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I centri sardi e l’importanza dell’attività di monitoraggio

Intervista a Francesca Mazzuzi, referente della campagna LasciateCIEntrare sull’isola

Photo credit: LasciateCIEntrare

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La campagna lasciateCIEntrare è nata nel 2011 per contrastare una circolare del Ministero dell’Interno – poi revocata – che vietava agli organi di stampa l’accesso ai Centri di Identificazione ed Espulsione (CIE), oggi denominati Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR), e ai Centri di Accoglienza per i Richiedenti Asilo (CARA). A distanza di tanti anni, l’accesso a questi centri da parte di giornalisti, avvocati e attivisti, continua ad essere ostacolato?

Sì, di fatto vi sono ancora degli ostacoli. Nel 2011 parte della società civile si era mobilitata per pretendere la revoca della circolare dell’allora Ministro dell’Interno Maroni, per difendere il diritto ad esercitare la libertà di informazione e far luce su cosa avveniva all’interno sia dei centri governativi di accoglienza, sia dei centri di detenzione amministrativa per gli stranieri. Se da un lato quella circolare fu revocata, consentendo a delegazioni di attivisti, giornalisti, avvocati, di accedere nei CIE (oggi CPR) – e di documentare la situazione e i casi di abuso all’interno di queste strutture, attraverso report e inchieste giornalistiche, dall’altro, quel divieto di accesso persiste, anche se non formalmente.
Vorrei precisare che i cittadini stranieri trattenuti all’interno dei CPR, si trovano in una situazione di detenzione amministrativa, cioè sono trattenuti non per aver commesso un reato ma perché non possiedono un permesso di soggiorno. Grazie all’attività di monitoraggio è stato possibile dar voce a queste persone e raccontarne le condizioni di vita, considerato che, nel corso degli ultimi anni, entrare nei CPR è diventato quasi impossibile. Persino i parlamentari – che hanno diritto di visita all’interno di questi centri, senza la necessità di un’autorizzazione preventiva – hanno incontrato delle resistenze all’accesso. Perché per la società civile è tanto difficile accedere? Perché è una presenza scomoda; e anche perché le autorità competenti hanno ampia discrezionalità nel gestire le richieste di accesso. Anche le nostre richieste vengono puntualmente respinte – aggiungerei, senza un’adeguata motivazione.

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Puoi darci qualche dato sugli arrivi degli ultimi mesi? In che modo vengono gestiti gli sbarchi autonomi in Sardegna?

Innanzitutto vorrei descrivere la rotta che, dalle coste dell’Algeria porta nella parte sud-occidentale della Sardegna (Sulcis). Le persone arrivano prevalentemente su dei barchini, in maniera autonoma; si tratta perlopiù di giovani algerini, alcuni sono minori, poche donne. Questa rotta esiste da moltissimo tempo; addirittura, in epoche passate era utilizzata dagli stessi abitanti sardi per emigrare verso il Nord Africa. Si inizia a parlare di sbarchi provenienti dall’Algeria in Sardegna nei primi anni del duemila. Inizialmente si trattava di poche persone, finché, nel 2007 e nel 2008, sono stati registrati circa 1500 arrivi. Dal 2008 al 2016 gli sbarchi sono diminuiti di alcune centinaia ogni anno. Oggi il numero si aggira nuovamente intorno al migliaio di arrivi all’anno. Solo nel 2017 gli sbarchi erano raddoppiati. Per quanto riguarda il 2020 non ho il dato preciso, ma si parla sempre di 1200-1300 persone. Nonostante questo fenomeno sia descritto con toni allarmistici, come un’invasione, in realtà non si tratta di grandi numeri; basti pensare a Lampedusa, dove mille persone arrivano non in un anno, ma in un paio di giorni.
Vorrei aggiungere che, sebbene l’Algeria e la Sardegna siano separate da poche centinaia di km, questa non è una rotta sicura. Molte persone perdono la vita; ad esempio, nel mese di ottobre un barchino partito dall’Algeria ha avuto dei problemi al motore prima di raggiungere la Sardegna ed è rimasto alla deriva per nove giorni. Delle persone che stavano a bordo – circa dodici persone – ne sono sopravvissute sei. Sono state trovate solo grazie alle richieste insistenti dei loro familiari e all’allerta lanciata da Alarm Phone, che ha fatto pressioni per l’avvio delle operazioni di ricerca. Anche qui dalla Sardegna ci siamo mobilitati per dare risalto all’accaduto. Queste persone sono state poi trovate vicino alle coste della Sicilia; si immagini la deriva che hanno preso, dalle coste della Sardegna per arrivare fino a quelle sicule. E questa volta è andata bene, almeno per i sopravvissuti; però sono tante le persone che perdono la vita in mare o sono disperse e di cui non abbiamo nessuna notizia.
Una volta che le persone sbarcano in Sardegna, sono portate in un Centro di Prima Accoglienza (CPA) a Monastir, poco distante da Cagliari. Il centro è stato aperto nel 2017, la struttura è quella di una ex scuola di polizia penitenziaria. Qui le persone sono identificate, sottoposte a visita medica e adesso anche a tampone per via dell’emergenza legata al Covid-19. Sempre nel centro di Monastir trascorrono il periodo della quarantena. Al momento dovrebbero esserci circa 200 persone. Non tutti però rimangono nel centro; alcuni – e parlo soprattutto di famiglie e minori – vengono trasferiti in altri centri per il periodo della quarantena. Da quanto si è appreso, nel centro di Monastir le persone risultate positive al Covid-19 coabitano con quelle negative, senza che ci sia una reale separazione tra i due gruppi. Ne ha dato notizia anche la stampa locale. La quarantena a volte si prolunga oltre i tempi ordinari per via dei contatti tra positivi e negativi e anche tra le persone che sono sbarcate e quindi arrivate nel centro in momenti differenti.
L’altro problema è che il centro di Monastir non è adatto per una permanenza di lungo periodo, ma solo di pochi giorni, il tempo di svolgere le procedure rapide di identificazione. Invece ora, a causa dell’emergenza sanitaria, le persone devono rimanere lì per alcune settimane; sono sistemate in stanzoni dove è impossibile rispettare il distanziamento. Pare anche che i positivi siano stati sistemati in un apposito piano della struttura del CAS di Monastir, che è una struttura diversa da quella del CPA; di questa notizia, però, non abbiamo certezza. Certo è che la situazione di promiscuità all’interno del centro abbia favorito un aumento nei contagi. Si sono verificate proteste e qualche episodio di fuga. Per avere più informazioni riguardo la gestione dei casi di Covid-19 e su protocolli decisi dall’azienda sarda per la tutela della salute, abbiamo scritto alla Prefettura di Cagliari; siamo ancora in attesa di una risposta.
Al termine del periodo di quarantena o di isolamento, chi non ha presentato una richiesta di protezione internazionale, caso raro (e a questo proposito dobbiamo capire meglio se viene effettuata un’adeguata informativa al riguardo, dato che l’Algeria è ritenuta un paese sicuro), si esce dal centro con il cosiddetto “foglio di via”, che consente di lasciare la Sardegna e di proseguire il proprio percorso. Questo accade perché da qualche anno l’Algeria non è collaborativa per quanto riguarda la riammissione dei propri cittadini, quindi i rimpatri non sono automatici come invece sta capitando con i tunisini che sbarcano autonomamente in Italia. Temiamo, però, che presto possa essere applicato all’Algeria il modello tunisino. Questo prevede, grazie al recente accordo tra il Governo italiano e quello tunisino, di rafforzare e velocizzare i rimpatri, dando vita a un sistema di deportazioni collettive in tempi strettissimi, senza che le persone che le subiscono riescano a fare valere i propri diritti.

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Anche nel CPR di Macomer a giugno ci sono state delle manifestazioni di protesta contro le condizioni di vita e le violazioni dei diritti all’interno del centro. Puoi spiegarci qual è la situazione oggi? Come ha reagito la comunità di Macomer all’apertura di questo centro?

Il centro di Macomer, in provincia di Nuoro, è attivo da gennaio 2020, anche per effetto del decreto Minniti-Orlando del 2017, che prevede l’apertura di un centro di permanenza per il rimpatrio in ogni regione italiana. La struttura è un ex carcere, chiuso nel 2014 perché non rispettava gli standard minimi previsti per gli istituti penitenziari. L’idea dell’apertura del CPR era stata accolta con favore dall’amministrazione comunale di Macomer. Tuttavia, aveva suscitato proteste da parte della popolazione locale, che pensava di trovarsi di fronte all’ennesimo centro di accoglienza destinato, questa volta, agli algerini; le amministrazioni comunale e regionale e il Ministero dell’Interno avevano in seguito rassicurato la popolazione locale, dato che si sarebbe trattato di una struttura detentiva e, quindi, non ci sarebbe stato il pericolo di avere questi “ospiti” in giro per le strade della città. Fortunatamente, subito dopo l’apertura del CPR, si è sviluppato anche un movimento critico all’interno della comunità di Macomer, che è stato di fatto bloccato dall’inizio della pandemia; speriamo possa riattivarsi al più presto.
Il centro di Macomer dispone di 50 posti, elevabili fino a 100, una volta che saranno terminati i lavori di ristrutturazione. Già a pochi giorni dall’apertura si erano verificate le situazioni tipiche che caratterizzano questi centri da ormai 20 anni. Hanno cambiato nome però le condizioni di vita e le violazioni dei diritti delle persone trattenute permangono uguali a prima. Anche sulla stampa locale sono apparse immediatamente notizie riguardo a quanto avveniva – e continua ad avvenire – nel CPR, come atti di autolesionismo e tentativi di suicidio. Fino ad ora non è stato possibile entrare, abbiamo presentato richiesta a fine gennaio ma ci è stata rifiutata.
A giugno le persone recluse hanno iniziato una protesta, sono salite sul tetto, alcuni hanno iniziato uno sciopero della fame nel corso del quale un ragazzo del Marocco si è cucito la bocca. Questo ragazzo era disperato perché voleva uscire dal CPR per lavorare e poter mantenere il padre malato. Ad oggi non sappiamo che fine abbia fatto, se sia stato rimpatriato o sia uscito dal centro per decorrenza dei termini. In seguito alle proteste, una consigliera regionale ha chiesto di poter accedere per monitorare la situazione. Ha chiesto di avvalersi del nostro supporto, ma anche questa volta non ci è stata data autorizzazione. È potuta entrare solo lei con un garante locale, non senza qualche resistenza iniziale.
È importante ribadire che le attività di monitoraggio sono fondamentali per verificare le reali condizioni di vita all’interno dei CPR. Senza il monitoraggio è difficile avere informazioni dettagliate e utili per poter intraprendere qualsiasi tipo di azione. Nonostante le difficoltà di accesso, noi riusciamo comunque ad avere dei contatti telefoni con le persone all’interno. In base alle notizie ricevute, proviamo a contattare i loro avvocati per avere informazioni più chiare. Ma non è sempre facile; per poter fare delle segnalazioni, abbiamo bisogno di informazioni dettagliate.
Per quanto riguarda la situazione del centro di Macomer, potrei riassumerla attraverso le parole usate dagli stessi reclusi in una lettera consegnata alla delegazione in visita a giugno. Nella lettera si lamentavano delle maniere dure delle forze dell’ordine, di una carenza sanitaria, del fatto che il cibo fosse immangiabile e che non gli fosse consentito possedere oggetti personali, come penne, spazzole per i capelli, orologi, cose che noi diamo per scontate. Lamentavano inoltre la mancanza di un campo sportivo, di una palestra. Per motivi di sicurezza, all’interno dei CPR è vietata qualsiasi tipo di attività ricreativa o motoria. L’unica cosa che si può fare è attendere, finché non si viene rimpatriati oppure liberati per decorso del termine (attualmente di 90 giorni, elevabile a 120 giorni per coloro che invece arrivano da un Paese con cui l’Italia ha un accordo di riammissione, oppure i richiedenti asilo, possono essere trattenuti fino a 12 mesi.

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Tu prima hai parlato di assistenza sanitaria, tema molto caro in questo periodo storico. In che modo il diritto alla salute viene garantito all’interno del centro?

In generale possiamo definire carente l’assistenza sanitaria all’interno del CPR. Infatti, se una persona sta male passa parecchio tempo da quando si cerca di richiamare l’attenzione a quando si ricevono veramente le cure. Spesso non si viene portati in ospedale, ma si viene visitati dal medico del CPR. Infatti, le convenzioni del CPR prevedono la presenza di un servizio di infermeria h24 e anche la presenza di un medico, che però non è presente tutto il giorno. Questo è un servizio erogato dall’ente gestore del centro, il problema è che non esiste un reale coordinamento tra questi presidi sanitari interni e il sistema della sanità pubblica.
Il regolamento di gestione dei centri prevede che vengano stipulati dei protocolli di collaborazione con le aziende sanitarie territorialmente competenti, però di fatto si crea una sanità separata che risponde all’ente gestore. Per esempio, sappiamo che a Macomer è capitato diverse volte che l’ambulanza, dopo essere stata chiamata, non sia stata fatta entrare nel CPR. Gli interventi esterni sono importanti anche per capire cosa accade all’interno. Infatti, alcuni incidenti che si sono verificati all’interno del centro di Macomer, quali tentativi di suicidio e atti di autolesionismo, sono stati resi noti con l’intervento dei medici esterni. Inoltre, è frequente l’utilizzo dei sedativi per tenere le persone tranquille all’interno delle strutture. A volte questi farmaci vengono richiesti dagli stessi detenuti a causa delle difficili condizioni di vita nel centro. Questa è la situazione che ci è stata descritta a giugno.
Ora più che mai l’assistenza sanitaria è di particolare importanza. Teniamo conto che i CPR, proprio come le carceri, sono strutture in cui le persone recluse sono particolarmente esposte alla diffusione del Covid-19, dato che non è possibile applicare le misure di prevenzione come il distanziamento fisico, oppure la sanificazione dei luoghi. Alcune settimane fa era scattato un allarme Covid-19 a Macomer; in seguito all’ingresso di una funzionaria di polizia positiva al virus, uno dei tre blocchi del centro era stato messo in quarantena. Pare che non ci siano stati casi positivi. Questa volta è andata bene. Ricordiamo che già ad aprile si erano verificati dei casi di positività a Gradisca, il mese scorso un cittadino tunisino è stato rimpatriato in Tunisia e solo una volta rientrato ci si è resi conto che era positivo. Quindi oggi più che mai crediamo che sia giusto chiudere questi centri.

Il d.l. 34/2020 ha previsto la possibilità per gli stranieri senza permesso di soggiorno di presentare a determinate condizioni domanda di regolarizzazione della propria situazione sul territorio nazionale. La sanatoria si è conclusa, con moltissime criticità lo scorso 15 agosto. Pensi che le persone trattenute all’interno del CPR siano state adeguatamente informate sulle procedure di regolarizzazione?

Di certo non c’è stata un’adeguata informazione sulla possibilità di presentare l’istanza di regolarizzazione. Sappiamo però che nel CPR di Macomer alcune persone sono state liberate per aver presentato richiesta; non per merito delle informazioni ricevute all’interno del CPR, ma per merito degli avvocati e delle altre persone che supportavano singolarmente gli stranieri trattenuti nel centro. Questo ci fa capire l’importanza di avere un’adeguata difesa legale. Tuttavia, a causa del modo in cui i CPR sono organizzati, non sempre è possibile disporre di un avvocato di fiducia, di un legale preparato. Infatti, all’ingresso viene sequestrato il telefono cellulare, quindi le persone si ritrovano isolate e da qui deriva una serie di problematiche, tra cui la difficoltà di nominare un avvocato di fiducia. Noi diamo supporto in tal senso; ad esempio, quando una persona riesce a comunicarci che sta per essere portata in un CPR, la rete degli attivisti si mobilita per raggiungerla al suo arrivo, affinché possa nominare un avvocato e questo diritto non le venga negato. Bisogna intervenire in tempi molto stretti, dato che le udienze di convalida del trattenimento si tengono entro le successive 48h di fronte al Giudice di Pace. Tuttavia, capita che gli avvocati vengano avvisati pochi minuti prima dell’udienza o vengano invitati a tenere l’udienza da remoto o addirittura tramite Whatsapp, senza avere la possibilità di parlare prima con il proprio assistito o di poter visionare accuratamente la documentazione relativa al caso che dovrebbero discutere.

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