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Il Decreto Salvini: lager su lager

Una legge non ancora abrogata che continua a fare danni

Fotografia di Vanna D'Ambrosio

Con uno stanziamento di 267 milioni di euro su 360 per la pubblica sicurezza, in data 4 ottobre 2018, il decreto Salvini ha abrogato l’istituto della protezione umanitaria (sostituendola con un permesso di soggiorno per protezione speciale che ha validità un anno, ma che non può essere convertito in permesso da lavoro – come invece accadeva per la protezione umanitaria), reso gli attuali titolari di permesso umanitario più fragili portandoli ad un passo dall’irregolarità, e più difficoltoso l’accesso al diritto di cittadinanza. Inoltre, i titolari di una protezione speciale non possono accedere ai progetti Sprar, riservati ai titolari di status di rifugiato o di protezione sussidiaria.

Privandole di questi diritti, tantissime persone sono diventate irregolari, accrescendo in modo esponenziale il numero degli stateless e di coloro che si ritrovano abbandonati sulla strada.
Le prassi arbitrarie degli uffici dell’immigrazione hanno limitato ‘il diritto ad avere diritti‘, mentre le amministrazioni comunali hanno adottato misure atte a restringere i requisiti per l’iscrizione anagrafica, nonostante la residenza anagrafica sia un diritto sostanziale, il presupposto ad esercitare altri diritti 1.

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Si tratta, insomma, di un sottosistema normativo di tipo amministrativo che, in quanto tale, non può che fornire una pseudo – protezione giuridica (Gjiergji, 2016)’.

Il Decreto, ha prodotto, in altre parole, non solo una massa di persone invisibili – sottogruppi di cittadini -, prive di riconoscimento giuridico ma ha riprodotto, soprattutto, meccanismi di subordinazione che hanno gettato gli immigrati in una condizione di costante bisogno, la base conclusiva di e per una relazione di ordine schiavistico e/o di sfruttamento.

Questa vulnerabilità giuridica ha aumentato il loro grado di indigenza, marginalità e deportabilità.

In una progressiva perdita della forza contrattuale dei lavoratori, l’agricoltura e il lavoro forzato nelle fabbriche son, tuttavia, rimaste sempre una rete di salvataggio per gli immigrati: un solido ammortizzatore sociale.

Impossibilitati al rinnovo del permesso di soggiorno o al rilascio di una protezione umanitaria (il permesso più adottato dalle Commissioni territoriali precedentemente al Decreto), i migranti sono i prediletti di quelle aziende che forniscono lavoro senza alcuna copertura dei diritti base e destinati alla fragilità economica e sociale.

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La vulnerabilità giuridica, la sproporzione tra domanda ed offerta di lavoro, la segregazione abitativa, la stagionalità della presenza sul territorio, la mancanza di alternative concrete al caporalato nella ricerca di un impiego (Rigo, 2015) hanno moltiplicato l’alto rischio di sfruttamento economico e sessuale e la riduzione in schiavitù, fattori che hanno sviluppato i loro effetti in ambito civile e politico.

La clandestinità, l’irregolarità in cui celermente ricadono ostacolano tutte le pratiche quotidiane, come può essere la ricerca di un alloggio, le cure mediche o l’ottenere un contratto di lavoro: le donne diventano facili vittime dei caporali e dei padroni, esposte ad ogni tipo di violenza e i bambini facilmente vittime del child labour.

Giuseppe Sciortino già nel 2006 sottolinea che ‘l’immigrato irregolare ha una ragionevole certezza di riuscire a trovare un datore di lavoro che non sia troppo rigido in tema di documenti, e questa disponibilità dei datori di lavoro è ampiamente ripagata dall’evasione contributiva che tale rapporto lavorativo consente e dall’aspettativa che i rischi di assumere un lavoratore straniero irregolare sino minimi‘.

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Nella interpretazione di Saskia Sassen (2003), si tratta di ‘una nuova divisione internazionale del lavoro‘, per cui il migrante risulta più appetibile, sfruttabile e docile, nel momento in cui la sua posizione giuridica si avvicina alla irregolarità ed alla clandestinità.
Ciò che i governi non dicono è il succo della storia: poter disporre di una grande quantità di carne da lavoro irregolare, così irregolare da dover essere nascosta e utilizzata solo a un livello ancora più basso del lavoro regolarmente flessibile, poter disporre di una sottoclasse dannata da far lavorare in cantina, al di fuori degli sguardi indiscreti. una preoccupazione estetica oltre che etica, economica e politica‘ (Curcio in Staiad, 2011).

I 2,5 milioni di lavoratori stranieri rappresentano il 10,6% degli occupati e contribuiscono al 9% del Pil. A cui bisogna sommare circa 620.000 stranieri irregolari (Ispi) in crescita grazie ai Decreti Salvini – che lavorano nell’economia sommersa (192 miliardi) 2.

Una forma di schiavitù, all’interno di un meccanismo, che trae vantaggio da questo sistema di irregolarità e clandestinizzazione. Non un fatto locale, ma qualcosa di strutturale.

Una mondializzazione, come la definisce Gjergji (2006), radicalmente economica e tecnica: il legame indissolubile tra contratti di lavoro e permesso di soggiorno.
L’attribuzione del potere di definizione dello status dello straniero alla discrezionalità dell’autorità di polizia, sono elementi che vedono convergere le politiche sull’immigrazione verso un comune obiettivo: svalorizzare la forza-lavoro su scala mondiale. Le multinazionali del cibo, le grandi catene di supermercati, imprese sussidiarie e le compagnie transnazionali si appropriano del valore economico degli individui, esercitando su di essi un controllo assoluto e coercitivo, senza, tuttavia, assumerne la proprietà.
I migranti rappresentano in certa misura un proletariato globale in movimento‘ (Duvell, 2004).

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Lager su lager – 1

Ma non solo. L’abbassamento degli standard nei centri di accoglienza per i richiedenti asilo, voluta dallo stesso Decreto, ha prodotto anche un’altra categoria di sfruttati ed esclusi dal lavoro, quella degli operatori dell’immigrazione.

I nuovi bandi per l’accoglienza, emanati dal Ministero, non hanno più previsto la necessità dell’insegnamento della lingua italiana o il supporto alla preparazione per l’audizione in Commissione né la formazione professionale o attività ed interventi per la gestione del tempo libero. Per effetto, gli operatori dell’accoglienza hanno visto la loro settimana lavorativa dimezzarsi, mentre degli insegnanti di italiano, degli psicologici o degli educatori non se ne è avuto più bisogno.
Tanti i diplomati ed i laureati – la cui formazione è stata sempre più prolungata e l’ingresso nel mondo del lavoro ritardato – che diventano, per inquadramento professionale, operai generici, e che però devono svolgere tutti gli interventi necessari e le molteplici richieste di ruolo a fronte di innumerevoli mancanze di assunzioni, generando conflitti di ruolo che intervengono sulla capacità del lavoratore e che comportano un aumento delle carenze di prestazioni e maggiore disagio lavorativo.

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Già da Minniti e poi con la piena attuazione del Decreto Salvini, migliaia di posti di lavoro sono stati smantellati e/o molti operatori hanno preferito il licenziamento a causa di una prepotente scissione e discordanza tra le capacità e le propensioni culturali e le esigenze del sistema emergente che produce rottura storica e sconvolgimento sociale 3.
Una classe di lavoratori, che più volte ha denunciato le condizioni lavorative raccapriccianti a fronte di stipendi a lungo accredito.
Molto spesso il turno di lavoro di un operatore dell’accoglienza si consuma in luoghi inospitali, nelle periferie della città e a contatto con realtà già depresse, in strutture fatiscenti, come alberghi o ex ospedali di grandissima capienza, strutture ricettive abbandonate e poi rapidamente predisposte per la migliore offerta e al minore costo. Grandi strutture che quotidianamente avrebbero bisogno di una manutenzione, che il più delle volte è affidata ad un membro della stessa equipe, il più idoneo a svolgere questo compito.

Turni alla mattina, al pomeriggio e alla notte. Turni svolti senza alcuna sicurezza, a discapito di uno stanziamento di circa 300.000 euro per la sicurezza. Turni rocamboleschi dove gli uffici sono dislocati distanti dalle altre zone di lavoro; turni in solitaria senza la linea telefonica e senza allacci ad internet; turni bui dove le bollette non sono state pagate; turni in cui bisogna spiegare agli utenti la mala gestione dell’accoglienza, che mette in pericolo entrambi.

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Un lavoro precario scandito dai trasferimenti e dalle scadenze dei progetti, e dalla minaccia costante dei licenziamenti per la chiusura dei progetti per mancanza di fondi statali. Operatori ed altre figure professionali costretti a svolgere le stesse mansioni in una miriade di sedi differenti in una sola settimana, e necessariamente non nella stessa struttura. Equipé – uomini e donne – che hanno vissuto di contratti mensili e settimanali e che hanno, inevitabilmente, influenzato sia la dimensione qualitativa del lavoro sia le inclinazioni qualitative dei lavoratori. In sintesi, un rinnovato attacco ai diritti sociali attraverso il vasto mondo del precariato, come avanguardia dello sfruttamento.

Se il lavoro si divide sempre di più a misura che le società diventano più voluminose e più dense, ciò non accade perché le circostanze esteriori siano più varie, bensì perché la lotta alla vita è più ardente4’.

I progetti colpiti dai nuovi bandi sono stati quelli della micro accoglienza e dell’accoglienza diffusa, su cui ne hanno tratto beneficio le aziende di grandi dimensioni che hanno potuto centralizzare i costi. A Roma il 63% dei posti è gestito da un solo soggetto (Rapporto: La sicurezza dell’esclusione), in una rete che diventa sempre più omertosa.
Sono stati 18.000 i licenziati, uomini e donne buttati per la strada ad ingrassare le fila della disoccupazione contro cui si scagliano le aspre leggi del decoro urbano e del fisco.

Lager su lager – 2

Costretti a lavorare più di dieci ore al giorno per paghe ben al di sotto della retribuzione minima, sottoposti alla minaccia della violenza fisica, della perdita del lavoro e della decurtazione della busta paga. Lavoratori regolarmente assunti ma obbligati a lavorare in condizioni di sfruttamento , con salari orari dai 3,50 ai 6 euro.

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Considerandoli alla luce della struttura lavorativa e sulla via del capitalismo, la promozione di lavoro atipico, l’introduzione di forme lavorative di tipo precario (lavoro part-time condiviso, a chiamata, esternalizzato, appaltato, formalmente autonomo, formalmente cooperativo, jobs act, voucher, stages, tirocini, lavoro gratuito per volontariato) costituiscono gli strumenti maggiormente utilizzati per la crescita capitalista 5.

Naturalmente, gli effetti della flessibilità si sono allargati allo scardinamento dei diritti del lavoro e alla restrizione della cittadinanza sociale. La connessione è vista nella dipendenza. La questione non consiste nel veder chi dipenda da chi, ma nella relazione stessa di dipendenza, che in quanto tale si traduce in forme di imperialismo.

Un processo che porta ad una grande trasformazione della soggettività umana, la creazione di uno spazio di eccezione dove si decide, per l’ennesima volta, della vita e della morte delle persone e dove, pur tuttavia, si interviene in nome della sicurezza e dell’integrità. Schiavitù, che è sotto i nostri occhi ed interna ai processi produttivi, come possibilità di adoperare ‘forza lavoro gratuita e asservita, indifesa e senza capacità di reazione e mobilitazione’ (Carchedi, Mottura, Pugliese, 2008).

Una eterna privazione di cui è costituita l’identità del migrante, ma anche un processo di erosione dei diritti che ha coinvolto tutti.

  1. Per Didier Fassin (2011), una etnografia della burocrazia diviene centrale per comprendere non tanto il potere dello Stato, quanto i limiti di una sua rappresentazione ideal tipica, il concreto funzionamento delle sue amministrazioni, la sua stessa capacità di produrre illegalità, illeggibilità e parzialità come disfunzioni anche funzionali.
  2. Il Manifesto, 13.02.2020
  3. Cfr. Pierre Bourdieu e il concetto di habitus come costrutto di mediazione.
  4. E. Durkheim, La divisione del lavoro sociale, 1893. ‘la divisione del lavoro non è quindi un risultato della lotta per la vita; ma è uno scioglimento mitigata di essa. Grazie ad essa, infatti, i rivali non sono obbligati a eliminarsi a vicenda, ma possono coesistere fianco a fianco’
  5. Cfr. Wallerstein, Balibar, 1988. ‘Un sistema capitalistico richiede tutta la forza lavoro di cui può disporre, dato che il lavoro produce i beni tramite i quali si produce, si realizza e si accumula più capitale. L’espulsione dal sistema è allora insensata. Ma se si vuole massimizzare l’accumulazione del capitale, è necessario contemporaneamente minimizzare i costi di produzione (di conseguenza i costi della forza lavoro) e minimizzare i costi del disordine politico(di conseguenza minimizzare- e non eliminare perché non è possibile- la protesta della forza lavoro). Il razzismo è la formula magica che concilia tutti questi obiettivi’

Vanna D'Ambrosio

Conseguita la laurea in Filosofia presso l’Università di Napoli Federico II, ho continuato gli studi in interculturalità e giornalismo. Ho lavorato come operatrice sociale nei centri di accoglienza per immigrati, come descritto nella rubrica “Il punto di vista dell’operatore”. Da attivista e freelance, ho fotografato le resistenze nei ghetti italiani ed europei. Le mie ricerche si concentrano tuttora sulle teorie del confine.