////

Lettera al mondo dal campo profughi di Moria sull’isola greca di Lesvos (N°8)

Infomobile (Welcome to Europe), 28 novembre 2019

Photo credit: Lesvos calling

Autrice: Una ragazza migrante

La mia penna non si ferma, ma abbatterà i confini

Non sapevo che in Europa le persone si dividono in quelle con passaporto e quelle senza.

Non sapevo che sarei stata trattata come una “rifugiata“, senza documenti, senza diritti.

Pensavo che noi fossimo fuggiti da situazioni di emergenza, ma qui il nostro stesso arrivo è considerato, in sé, un’emergenza dalla gente del posto.

Pensavo che la nostra vita nel campo fosse un’emergenza, ma in Europa, per persone come noi, “emergenza” significa morire.

Considerate le condizioni in cui sopravviviamo, esposti al caldo in estate e alla pioggia in inverno, in mezzo all’immondizia, allo sporco e ai liquami, indifesi, tesi e impauriti di fronte alla violenza del Sistema Europeo di Asilo, in questo piccolo mondo di 15.000 persone, siamo TUTTI casi di emergenza.

In effetti, la maggior parte delle persone arriva a Moria già ferita nell’animo e talvolta anche nel corpo.

Ma qui tutti si ammalano, anche quelli che stavano bene, e le nostre condizioni di vita fanno sì che, ben presto, le malattie si trasformino in vera e propria emergenza.

Consideriamo cosa hanno passato quelli che arrivano al campo di Moria: giorni, settimane o mesi a camminare su e giù per sentieri di montagna, tra sassi e alberi, nascosti nei boschi.

Ore di attesa in coda. Smarriti e confusi fra quello che credevamo sarebbe stato il luogo della nostra salvezza e gli ostacoli costruiti per impedirci di raggiungerlo.

In Europa, diventiamo come delle palline da ping pong. Le autorità ci rimbalzano da un posto all’altro, avanti e indietro, senza fine e senza spiegazioni su cosa, dove e perché; e per noi è sempre peggio.

Anche in caso di “lieto fine” ( quando otteniamo finalmente un permesso di soggiorno), dobbiamo continuare a fare i conti, ogni giorno, con discriminazioni e pregiudizi.

Non siamo persone diverse da tutte le altre; non siamo esseri umani di livello inferiore, di un’altra specie.

Ognuno di noi è un individuo unico e ci sono migliaia di storie personali, tutte diverse.

Una cosa ci unisce: tutti noi abbiamo dovuto abbandonare le nostre case.

Perciò, smettete di trattarci come persone diverse da voi. Smettete di mentire e di far finta che qui siamo al sicuro. Smettete di descrivere l’Europa come un posto migliore, dal momento che è migliore per alcuni mentre per altri non è nemmeno avvicinabile.

Noi non siamo considerati e trattati come una parte della popolazione di Lesbo, come Greci, come Europei.

Il nostro destino dipende da un atto burocratico, dal valore economico di una decisione politica pro o contro i migranti, dall’umore politico che prevale nel continente, dai piani e dalle strategie dell’Europa. Non si basa sul concetto che “noi” e “voi” siamo uguali.

Io sono una ragazza che vive in una tenda e penso a questo mondo mentre i giorni sembrano non passare mai: sto solo aspettando il permesso di andarmene da qui.

La mia penna non si fermerà finché non si fermerà questa storia di ingiustizia e discriminazione fra esseri umani.
Le mie parole continueranno sempre a cercare di farla finita con i confini e i muri che avete costruito.

Parwana

#Lesvoscalling

Una campagna solidale per la libertà di movimento
Dopo il viaggio conoscitivo a ottobre 2019 a Lesvos e sulla Balkan route, per documentare e raccontare la drammatica situazione sull'isola hotspot greca e conoscere attivisti/e e volontari/e che si adoperano a sostegno delle persone migranti, è iniziata una campagna solidale lungo la rotta balcanica e le "isole confino" del mar Egeo.
Questa pagina raccoglie tutti gli articoli e il testo di promozione della campagna.
Contatti: lesvoscalling@gmail.com