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Respingimenti illegali e violenze ai confini: il rapporto di Border Violence Monitoring Network

Balcani, luglio 2020 (traduzione integrale)

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Sommario generale

Il Border Violence Monitoring Network (BVMN) ha pubblicato 21 casi di respingimenti illegali avvenuti nel mese di luglio, documentando l’esperienza di 389 persone i cui diritti sono stati violati ai confini esterni dell’Unione Europea. I volontari sul campo hanno registrato una grande varietà di azioni crudeli e violente perpetrate da agenti di polizia, rappresentanti di almeno dieci diverse autorità nazionali. Il presente rapporto riassume i dati e le testimonianze condivise dai migranti, racconti che evidenziano l’entità della violenza utilizzata per mantenere la linea dura promossa ai confini.

Particolare attenzione è rivolta al contesto rumeno, dove respingimenti avvenuti negli ultimi due mesi hanno rivelato le pratiche attuate dagli agenti di polizia; gruppi di migranti arrestati in territorio serbo ed espulsi in Romania per brevi periodi di detenzione. Due indagini condotte da alcuni membri del Border Violence Monitoring Network raccontano queste pratiche, e i resoconti sono rafforzati da varie prove raccolte sul campo.

Ulteriori analisi riguardano il modo in cui i respingimenti a catena dall’Italia alla Bosnia continuano ad essere legittimati dallo Stato italiano. Un’analisi di queste tendenze è stata svolta dai volontari a Trieste per contestualizzare questa pratica tra i respingimenti che continuano ad essere effettuati in Bosnia-Erzegovina.

In questo report BVMN discute anche diversi casi di respingimenti attraverso il Mar Egeo, dove la polizia greca ha usato metodi preoccupanti per costringere le imbarcazioni di migranti a tornare nelle acque turche o per tentare di affondarle. Altre analisi sono rivolte al dispiegamento di Frontex nella missione a Montenegro. Si parla anche dei nuovi sviluppi riguardo ai respingimenti illegali sul campo e in ambito giuridico in Bosnia e in Slovenia.

BVMN è una rete di organizzazioni di controllo attive in Grecia e nei Balcani occidentali tra cui: No Name Kitchen, Rigardu, Are You Syrious, Mobile InfoTeam, Josoor, [re:]ports Sarajevo, InfoKolpa, Escuela con Alma, Centre for Peace Studies, Mare Liberum, Collective Aid e Fresh Response.

Sommario

2 Sommario Generale
4 Generale
4 Rete di testimonianze
4 Terminologia
4 Metodologia
4 Abbreviazioni
5 Tendenze della violenza ai confini
5 Pratiche nel Mar Egeo
6 Respingimenti dalla Romania registrati a Sid
7 Aumento della presenza di Frontex al confine greco europeo
8 Trieste non è più una destinazione sicura
9 Confini di cemento e finanziamenti UE
10 Aggiornamenti sulla situazione
10 Slovenia
10 // Sentenza cruciale della Corte sull’espulsione collettiva
10 Bosnia-Erzegovina
10 // Video di Pushback attraverso il Fiume Drina
11 // Continuano le espulsioni a Lipa
12 Grecia
12 // Detenzione: Pratica sempre più comune in Grecia
13 Montenegro
13 // Nuova missione Frontex
14 Glossario delle relazioni, Luglio 2020
15 Struttura del Network e Contatti

Generale

Rete di testimonianze
BVMN è un progetto collaborativo tra più organizzazioni di base e ONG che lavorano lungo la rotta dei Balcani occidentali e in Grecia, documentando le violazioni ai confini dirette verso i migranti. I membri hanno un database comune, utilizzato come piattaforma per raccogliere testimonianze di respingimenti illegali attraverso interviste.

Metodologia
Il processo metodologico di queste interviste sfrutta lo stretto contatto sociale che i volontari indipendenti hanno con rifugiati e migranti per monitorare i respingimenti verso più confini. Quando gli individui ritornano con lesioni significative o storie di abusi, uno dei nostri volontari incaricati di denunciare le violenze si siede con loro per raccogliere testimonianza dell’accaduto. Anche se la raccolta di testimonianze in sé si rivolge in genere ad un gruppo composto da non più di cinque persone, i respingimenti di cui si racconta possono coinvolgere fino a 50 persone. Le interviste hanno una struttura standardizzata che unisce la raccolta di dati fisici (date, geo-localizzazioni, descrizioni degli agenti di polizia, foto di lesioni/ referti medici, ecc.) a narrazioni libere degli abusi.

Terminologia
Il termine pushback è una componente fondamentale della situazione che si è venuta a creare lungo i confini dell’UE (Ungheria e Croazia) con la Serbia nel 2016, dopo la chiusura della rotta balcanica. Pushback descrive l’espulsione informale (senza un giusto processo) di un individuo o di un gruppo verso un altro paese. È in contrasto con il termine “deportazione“, condotta all’interno di un quadro giuridico. I pushback sono diventati una parte importante, anche se non ufficiale, del regime migratorio dei paesi dell’UE e altrove.

Abbreviazioni
BiH – Bosnia Erzegovina
HR – Croazia
SRB – Serbia
SLO – Slovenia
ROM – Romania
HUN – Ungheria
ITA – Italia
MNK – Macedonia del Nord
ALB – Albania
GRK – Grecia
TUR – Turchia
UE – Unione europea

Tendenze della violenza ai confini

Pratiche nel Mar Egeo
In risposta alla crescente messa in sicurezza del confine terrestre di Evros e ai rinnovati impegni per la costruzione di una recinzione nella regione, le rotte migratorie si sono nuovamente rivolte al Mediterraneo. Questo si è riflesso nell’impennata dei respingimenti marittimi degli ultimi mesi, con report di Deutsche Welle, Der Spiegel e Bellingcat che parlano di imbarcazioni attaccate da uomini mascherati che rimuovono i motori, o da funzionari della guardia costiera ellenica che ignorano segnali di soccorso e richieste di aiuto. Tali incidenti violano gli impegni a favore dei diritti e degli obblighi fondamentali delineati dal diritto consueto, internazionale ed europeo ratificato dalla Grecia.

Nel mese di luglio i partner BVMN della regione hanno riferito di tali incidenti e hanno fornito ulteriori prove che dimostrano l’esistenza di pratiche di pushback sistemico nell’Egeo. Di 60 imbarcazioni note ai nostri partner che hanno tentato di attraversare l’Egeo nel corso del mese, solo 13 sono arrivate (10 di queste a Lesbo). Almeno 47 imbarcazioni sono state respinte in Turchia nel mese di luglio, violando il diritto nazionale, europeo e internazionale, ma anche mettendo a grave rischio la vita di centinaia di individui.

Il partner di BVMN in Turchia, Josoor, ha ottenuto i video di un incidente dell’11 luglio, provocato da una nave della guardia costiera ellenica. Diversi agenti a bordo della nave indossavano l’uniforme ufficiale e passamontagna neri, e sono stati anche identificati come gli autori di più respingimenti sul confine terrestre di Evros.
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Immagini che mostrano la guardia costiera ellenica in un video ottenuto da Joosor
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Ciò indica un collegamento istituzionalizzato tra i due siti di respingimenti, nonché un collegamento con la guardia costiera greca. Un agente tiene visibilmente un arpione, uno strumento spesso usato per disabilitare i motori e danneggiare i gommoni al fine di sabotare l’attraversamento. L’equipaggio della guardia costiera spinge il gommone in acque turche, da dove è stato infine riportato in Turchia dalla guardia costiera nazionale. Un’analisi completa di questi materiali sarà rilasciata da BVMN alla fine di questo mese.

La preoccupante tendenza di persone che “scompaiono dopo essere arrivate sulle coste greche è andata avanti anche nel mese di luglio.

Almeno 120 persone arrivate a Rhodos, come confermato dalla gente del posto, non sono state registrate, e successivamente sono “scomparse“. Uno dei partner di Josoor ha parlato con i testimoni, che hanno confermato che i migranti sono stati riportati in Turchia. Il 26 luglio, e per la prima volta da febbraio 2020, sono stati ufficialmente registrati degli arrivi a Samos, dopo cinque mesi in cui diverse imbarcazioni erano arrivate a terra, ma i migranti erano stati tutti riportati in mare e abbandonati in gommoni di salvataggio; una pratica altamente criminale avviata quest’anno dalla guardia costiera ellenica.

Respingimenti dalla Romania registrati a Sid
I volontari NNK hanno raccolto 8 testimonianze di respingimenti dalla Romania alla Serbia da giugno, solo una piccola parte del numero effettivo. Due di questi gruppi, curiosamente, hanno riferito che gli agenti rumeni sono entrati in Serbia e li hanno condotti in Romania per brevi periodi di detenzione. Nella prima di queste testimonianze, che si riferiva a un incidente di metà giugno, due famiglie hanno raccontato di essere state portate con la forza attraverso il confine serbo in Romania vicino a Kikinda da parte degli agenti rumeni. Questi hanno trattenuto la famiglia in un campo per un breve periodo di tempo; hanno svolto interrogatori, rubato gli effetti personali, e sono diventati fisicamente violenti con gli uomini del gruppo prima di spingere il gruppo in Serbia nel giro un’ora.
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Nella seconda testimonianza un gruppo di famiglie ha raccontato di essere stato trascinato in territorio rumeno dal villaggio di Kusic in Serbia l’11 luglio, e di essere stato in detenzione per circa due ore. Durante questo lasso di tempo, i membri del gruppo hanno riferito di essere stati interrogati circa le loro intenzioni dagli agenti, che sono diventati fisicamente violenti nei confronti degli adulti.

Ulteriori prove legittimano la preoccupazione per queste pratiche e un testimone ha riferito di aver assistito a un comportamento simile da parte degli agenti rumeni in più di dieci occasioni distinte.

“Tutti, tranne i bambini, sono stati picchiati; gli uomini sono stati colpiti sulle mani e sul volto. la sorella di un ragazzo 15enne che ha testimoniato è stata risparmiata solo perché sembrava sufficientemente malata. I telefoni, power bank, carte d’identità, borse con effetti personali e soldi sono stati rubati.”

Nell’ultimo mese i volontari di No Name Kitchen a Sid hanno parlato con almeno altri due gruppi, non collegati tra loro, che hanno descritto un comportamento simile.

“La polizia ha preso anche le cinture e i lacci delle scarpe, così che i migranti avessero difficoltà a camminare. Gli uomini, le donne e i bambini del gruppo sono stati tutti toccati e perquisiti da agenti di polizia maschi.”

Mentre è difficile determinare esattamente in che misura questi racconti riflettano pratiche più ampie avvenute lungo il confine rumeno con la Serbia quest’estate, la raccolta di testimonianze sorprendentemente simili provenienti da diversi gruppi che fanno riferimento a incidenti che hanno avuto luogo a più di 50 km e 30 giorni di distanza l’uno dall’altro legittima sicuramente la necessità di ulteriori monitoraggi.
Il confine rumeno-serbo è in gran parte un’area non sorvegliata, e nei prossimi mesi sarebbe necessario effettuare un ulteriore controllo del comportamento della polizia rumena descritto in queste e molte altre testimonianze quest’estate.

Aumento della presenza di Frontex al confine greco europeo

Nel mese di luglio, BVMN ha ricevuto testimonianze di prima mano di respingimenti al confine greco-albanese. Questo confine, che era già diventato una via standard per le persone in viaggio attraverso il corridoio balcanico, ha assistito a un numero crescente di tentativi di attraversamento negli ultimi mesi. I due principali fattori di attrazione sono stati gli sfratti di massa che hanno avuto luogo all’inizio di giugno e hanno lasciato molte famiglie senza casa, e la pandemia di COVID-19 che ha reso il paese invivibile sotto molti altri aspetti.

Secondo i resoconti di prima mano e le testimonianze provenienti dalle popolazioni locali e rifugiate che vivono nella regione intorno al confine greco-albanese, i respingimenti dall’Albania alla Grecia si verificano su base giornaliera. Ogni giorno è possibile vedere uomini e famiglie con bambini respinti dall’Albania e lasciati in cattive condizioni in mezzo alle strade nelle zone di confine, e poi costretti a camminare per molti chilometri per raggiungere i centri cittadini o le stazioni degli autobus più vicini.

Uno dei respingimenti a cui BVMN ha assistito ha coinvolto due giovani siriani (uno dei quali aveva le stampelle) fermati dalla polizia albanese mentre entravano nel paese e rimandati in Grecia. Sono stati lasciati nel bel mezzo del nulla vicino al villaggio di Ieropigi e hanno dovuto camminare diversi chilometri prima di raggiungere la stazione degli autobus di Mesopotamia.

Le testimonianze suggeriscono che i pushback sono effettuati sia dalla polizia albanese che dagli ufficiali di Frontex che hanno avviato la loro missione al confine greco-albanese nel maggio 2019. Tale missione, la prima del suo genere sul territorio sovrano di uno Stato membro non comunitario, è stata replicata in altri paesi balcanici come Montenegro e la Macedonia settentrionale.

La presenza di Frontex è visibile anche in molte città del nord della Grecia come Konitsa e Ioannina e nelle zone di confine: le strade che portano alla frontiera albanese sono pattugliate 24 ore su 24, 7 giorni su 7 da auto della polizia locale, veicoli dell’esercito greco, Land Rover di Frontex e veicoli di paesi membri o Schengen (dalla Germania, Romania, Polonia, Bulgaria, Repubblica ceca).

Gli agenti di Frontex sono contemporaneamente presenti sul confine greco-macedone più a nord. Dall’inizio di luglio, i media greci hanno riferito di forti aumenti di persone che cercano di attraversare il confine tra la Grecia e la Macedonia da Idomeni, con circa 200 persone al giorno che arrivano nelle zone di confine. Secondo questi rapporti, la polizia greca, in collaborazione con gli agenti di Frontex, è impegnata in operazioni quotidiane a Idomeni per deportare internamente le persone a Polykastro e da lì a Salonicco.

BVMN ha ricevuto resoconti di prima mano di respingimenti al confine greco-macedone che hanno coinvolto gli ufficiali di Frontex. L’ultimo caso riguardava due famiglie afghane con minori (uno dei quali era un bambino di 5 mesi) entrati in Macedonia insieme a un gruppo di 20 uomini e fermati da pattuglie di Frontex e della polizia macedone diversi chilometri all’interno del paese.
Sono stati riportati al confine greco vicino a Idomeni e lasciati in mezzo alla strada. Il gruppo intervistato ha identificato gli agenti Frontex dall’uniforme indossata, e i testimoni hanno riferito di essere stati picchiati e presi a calci da loro. Questa nuova relazione contribuisce alla crescente lista delle organizzazioni e dei media internazionali che accusano Frontex di violare i diritti umani alle frontiere europee.
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Immagine di un addestramento condotto da Frontex nel 2019 (fonte: Frontex)

Trieste non è più una destinazione sicura
I movimenti sulla rotta balcanica non si sono fermati negli ultimi mesi e i controlli alle frontiere in tutta la regione non hanno impedito alle persone di arrivare in Italia. Ciò che è cambiato sono le tendenze dell’etnia e del luogo di arrivo: in particolare, i volontari di Trieste hanno assistito a una costante diminuzione dell’arrivo dei nordafricani e una notevole presenza di afghani provenienti dalla Serbia e dalla Bosnia.

D’altra parte a Udine, 70 km a nord, dove i migranti di solito non vanno, c’è stato un aumento di arrivi, con 150 persone intercettate in un solo fine settimana. C’è stato bisogno di aprire un nuovo centro a Tricesimo per loro. Alcuni, tra cui alcuni agenti di polizia, ritengono che questo cambiamento di rotta sia causato dalla nuova iniziativa di “respingimenti informali” che permette alle forze di polizia di respingere ogni migrante che si trova entro 10 km dal confine con la Slovenia, il che rende Trieste un luogo pericoloso. Inutile dire che il territorio non era pronto per un tale numero di arrivi.

Si tratta di una notizia interessante da tenere a mente nella misura in cui si riferisce all’aumento del numero di pushback dall’Italia osservati da giugno. Lo scorso mese il ministro dell’Interno Lamorgese ha dichiarato con orgoglio che “il sistema di riammissione funziona bene“. Le statistiche ufficiali parlano di circa 1.612 migranti arrestati all’interno della provincia di Trieste, di cui 343 riammessi in Slovenia (dati aggiornati al 15 giugno).

La procedura standard sembra essere, dopo aver preso questi gruppi in custodia:
• L’uso di mediatori culturali per ottenere dati personali
• foto segnalazione e impronte digitali – se a Udine, tampone nasale per test per Covid-19
• richiesta di protezione internazionale (in teoria)
• riammissione in Slovenia in caso di Eurodac positivo
• se minore, o se le condizioni mediche sono critiche o sospette per Covid-19, la persona è autorizzata ad entrare nel territorio italiano e ad essere inviata in una struttura di quarantena.

Fino ad ora, agenti di polizia (e non professionisti medici qualificati) hanno controllato la febbre e sospetti sintomi di Covid, pidocchi o scabbia al confine. Il fatto ancora più preoccupante è che il capo del Dipartimento della Prevenzione ha recentemente dichiarato di essere alla ricerca di “medici che aiutino ad inviare i migranti di nuovo in Slovenia dopo un controllo medico“; non si parla di protezione della persona, ma solo della possibilità di rimandare i migranti indietro.

Nella pratica, una volta intercettati dalla polizia i migranti non sono autorizzati a chiedere asilo e non hanno un traduttore che possa spiegare cosa sta succedendo; sono semplicemente rispediti indietro in accordo con le autorità slovene.

ASGI ha deciso di scrivere una risposta alle ultime dichiarazioni dei politici. In particolare:
• sottolineando quanto sia dannoso che la riammissione possa essere perpetrata anche nel caso di un migrante che chiede protezione internazionale (anche Dublino afferma che gli Stati membri devono esaminare ogni richiesta di protezione internazionale, incluse quelle alle zone di frontiera o di transito);
• esprimendo perplessità su un “libretto informativo” circa le possibilità di avanzare richiesta di asilo che verrebbe dato ai migranti ai confini. Le numerose testimonianze negano questo fatto; il Ministro sottolinea che dovrebbe esserci un modulo consegnato dalla polizia italiana a quella slovena insieme ai migranti ma, anche se questo fosse vero, non è stato reso pubblico.

Slovenia e Croazia, secondo le parole di Lamorgese, sono da considerarsi parte dell’UE, e quindi paesi sicuri per quanto riguarda i diritti umani e le convenzioni internazionali. Pertanto, la maggior parte dei migranti è stata respinta, soprattutto da Trieste. Ciò è sottolineato dal fatto che non è stata aperta alcuna nuova struttura e che le persone che sono arrivate prima di maggio non sono state tutte ridistribuite.

Confini di cemento e finanziamenti UE

Il mese scorso No Name Kitchen ha raccolto una testimonianza per BVMN di un respingimento lungo il confine bosniaco-croato vicino al villaggio croato di Mali Obljaj, in Croazia. I 22 uomini, provenienti dal Pakistan e dalla contesa regione del Kashmir, sono stati inizialmente catturati in una zona forestale al di fuori della città croata di Varazdin prima di essere arrestati e guidati direttamente verso l’area di confine. Nella presente testimonianza, così come in tante altre raccolte sul database BVMN, gli intervistati hanno preso atto della loro posizione in relazione alla presenza di grandi blocchi di cemento che segnano il confine.
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“Ci sono due grandi blocchi di cemento vicino al confine, ci hanno detto: attraversateli e andate in Bosnia”

Queste lastre di cemento, che segnano il confine tra Bosnia e Croazia nella zona di confine al di fuori dei villaggi croati di Mali Obljaj e Staro Selo Topusko, sono solo un esempio dei centinaia di mezzi finanziati dai fondi UE per la messa in sicurezza dei confini croati. Nel 2015, 19 strade nelle zone di confine di Sisak-Moslavina e Split-Dalmatia sono state bloccate con lastre di cemento pagate dall’ente di finanziamento Schengen dell’UE al costo di 50.453 euro.

Questi appalti per le lastre di cemento non sono che una goccia nell’oceano rispetto agli oltre 100 milioni di euro messi a disposizione della Croazia dall’UE per la sicurezza delle frontiere nell’ultimo decennio. La loro presenza rappresenta la natura pervasiva dei finanziamenti UE nel panorama di confine della Croazia.

Aggiornamento sulla situazione

Slovenia
Sentenza cruciale della Corte sull’espulsione collettiva

In luglio, il Tribunale Amministrativo sloveno si è pronunciato a favore di un uomo del Camerun al quale è stato negato il diritto di chiedere asilo; l’uomo è tornato arbitrariamente in Croazia ed è stato poi rimandato in Bosnia-Erzegovina. Il giudice ha deciso che “la Repubblica di Slovenia ha violato il diritto d’asilo del ricorrente (articolo18 della Carta Europea dei Diritti Fondamentali), il divieto di espulsioni collettive (articolo 19 § 1), il divieto di tortura (articolo 19 § 2)“.

Il suo caso è identico a quello di decine di migliaia di persone che sono state respinte in Bosnia dal 2018. Questo caso è stato portato alla luce in parte grazie al lavoro instancabile di BVMN e delle sue organizzazioni aderenti, in particolare InfoKolpa, che hanno pubblicato prove che sono state utilizzate in questo caso. Questa decisione, una volta vista attraverso il suo processo d’appello, potrebbe avere impatti di vasta portata sul modo in cui lo Stato sloveno effettua i respingimenti.

È anche importante sottolineare che nei giorni successivi a questa decisione, è stata organizzata una protesta dai migranti detenuti nel centro per stranieri di Postojna in Slovenia. Secondo alcune persone con cui abbiamo parlato all’interno del centro, la mobilitazione è stata organizzata per protestare contro la detenzione e contro la notizia di provvedimenti per respingere i migranti in Croazia e dopodiché quasi certamente in Bosnia. Nei giorni successivi, POP TV, un importante media in Slovenia, ha pubblicato informazioni ufficiali che erano state date ai membri della direzione di polizia del paese e che legittimavano la detenzione illegale dei richiedenti asilo all’interno del centro di detenzione di Postojna. La direttiva affermava esplicitamente che quando una persona inizia la procedura di asilo deve essere immediatamente trattenuta fino a quando non riceve una decisione riguardo la richiesta di asilo.

Questo sforzo nasce in gran parte dal desiderio di usare la detenzione come strumento che possa dissuadere i richiedenti asilo dallo scegliere il territorio sloveno come rotta migratoria. Secondo POP TV e la sintesi di InfoKolpa, queste istruzioni dovevano essere utilizzate per un periodo di prova dal 3 giugno al 3 luglio, ma sembra che la pratica stia andando avanti. Nel mese e mezzo successivo all’emissione delle direttive ci sono stati 75 ricorsi per la detenzione di richiedenti asilo al tribunale amministrativo e solo in 22 casi il tribunale ha approvato l’ordinanza di detenzione, i restanti 53 sono stati considerati illeciti.

Bosnia-Erzegovina

Video di pushback attraverso il fiume Drina
Questo mese, Klix.ba, un mezzo di comunicazione locale bosniaco, ha pubblicato un video che sembra mostrare dei migranti che attraversano il confine dalla Serbia alla Bosnia-Erzegovina, vicino alla città di Zvornik lungo il fiume Drina. Il video è costituito da due clip unite, che mostrano due gruppi di persone che attraversano un fiume. Un esame più attento di questo materiale, tuttavia, dimostra che questa inquadratura è fuorviante.

Come membri del Border Violence Monitoring Network, gli investigatori di No Name Kitchen e affiliati indipendenti hanno analizzato questo materiale e hanno trovato solide prove per suggerire che queste clip mostrano di fatto respingimenti illegali effettuati verso la Serbia da agenti di frontiera bosniaci. Quando contestualizzato, questo materiale getta luce significativa su come queste operazioni vengono eseguite dallo Stato bosniaco.
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Un’analisi completa di questo video sarà pubblicata nelle prossime settimane, tuttavia ai fini di questo rapporto mensile il processo di respingimenti dalla Bosnia alla Serbia verrà contestualizzato attraverso una testimonianza raccolta da No Name Kitchen per BVMN:

“Gli agenti di polizia hanno spinto gli intervistati su una barca e li hanno portati verso un’isola nel mezzo del fiume. Secondo la descrizione fornita dal testimone, l’isola era di medie dimensioni: “c’era spazio sufficiente per rimanere”, dice l’intervistato.

I respingimenti in Serbia sono effettuati dagli agenti di frontiera bosniaci attraverso il fiume Drina [indicato da alcuni come il “confine blu” della Bosnia] e vengono realizzati a piedi o con imbarcazioni.


“In mezzo al fiume abbiamo iniziato ad imbarcare l’acqua. Così, gli agenti hanno ordinato al gruppo di migranti di saltare nel fiume, e sono tornati indietro verso la riva. Gli intervistati hanno raggiunto l’isola a nuoto. il flusso del fiume era forte ma, fortunatamente, gli intervistati erano buoni nuotatori”.

Essendo una frontiera extra-UE dove i casi di violenza della polizia hanno un profilo più basso rispetto alla Croazia, i respingimenti dalla Bosnia sono spesso trascurati dagli sforzi di segnalazione dei media e delle ONG [BVMN incluso].

Continuano le espulsioni a Lipa
Nel documento 4 A/HRC/44/42/Add.2 relativo alla sua visita in Bosnia Erzegovina, il relatore speciale sui diritti umani dei migranti ha sottolineato “con preoccupazione la grande discrepanza tra la capacità massima di alloggio nei centri di accoglienza e il numero stimato di migranti, compresi i richiedenti asilo, nel paese“.

Istituito all’inizio dell’epidemia di COVID-19, il campo di Lipa è già ben oltre la sua capacità. Pur essendo sovraffollato, i respingimenti hanno continuato a verificarsi, e secondo i migranti intervistati da BVMN e le testimonianze di altri volontari, le persone vengono allontanate con la forza dai luoghi in cui risiedono, alloggi informali o a pagamento e privati, prese e portate a Lipa in USK, o a Usivak e Blazuj nel Cantone Sarajevo, dove spesso non sono ammesse per mancanza di spazio.

In un caso dell’8 luglio, un migrante ha spiegato che “grandi gruppi di persone che soggiornano in edifici abbandonati sono portati in massa a Lipa dalla polizia bosniaca locale. Ma una volta guidati lì, a volte il personale del campo non li ammette, e quindi rimangono in attesa all’ingresso e alla fine se ne vanno, e tornano a Bihac.

Queste informazioni sono confermate anche dall’UNHCR che “ha rilevato diversi casi di richiedenti asilo con documenti trasferiti dalla loro sistemazione privata al centro di emergenza di Lipa, senza una chiara base giuridica. Sebbene l’UNHCR abbia reagito sostenendo con le autorità locali la cessazione della pratica, casi simili sono stati segnalati [in seguito].

I continui respingimenti [spesso violenti] hanno messo sotto pressione le circostanze già disastrose nei campi (cfr. rapporto BVMN di maggio). La posizione remota del campo serve solo a isolare ulteriormente le persone già emarginate e genera problemi per quanto riguarda l’accesso al cibo, visto che i negozi sono lontani. I pasti sono forniti all’interno del campo, ma i volontari spesso ricevono lamentele perché le porzioni sono insufficienti, e ci sono stati anche casi di intossicazioni alimentari massicce.

Nel caso del respingimento dell’8 luglio menzionato in precedenza, l’intervistato, un giovane uomo, spiega come egli, dopo essere stato violentemente respinto dalla Croazia alla Bosnia, sia stato inviato a Lipa dagli agenti bosniaci. Nel campo c’erano:

“Nessun letto e alcuni ragazzi che dormivano in due, la situazione per i rifugiati non va bene. Non c’è nessun negozio o mercato, solo un piccolo negozio, ma molto costoso, è un grande problema.”

Inoltre, alcune delle protezioni e servizi previsti per i minori non accompagnati non sono forniti, la situazione è peggiorata e le persone sono rimaste più isolate dopo il blocco del Covid. In questo senso, il giovane mette in evidenza la mancata consegna di una carta del campo, cosa confermata a BVMN dalla RDC che ha riferito che non tutti i migranti sono stati registrati e molti non hanno una carta di Lipa pur essendo stati presi e messi lì.

“Ci hanno arrestato e portato a Lipa. Perché OIM non da la carta Lipa? Perché ci spostano qui?”

Secondo l’UNHCR, tali restrizioni di movimento e isolamento influenzano anche “la salute mentale dei beneficiari e aumentano i sintomi di ansia, insonnia e depressione. Le attività di sostegno psicosociale sono state fornite in misura limitata, ma le risorse e le capacità sono in gran parte insufficienti per servire coloro che ne hanno bisogno“.

Grecia

Detenzione: pratica sempre più comune in Grecia

Negli ultimi mesi di blocco in Grecia, BVMN ha segnalato un regime di respingimento sempre più duro che si è esteso oltre le regioni di confine verso le città centrali. Ciò è culminato nel respingimento di quasi quaranta persone mentre tentavano di accedere al cibo e alle cure mediche, servizi umanitari essenziali. Dopo aver ricevuto ampia attenzione dei media come Deutsche Welle e InfoMigrants, lo stato greco ha messo in pausa il sistema di respingimento apertamente violento.
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I rifugiati che attraversano l’Egeo spesso affrontano la detenzione una volta arrivati in Grecia (fonte: Spiegel)

Nel corso del mese di luglio è diventato chiaro ai partner che la detenzione è diventata uno strumento potente usato al posto dei respingimenti verso la Turchia. Ogni giorno grandi gruppi di persone prive di documenti vengono arrestate e portate in strutture di pre-respingimento nelle regioni di Drama e Xanthi; la prima già implicata in pratiche di pushback.

Secondo la nuova legge che codifica la più recente riformulazione del sistema comune di asilo europeo (L. 4636/2019), e che è stata pesantemente criticata da organizzazioni come Amnesty International e il Consiglio greco per i rifugiati, gli individui possono essere trattenuti fino a 18 mesi, e potenzialmente più a lungo, senza alcuna indagine sul loro caso.

Inoltre, sembra che gli agenti di polizia stiano prendendo di mira le comunità marocchine e algerine, in quanto sono state considerate come provenienti da “paesi di origine sicuri “; velocizzano i loro casi, spesso con conseguente decisione negativa, in quello che si teme essere un preludio per le deportazioni di massa. Sebbene queste pratiche sembrino apparentemente scollegate dal regime di respingimento attuato dallo Stato greco, esse riflettono la stessa tendenza di criminalizzazione della migrazione irregolare, giustificando risposte altamente punitive.

Montenegro

Nuova missione Frontex

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Unità Frontex in Montenegro (fonte: Frontex)

Il 15 luglio, Frontex, l’Agenzia europea per il controllo dei confini terrestri e costieri, ha lanciato un’operazione in Montenegro, la seconda al di fuori dell’Unione Europea dopo lo schieramento di guardie di frontiera al confine greco-albanese lo scorso anno. In attesa dei negoziati finali e dell’approvazione di “accordi di stato“, missioni simili saranno portate avanti in tutti i restanti paesi dei Balcani occidentali nei prossimi anni.

Secondo un comunicato stampa di Frontex, il mandato dell’operazione è incentrato sulla criminalità transfrontaliera, compresa la lotta contro il “traffico di migranti “.

Questo linguaggio mette a nudo una contraddizione fondamentale al centro del mandato di Frontex. Da un lato, il ruolo di Frontex come agenzia di protezione dei confini include implicitamente e esplicitamente la prevenzione e la deterrenza degli “attraversamenti di confine illegali“.

In questo ruolo, gli agenti di Frontex hanno ripetutamente violato il principio del non refoulement, più atrocemente quando essi hanno fatto parte di un’operazione congiunta con la polizia ungherese durante la quale i migranti sono stati sottoposti ad attacchi con cani, spray al pepe e percosse sul lato serbo della recinzione. D’altra parte, le operazioni di Frontex dovrebbero rispettare i “diritti fondamentali“.

Il termine è incluso almeno nove volte nell’accordo di stato con Montenegro. Inoltre, l’accordo di stato include una disposizione specifica secondo la quale il direttore esecutivo di Frontex potrebbe sospendere l’operazione in caso di violazione del principio di non refoulement. Per quanto riguarda i diritti dei migranti, la risoluzione della contraddizione tra i diritti fondamentali e la prevenzione del “traffico di migranti” è di fondamentale importanza.

Finora Frontex non ha mai sospeso un’operazione per preoccupazioni circa i diritti fondamentali. Anche nel caso di cui sopra, la cooperazione tra l’agenzia e le autorità ungheresi è proseguita nonostante la raccomandazione del Forum consultivo di Frontex di sospendere l’operazione.

Tre fattori hanno aiutato l’agenzia a sottrarsi ai suoi obblighi riguardo i diritti fondamentali. In primo luogo, il responsabile dei diritti fondamentali, incaricato di indagare sui cosiddetti rapporti sugli incidenti gravi, è cronicamente a corto di personale nonostante la rapida crescita di Frontex.

In secondo luogo, gli agenti godono di un’immunità di vasta portata nell’ambito degli accordi di stato con stati non membri. Infine, Frontex esercita un’importante attrazione per gli stati non membri con le sue risorse tecniche, tra cui la sorveglianza aerea e la tecnologia di riconoscimento facciale. Fornendo questo tipo di assistenza tecnica, Frontex abilita ma non si impegna direttamente nelle violazioni dei diritti fondamentali.

Glossario delle relazioni, luglio 2020

La rete ha riportato il respingimento di 389 persone in 21 incidenti separati avvenuti a luglio 2020. Le relazioni rappresentano un’ampia demografia di persone, tra cui uomini, donne e minori, coloro che si trovano in alloggi ufficiali nei campi o in insediamenti informali, includono anche respingimenti attraverso vari tipi di confini, terra, fiume e mare. Gli intervistati provengono da un’ampia gamma di paesi, tra cui Afghanistan, Algeria, Bangladesh, Egitto, Iran, Kurdistan, Libia, Libano, Marocco, Pakistan, Palestina, Siria e Tunisia. È importante ricordare che questi numeri rappresentano solo i respingimenti che la nostra alleanza è stata in grado di registrare; a causa delle restrizioni per il Covid e dell’evoluzione delle tattiche governative, ci sono meno osservatori internazionali sul campo in grado di riferire questi eventi.

I casi coinvolti sono descritti di seguito:
I 13 respingimenti in Serbia – sette dalla Croazia, quattro dalla Romania, uno dalla Bosnia-Erzegovina e uno dall’Ungheria.
II 4 respingimenti in Bosnia-Erzegovina – tutti dalla Croazia.
III 3 respingimenti dalla Grecia alla Turchia – tutti rivolti a un ingente numero di persone.
IIII 1 respingimento in Grecia dalla Macedonia del Nord.
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Struttura di rete e contatti

BVMN è un’impresa volontaria, che agisce come un’alleanza di organizzazioni nei Balcani occidentali e in Grecia. BVMN si basa sugli sforzi delle organizzazioni partecipanti che operano nel campo della documentazione, dei media, della difesa e della legge. Finanziamo il lavoro attraverso sovvenzioni e fondazioni di beneficenza e non riceviamo benefici da alcuna organizzazione politica. Le spese riguardano i trasferimenti secondari per i volontari sul campo e quattro posizioni retribuite.

Per avere aggiornamenti dal Border Violence Monitoring Network, visita il nostro sito web per l’intero archivio delle testimonianze, i precedenti rapporti mensili e le notizie regolari. Per seguirci sui social media, trovaci su Twitter handle@Border Violence e su Facebook. Per ulteriori informazioni su questo report o su come partecipare, inviaci un’e-mail a mail@borderviolence.eu.
Per le richieste di stampa e media si prega di contattare: press@borderviolence.eu

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Border Violence Monitoring Network (BVMN)

Border Violence Monitoring Network (BVMN) è una rete indipendente di ONG e associazioni con sede nella regione dei Balcani e in Grecia. BVMN monitora le violazioni dei diritti umani ai confini esterni dell'UE e si impegna per mettere fine ai respingimenti e alle pratiche illegali. Il network utilizza un database condiviso per raccogliere le testimonianze delle violenze subite da chi transita sulla rotta dei Balcani.
In questa pagina trovate le traduzioni integrali dei rapporti mensili curati da BVMN.