglia per tre anni.

Io stessa, in passato, mi son trovata a dover cancellare delle foto, nonostante si trattasse di eventi pubblici, dove pubblici ufficiali, in luogo pubblico svolgevano semplicemente il loro lavoro.

E se questo lavoro é pubblico, non dovrebbe esserci motivo per non lasciarne testimonianza. Potremmo anche volerli ringraziare, per il loro pubblico servizio reso alla cittadinanza contribuente.

Invece, non gradiscono.

Così come in mare, anche in terra, non si vogliono testimoni.

Non si vogliono testimoni di quello che sembra un esperimento sociale, che ha pian piano reso questa cittadina di frontiera lo specchio in cui osservare ciò che sta accadendo su larga scala. Una cittadina dove una rotonda separa, con un muro di indifferenza e razzismo, il centro dalla periferica Via Tenda, il mondo bianco dei turisti in riviera, dei bar eleganti in cui i migranti non sono graditi, e delle italiche famiglie, da quello nero della migrazione e della disperazione, e rosso, del pericoloso buonismo.

Photo credit: Emanuela Zampa (Ventimiglia, aprile 2018 - In spiaggia)
Photo credit: Emanuela Zampa (Ventimiglia, aprile 2018 – In spiaggia)

Il tutto in poche centinaia di metri. La sensazione che rimanda può essere descritta solo con una parola, che é tanto feroce scrivere quanto necessario: apartheid.
Pericoloso, è adattarsi a questa sovraesposizione di violenza, vedere come fatti di questo tipo scivolino presto nell’indifferenza, nell’abitudine. Preziose, sono quelle sentinelle che non smettono di osservare, raccontare e opporsi.

L’emergenza é finita, ma nulla é tornato come prima. L’emergenza, semplicemente, é diventata la normalità.

I porti sono chiusi, le navi ferme, ed i flussi sono cambiati. Benché visivamente sembri che il problema sia risolto, chi è sul posto continua a tenere nota di arrivi, partenze e respingimenti. Dalle ultime testimonianze raccolte, contando anche il numero di pasti distribuiti, si parla di presenze fortemente altalenanti, tra le 50 e 200 al giorno e fino ad 80 respingimenti dalla frontiera francese. Il campo della CRI, a quanto pare, registra una presenza costante di circa 200 persone. Le nazionalità in transito a Ventimiglia sono ancora più variegate, ci sono afgani, pachistani, iraniani. Una maggior presenza mediorientale che arriva da Est, passano attraverso i balcani, attraverso il nostro paese per aggirare le frontiere montane e raggiungere ancora il nord di questa Europa agonizzante.

Nei loro racconti, la frontiera più dura è quella tra Bosnia e Croazia, dove da mesi sono ammassate migliaia di persone in condizioni igienico sanitarie disastrose, in campi informali o in stabili occupati. In assenza di un canale legale per poter fare richiesta di asilo o protezione, si moltiplicano le violenze ed i passaggi irregolari.

H. sta viaggiando dall’Iran con il marito ed una bimba di 9 anni. Solare, con infinita dolcezza e dignità, mi racconta, puntando il dito sulla mappa. “Siamo passati da qui, e poi ci siamo trovati qui, indicando la Bosnia. Qui è pericoloso, il campo è terribile e le persone vengono picchiate. Con la bambina, come famiglia, meno, ma ci hanno comunque rotto i cellulari. Poi abbiamo proseguito a piedi, fino al confine tra Slovenia e Italia”. La Slovenia è molto bella, aggiunge, e spiega: “Io e la mia famiglia stiamo vivendo una grande avventura, un grande viaggio, ma se andrà tutto bene, Inshallah, lei potrà crescere in un mondo dove le donne sono libere e possono leggere tanto come sto facendo io, è bella la vostra cultura”.

Ha smesso di portare il velo poco dopo la partenza, mi dice, salutandomi per proseguire verso nord.

Photo credit: Emanuela Zampa (Ventimiglia, ottobre 2018 - Racconti di viaggio)
Photo credit: Emanuela Zampa (Ventimiglia, ottobre 2018 – Racconti di viaggio)

Intanto, da Gorizia, arrivano notizie di respingimenti verso la Slovenia. Un’altra frontiera, un altro muro che ci chiude dentro alla fortezza.

Loro però non torneranno indietro. La forza della disperazione per ciò che si lasciano alle spalle e la determinazione nell’inseguire i loro sogni è ben più forte di un deserto, del mare e delle montagne. Lo sanno bene anche i nuovi governi europei e mondiali, che per fermarli dispiegano forza bruta e militari, anziché trattative e buonsenso.

Putin, Trump, Jinping, Salvini, Duterte e Bolsonaro occupano il proscenio di questo spettacolo che si svolge veloce davanti ai nostri occhi, e come una palla di neve che rotola fino a diventare incontrollabile, sta travolgendo anche la democrazia, concetto che sta diventando qualcosa da considerare debole e per deboli, perché richiede tempo, dedizione, dialogo e cura.

Ma in un mondo dove va tutto veloce, dove la soluzione dev’essere sempre rapida e a portata di mano come usare uno smartphone e l’empatia dura il tempo di una “storia” su Facebook, quel tipo di dialogo é passato di moda.

Resta la facilità dello scontro, e l’esasperazione di una società che, pressata da una propaganda incalzante, pensa di star esprimendo una libera opinione mentre sta soltanto diventando divisa e divisiva, facendo in realtà il gioco dei potenti che li imbottiscono di paura.

Ma razzismo e fascismo non sono un’opinione.

Sono la vera emergenza, e questa, è appena iniziata.

Photo credit: Emanuela Zampa (Centro Italia, Settembre 2018, Tenerezza su una statale)
Photo credit: Emanuela Zampa (Centro Italia, Settembre 2018, Tenerezza su una statale)

Fonti e approfondimenti:
Nuovi fogli di via da Ventimiglia
Progetto 20K
Bosnia: respingimenti, violenze e pessime condizioni umanitarie alla nuova frontiera della rotta balcanica