Turchia – La caccia di Erdogan ai richiedenti asilo e ai rifugiati presenti nel paese

Continuano le detenzioni e le espulsioni illegali. Melting Pot Europa chiede di ristabilire la certezza del diritto all’asilo e alla protezione internazionale in Grecia

Proteste pacifiche sono state organizzate a Istanbul in solidarietà ai siriani che subiscono le deportazioni [Tessa Fox / Al Jazeera]

Che il patto d’amore tra Unione Europea e Turchia affinché quest’ultima, dietro lauta ricompensa di sei miliardi di euro, gestisse il flusso impedendo ai richiedenti asilo di raggiungere i paesi comunitari fosse arrivato al capolinea, già era stato denunciato.

Nel silenzio dei media e delle istituzioni internazionali, da luglio 2019 i migranti presenti in Turchia vengono infatti arrestati in modo del tutto arbitrario ed espulsi illegittimamente nei loro paesi di origine.

Secondo il Governo turco, tale pratica non riguarderebbe i rifugiati siriani che nel paese godono di uno speciale status, la temporary protection 1.

Questa affermazione è stata però smentita nell’ambito del rapporto pubblicato recentemente da “We want to live together” in cui viene denunciata la pratica governativa di espellere i migranti anche se registrati, nonché di mascherare le espulsioni con i rimpatri volontari forzando e minacciando le persone a firmare la dichiarazione di voler tornare nel proprio paese. Tali pratiche coinvolgono passivamente anche donne incinta e bambini, costretti alla detenzione coatta in attesa di essere espulsi.

Allo stesso tempo, continua quanto denunciato anche dal Progetto Melting Pot Europa relativamente ai respingimenti alla frontiera del paese turco: le forze di confine governative si sono macchiate fino ad oggi di crimini contro l’umanità trucidando civili inermi in fuga dal conflitto siriano e dalle persecuzioni di Assad.

Conduciamo un’operazione dal 12 luglio. Abbiamo arrestato 6.112 persone a Istanbul, di cui 2.600 afghani. Una parte di queste persone sono siriane (oltre un migliaio secondo le fonti locali, ndr.) ma non possiamo espellerle. Quando fermiamo dei siriani che non sono registrati li inviamo in campi rifugiati”, ha affermato il Ministro dell’Interno Süleyman Soylu.

Tuttavia, a fronte di un cambiamento così repentino da parte del Governo turco, c’è da chiedersi quali siano le ragioni alla base della scelta politica di troncare l’accordo sottoscritto con i governi dei paesi comunitari e iniziare una forte politica apertamente anti migratoria.

Da una parte c’è sicuramente la forte delusione del Governo di Ankara relativa alla questione della richiesta di esenzione dei visti per i cittadini della Turchia che intendano viaggiare all’interno dell’area Schengen, di fatto scemata – insieme alla richiesta che aveva accompagnato l’accordo di contenimento delle migrazioni provenienti dal Medio Oriente del marzo 2016 – a causa del mancato rispetto dei parametri indicati dalla UE.

Dall’altra c’è l’esigenza impellente di Erdogan di far fronte alle sconfitte elettorali del suo partito e al crescente dissenso popolare verso il suo operato. Il netto calo del consenso, causato sia dalla deriva autoritaria in cui il Presidente ha trascinato il paese all’indomani del presunto colpo di stato, e sia dalla recessione economica, ha portato infatti il partito di governo a perdere durante le recenti elezioni amministrative le due città strategiche di Istanbul e Ankara passate quindi all’opposizione.

In tal senso, l’immigrazione che Erdogan fino a poco tempo fa considerava una risorsa da far pesare sui piatti della bilancia della politica internazionale, arrivando perfino alla proposta di concessione del diritto di voto ai rifugiati siriani, assume oggi i connotati del perfetto capro espiatorio su cui far ricadere, almeno in parte, la colpa della pesantissima crisi economica a cui da oltre due anni, va incontro il paese. D’altronde, secondo una recente ricerca condotta dall’Università di Kadir, il malcontento dei turchi nei confronti della presenza di richiedenti asilo e migranti è cresciuta passando al 54,4% del 2017 al 67,7% del 2019.

In uno stato che al momento si stima accolga circa 4 milioni di profughi 2, anche le opposizioni hanno iniziato a cavalcare il cavallo di battaglia urlando dai palchi la richiesta immediata di una stretta sull’accoglienza, lanciando (stavolta uniti alle forze di governo) l’hashtag #SyriansGetOut 3.

Resta da chiedersi, allo stato attuale, quali saranno le mosse dei paesi comunitari che appena tre anni fa avevano demandato la gestione del “problema immigrazione” ad uno stato rivelatosi nel brevissimo successivo periodo non solo profondamente antidemocratico, ma anche instabile dal punto di vista della tenuta economica e sociale, completamente incapace di gestire una crisi umanitaria senza precedenti.

Guardando con preoccupazione ai numeri degli arrivi sulle isole greche aumentati prepotentemente negli ultimi mesi 4, unitamente al precipitare delle già precarie condizioni in cui versano gli hotspot e i centri di accoglienza, Melting Pot Europa esorta l’Unione Europea affinché adotti con celerità azioni e misure tese a ristabilire concretamente la certezza del diritto all’asilo e alla protezione internazionale per chi fugge dai conflitti armati e da situazioni di crisi e povertà e chiede in Europa rifugio.

Chiediamo il superamento della politica di esternalizzazione delle frontiere adottata nel 2016 dai Governi comunitari con la Turchia, un paese che in alcun modo può essere oggi definito sicuro, e la rimodulazione di nuovi accordi il cui baricentro sia esclusivamente la tutela dei diritti fondamentali dell’uomo, incluso il diritto a raggiungere i paesi europei per chiedere asilo.

Chiediamo che i richiedenti asilo accolti negli hotspot greci, abbiano la possibilità di raggiungere la terraferma senza essere costretti al confine sulle isole per anni.

Chiediamo che i fondi stanziati a difesa dei confini vengano invece impiegati per implementare le pessime misure di accoglienza cui sono costretti i richiedenti asilo ed in particolare i gruppi più vulnerabili.

  1. Per una decisione del Ministro dell’Interno, tutti i siriani che cominciarono ad arrivare successivamente al 28 aprile del 2011 iniziarono a beneficiare di quello che nel 2014 sarà formalizzato nello status di temporary protection. Tale forma di protezione è ad oggi concessa quasi esclusivamente ai soli siriani, soprannominati “guest”, ospiti. La normativa prevede infatti che possano godere della protezione temporanea tutti coloro che sono stati costretti a lasciare il loro paese, senza avere la possibilità di farvi ritorno, che “sono arrivati o hanno attraversato i confini della Turchia con un flusso massiccio” in cerca di “una protezione temporanea e immediata” e “le cui richieste di protezione internazionale non possono essere prese in base a una valutazione individuale“.
    Per maggiori info cfr: “Io non ho sogni – L’accordo UE – Turchia: genesi, applicazione, criticità a due anni di distanza” disponibile al seguente link https://www.meltingpot.org/Io-non-ho-sogni-L-accordo-UE-Turchia-genesi-applicazione.html
  2. Secondo i dati dell’UNHCR i soli siriani ufficialmente registrati sarebbero ad agosto del 2019 oltre tre milioni e seicentomila. Fonte: https://data2.unhcr.org/en/situations/syria/location/113
  3. https://it.euronews.com/2019/08/20/turchia-l-hashtag-syriansgetout-siriani-fuori-e-molto-in-voga
  4. Al 28 agosto 2019 sono arrivati in Grecia dalla Turchia 31.265 migranti, di cui 23.725 nelle isole https://data2.unhcr.org/en/situations/mediterranean/location/5179

Redazione

L'archivio di tutti i contenuti prodotti dalla redazione del Progetto Melting Pot Europa.

Andrea Panico

Attivista, fotografo e ricercatore.
Mi sono laureato in giurisprudenza nel 2012, con un master in diritto del commercio internazionale nel 2015 e un master in African Studies nel 2018.
Lavoro come consulente di Diritto dell'Immigrazione.
Sono autore di inchieste e reportage dalle frontiere mediorientali e quelle europee.
Per contatti andrea.panico@meltingpot.org