Regno Unito – La situazione dei centri di detenzione e la relazione della Commissione d’inchiesta parlamentare

Un sistema costoso, inefficiente e ingiusto

Il 3 marzo 2015 è stata pubblicata la relazione ufficiale dal titolo “Indagine sull’Uso della Detenzione per i migranti nel Regno Unito“, redatta da un’apposita Commissione parlamentare d’inchiesta istituita nel luglio 2014 e composta da rappresentanti di tutti i maggiori partiti. La commissione ha raccolto testimonianze sia scritte che orali di un numero considerevole di detenuti ed ex-detenuti nei centri di rimozione del Regno Unito oltre alle deposizioni di associazioni che si occupano dei diritti dei migranti e delle condizioni di coloro che sono trattenuti nei centri. Le conclusioni della commissione sono inequivocabili: il sistema va cambiato radicalmente in quanto è dannoso e umiliante oltre ad essere inefficiente e dispendioso. A pagina quattro della relazione si legge: “È parere di questa commissione che non vi sia possibilità di cambiamento attraverso semplici modifiche alla gestione o miglioramento delle strutture. Crediamo che i problemi che tormentano i nostri centri di rimozione siano dovuti innanzitutto al semplice fatto che deteniamo troppe persone inutilmente e per toppo tempo. L’attuale sistema è costoso, inefficace e ingiusto”. (mia traduzione dall’inglese).

Le parole della Commissione arrivano in un momento molto delicato per quanto riguarda questi centri nel Regno Unito. Negli ultimi mesi, infatti, una serie di denunce e inchieste hanno rivelato le situazioni drammatiche che vivono i detenuti. Scioperi della fame, tentativi di suicidio, nonché accuse di molestie sessuali, razzismo e incuria nei confronti del personale di alcuni centri hanno fatto scalpore sulle prime pagine dei giornali. Alcune inchieste delle maggiori reti televisive hanno rivelato storie raccapriccianti sul disagio psicologico che molti detenuti avvertono.

Nel Regno ci sono 14 centri di rimozione, facenti capo al Ministero dell’Interno (Home Office), in cui, sono trattenuti tra 2.000 e 3.500 migranti. Alcuni di questi centri, come quelli di Colnbrook, Harmondsworth o Brook House, sono costruiti e gestiti come prigioni di categoria B (una categoria al di sotto della massima sicurezza). Altri sono organizzati in modo meno rigido, ma queste strutture sono edifici circondati da alte mura e filo spinato da cui i detenuti non possono uscire se non per essere trasportati – in manette – da un centro all’altro, rilasciati nella comunità o restituiti al paese di provenienza. La maggior parte dei centri di rimozione è gestita da compagnie private come G4S o Serco, mentre altri sono gestiti direttamente dal Servizio per le Prigioni di Sua Maestà (Her Majesty’s Prison Service). Alla fine del 2014, il costo stimato a persona era di 97 sterline al giorno, pari a circa 135 euro.

I migranti detenuti nei centri di rimozione sono generalmente richiedenti asilo a cui è stato rifiutato lo status di rifugiato (e che spesso hanno appelli in corso), migranti che non sono in possesso di validi documenti e ex-prigionieri di origine straniera che hanno commesso reati che prevedono una condanna superiore a 12 mesi. Queste categorie non sono nettamente delimitate e spesso richiedenti asilo, che per legge non possono avere un impiego, ottengono condanne penali per aver lavorato senza permesso e/o per aver usato documenti falsi e, a condanna ultimata, sono trasferiti nei centri di rimozione. Le motivazioni ufficiali per la detenzione di migranti sono l’imminenza dell’espulsione, la possibilità di fuga e ragioni di sicurezza pubblica.

Persone che soffrono di disturbi psicologici, che sono stati oggetto di torture o donne in stato di gravidanza non dovrebbero essere detenuti. Nonostante queste direttive, i casi di detenzione di persone che riferiscono di essere state torturate, che hanno preesistenti problemi mentali o di donne incinte sono relativamente frequenti. Inoltre, solamente la metà circa delle 29.665 persone che sono state rilasciate dai centri nel 2014 è stata restituita ai paesi di provenienza, mentre il rimanente 50% ha ottenuto lo status di rifugiato o è stato rilasciato nell’attesa di una decisione. Tutto questo pone molti punti interrogativi rispetto allo scopo e alla necessità della detenzione e ha contribuito alle raccomandazioni della commissione d’inchiesta.

Unico in Europa, il Regno Unito non pone limitazioni di tempo alla detenzione dei migranti e questa mancanza di limiti rappresenta una delle ragioni principali delle gravi difficoltà psicologiche che molti detenuti lamentano. Mentre la maggioranza dei migranti è rilasciata o rimpatriata dopo due mesi di detenzione, i casi in cui la detenzione si protrae per molti mesi, addirittura per anni, non sono certamente pochi. Insieme alla prospettiva di essere rimpatriati in paesi da cui sono fuggiti a causa di guerre, persecuzione o violenze, questa mancanza di limiti causa situazioni di incertezza, frustrazione e ansietà che sono all’origine di molti dei tentativi di suicidio e di morti che vengono regolarmente denunciati e riportati dai media.

Le associazioni non governative che si occupano della situazione dei detenuti nei centri di rimozione sono numerose. In ogni centro operano gruppi di volontari che visitano regolarmente i detenuti per portare supporto sia emotivo che pratico, ridurre il senso di isolamento e assicurare contatti con l’esterno. Per quanto mi riguarda, dal 2010 faccio regolarmente visita ai detenuti nell’unico centro di rimozione scozzese, Dungavel Immigration Removal Centre, con l’Associazione Scottish Detainee Visitors. Nella mia veste di volontaria, ho potuto costatare di persona l’effetto deleterio della detenzione sul benessere psicologico delle donne e degli uomini che sono rinchiusi nel centro, in particolare quando la detenzione è protratta. Il governo scozzese mantiene, rispetto alle altre parti del Regno Unito, un atteggiamento più favorevole nei confronti dell’immigrazione. Tuttavia, le politiche per l’immigrazione sono di competenza del governo centrale e il governo scozzese non ha voce in capitolo. Di conseguenza anche a Dungavel, come negli altri centri, la frustrazione è forte e si registrano situazioni di depressione, ansietà e pensieri suicidi. Molti dei detenuti che hanno trascorso periodi in prigione riferiscono di preferire il carcere al centro di rimozione in quanto, nel primo caso, c’è perlomeno un’idea precisa di quando la condanna arriverà al termine, nonché una motivazione per l’essere stati privati della libertà.

Nella foto: Dungavel Immigration Removal Centre. Il centro si trova in aperta campagna, è difficile da raggiungere con mezzi di trasporto pubblico e lontano da centri abitati. A Dungavel, come negli altri centri, vengono detenuti migranti da qualsiasi parte del Regno Unito, indipendentemente dal luogo in cui si trovano familiari e amici.
Nella foto: Dungavel Immigration Removal Centre. Il centro si trova in aperta campagna, è difficile da raggiungere con mezzi di trasporto pubblico e lontano da centri abitati. A Dungavel, come negli altri centri, vengono detenuti migranti da qualsiasi parte del Regno Unito, indipendentemente dal luogo in cui si trovano familiari e amici.

La relazione della Commissione parlamentare Indagine sull’Uso della Detenzione per i Migranti nel Regno Unito riferisce dello shock di molti dei parlamentari coinvolti nell’inchiesta nell’udire le testimonianze di detenuti ed ex-detenuti, donne e uomini che non hanno commesso alcun reato o che hanno già ampiamente scontato la loro pena, e che spesso hanno alle spalle storie di violenza e persecuzione. Rinchiusi per mesi e, in alcuni casi, anche per anni senza alcuna data per il rilascio per pura convenienza amministrativa, queste donne e questi uomini hanno raccontato alla commissione storie di profondo malessere ed esperienze di vessazioni e soprusi all’interno dei centri. Avendo premesso che i centri di rimozione non possono essere riformati, la relazione individua una serie di raccomandazioni volte a cambiare radicalmente una cultura che prevede l’immagazzinaggio di esseri umani per convenienza burocratica e tornaconto politico.

Le raccomandazioni chiave sono le seguenti (mia traduzione dall’inglese):

– Ci dovrebbe essere un limite massimo di 28 giorni alla detenzione di migranti
– La detenzione è attualmente usata in modo disproporzionatamene frequente, risultando un numero troppo elevato di detenzione. Il principio guida, in teoria ed in pratica, dovrebbe a favore della risoluzione dei casi all’interno della comunità e contro la detenzione.
– La decisione di detenere dovrebbe essere molto rara, per il periodo più breve possibile e solamente allo scopo di effettuare la rimozione.
– Il governo dovrebbe apprendere dalle migliori pratiche a livello internazionale e introdurre una serie molto più ampia di alternative alla detenzione di quelle attualmente utilizzate nel Regno Unito.

Tuttavia, come per molti altri paesi industrializzati, le promesse di contenere il numero degli immigrati e le prese di posizione ostentatamente dure e intransigenti nei confronti dell’immigrazione sono temi ricorrenti nella propaganda politica. Il Regno Unito andrà alle urne il 7 maggio 2015->http://www.parliament.uk/about/how/elections-and-voting/general/general-election-timetable-2015/] e i maggiori partiti sono impegnati in una gara a chi dimostra maggiore fermezza nei confronti dell’immigrazione. Con l’avvento sulla scena politica del partito xenofobo e populista UKIP, che sta rapidamente conquistato una notevole popolarità, la tendenza a scaricare su migranti e richiedenti asilo tutti i mali della società e dell’economia si sta facendo sempre più pressante. Poco importa che una serie di ricerche (come, ad esempio quella recente della [London School of Economics) dimostri che l’immigrazione non ha effetti dannosi per l’economia e che i migranti contribuiscono alle casse dello stato più di quanto usufruiscano in servizi e assistenza. I migranti rimangono ancora una minoranza e molti di loro non hanno diritto al voto. Essi sono quindi spendibili e costituiscono un facile capro espiatorio che distrae dai reali problemi sociali ed economici del paese. Come il sociologo Zygmunt Bauman asseriva già una decina di anni fa, in un’economia globale gestita dalle grandi corporazioni e da istituzioni internazionali “gli stati non possono fare praticamente nulla per placare, meno ancora annullare, l’incertezza. Il massimo che possano fare è spostarne il focus su soggetti vicini, muoverlo da ciò che non sono in grado di influenzare a ciò che per lo meno possono ostentare di essere in grado di controllare e gestire. Rifugiati, richiedenti asilo, immigrati – i prodotti di scarto della globalizzazione – sono perfetti per questo scopo” (mia traduzione dall’inglese).

La relazione della commissione parlamentare offre un’arma importante contro la crescente demonizzazione dei migranti nel Regno Unito e contro la pratica inumana di incarcerare persone per interesse politico e convenienza amministrativa. Tuttavia quello della commissione è solamente un parere e non è vincolante. Il lavoro più faticoso, quindi, comincia ora e investe tutti gli individui e le organizzazioni della società civile che si occupano dei diritti dei migranti, cui spetta il compito di far in modo che le importanti raccomandazioni della relazione non rimangano lettera morta e di assicurare che le sofferenze, l’impegno e le speranze che hanno animato l’inchiesta non vadano persi.