/

L’inferno di Calais

La lunga storia di espulsioni, violenze e diritti negati

1999: Aumento del numero di rifugiati a Calais. Apertura del “centro di alloggio e accoglienza umanitaria” in un hangar lontano dalla città, sul territorio del comune di Sangatte. Questo hangar accoglierà fino a 2000 persone.

2002: Chiusura del centro di Sangatte da parte di Nicolas Sarkozy, ministro dell’interno. Questa chiusura avrebbe dovuto regolare la questione della presenza degli esiliati a Calais. 13 anni dopo sono ancora là.

Dopo la fine del 2002: Gli esuli non hanno più posto dove avrebbero diritto di stare. Vivono in tutto ciò che può loro servire da rifugio o costruiscono essi stessi degli accampamenti, dai quali sono stati espulsi e che sono stati distrutti. Essi si scontrano con “contrôles au faciès” (controlli costanti su base etnica/aspetto fisico) e violenze quotidiane da parte della polizia.

Dalla chiusura di Sangatte, gli esuli hanno dovuto trovare dei luoghi dove rifugiarsi, spesso in un’estrema precarietà: fortini, tubi nei cantieri, antiche porte chiuse, edifici abbandonati, lotti liberi… se non sono espulsi rapidamente, si sviluppa una vita collettiva e gli esuli organizzano i loro spazi per rispondere ai loro bisogni sociali o spirituali oltre che di sopravvivenza. È quest’auto-organizzazione che viene distrutta durante gli sgomberi, i quali tolgono agli esuli i mezzi per rispondere ai loro stessi bisogni.

jules-light.jpg

2003: Trattato di Touquet per organizzare i controlli alla frontiera franco-britannica, specialmente i controlli britannici nei porti francesi.

2009: Forte aumento, fino a Luglio, del numero di esuli, principalmente afghani, presenti a Calais. La maggior parte degli insediamenti e degli accampamenti vengono evacuati e distrutti in Settembre e Ottobre; l’evento viene fortemente sponsorizzato (“Chiusura della jungla di Calais” il 22 Settembre dal ministro dell’immigrazione e dell’identità nazionale Éric Besson).

2009: Firma di una nuova disposizione franco-britannica sulla ripartizione dei costi di messa in sicurezza del porto, il controllo della frontiera e la repressione al suo avvicinarsi.

Dopo l’autunno 2013: aumento graduale del numero di esuli a Calais, riflessione attenuata dell’aumento del numero di persone che attraversano il Mediterraneo (200 000 esuli arrivano in Italia nel 2014, sono al massimo 3000 a Calais).

2014: Anno mortale alla frontiera.

Con almeno 17 persone decedute da una parte all’altra della frontiera, il 2014 è stato l’anno più mortale dopo la chiusura di Sangatte. A causa della difficoltà del passaggio, gli esuli si prendono sempre più rischi per tentare di raggiungere il Regno Unito, le tensioni si esacerbano. La precarietà delle condizioni di vita vessano le persone fisicamente e psicologicamente e ciò può causare la morte. La risposta delle autorità a questa argomentazione si sviluppa in tre tempi:
– In primo luogo, il proseguimento delle vessazioni da parte della polizia e delle espulsioni di insediamenti e accampamenti con un ritmo ordinario, senza una reale previsione di ciò che sta accadendo;
– Le espulsioni di tre accampamenti situati vicino al centro di Calais il 28 Maggio 2014. Una parte degli esuli o va alla periferia di Calais o il prefetto li invita a occupare nuovi terreni. Gli altri occupano per protesta il luogo organizzato per la distribuzione dei pasti, vicino al centro-città. Il luogo di distribuzione dei pasti e tre insediamenti del centro-città vengono evacuati il 2 Luglio in modo particolarmente violento (600 arresti, 200 detenzioni). La maggior parte degli esuli va alla periferia negli accampamenti attuali. Le associazioni e No Borders aprono un grande insediamenti nel centro-città il 12 Luglio.
– Le autorità decidono di raggruppare un certo numero di servizi agli esuli fuori dalla città, al di là della tangenziale (campo Jules Ferry) e di raggruppare gli esuli sul sito di una vecchia discarica situata in prossimità.

Le violenze della polizia: una realtà quotidiana

Le vessazioni della polizia sono un aspetto importante della politica che mira a dissuadere gli esuli dal restare in prossimità della frontiera; sono state denunciate nel corso degli anni da una serie di rapporti, dei quali soprattutto:
2008: rapporto della coordinazione nazionale per il diritto di asilo – il titolo del rapporto era “la legge della jungla”.
2012: decisione del Difensore dei Diritti riguardanti le vessazioni della polizia a Calais.
Inizio 2015: rapporto dell’ONG “Human Right Watch” sulle violenze della polizia a Calais-
Settembre 2014: annuncio del sindaco e del governo sull’apertura di un centro diurno per i migranti, riunente di fatto i servizi già esistenti. In modo ufficioso, le autorità fanno sapere alle associazioni che gli esuli dovranno installarsi attorno al centro diurno, in una zona tollerata.
Settembre 2014: nuovo accordo franco-britannico, che prevede la creazione di un fondo comune per la messa in sicurezza del porto e il rafforzamento della politica repressiva congiunta e a livello europeo.
Gennaio 2015: fine delle distribuzioni dei pasti agli esuli e in centro-città, inizio delle distribuzioni pasti al campo Jules Ferry.
Marzo 2015: ultimatum delle autorità agli esuli. Essi hanno fino al 31 Marzo per “trasferirsi” volontariamente sulla vecchia discarica vicino al campo Jules Ferry, in caso contrario verranno espulsi dalla polizia.

Un centro senza accoglienza

Il centro Jules Ferry mira ad allontanare gli esuli piuttosto che ad accoglierli:
– È un dispositivo che raggruppa un certo numero di servizi esistenti dove non c’è alcun luogo previsto per sedersi, per riposarsi, per la convivialità;
– È lontano dal centro di Calais;
– Non ha alloggi per gli uomini;
– Fornisce un solo pasto al giorno anche se non c’è alcun negozio in prossimità;
– La sua capacità è limitata a 1000 persone.

Le nuove Bidonville

Il terreno dove le autorità impongono agli esuli di installarsi:
– È esso stesso inabitabile: depositi di rifiuti/materiali di riporto di dubbia origine/terreno umido;
– Non è equipaggiato da alcuna infrastruttura: niente luce/niente acqua/nessun servizio igienico/niente bidoni per la spazzatura;
– È pericoloso poiché è in prossimità della zona di influenza di contrabbandieri (rischi di presa di potere, estorsioni, violenze) e a causa dei conflitti con i cacciatori e membri di bande che attualmente utilizzano il sito invece dei residenti;
– È lontano dal centro di Calais, e dunque dal resto della popolazione, di servizi organizzati per le associazioni, di negozi, di servizi amministrativi (uffici per le immigrazioni, poste, sotto-prefetture…);
– Non è oggetto di alcun documento formale che autorizzi i migranti a installarvi; inoltre essi possono essere rimossi in qualunque momento a discrezione delle autorità.

Le donne nuovamente sfollate

La casa delle donne era stata aperta nel 2013 da No Borders vicino al centro-città, in seguito la prefettura ha domandato a No Borders che esse fossero recuperate da un’agenzia di inserzione (Solid’R). Le donne sono state trasferite nel Luglio del 2012 in un prefabbricato lontano dalla città. Esse sono state di nuovo trasferite il 26 Marzo 2015 al centro diurno Jules Ferry, in un altro prefabbricato lontano dalla città, in una zona dove essere saranno più vulnerabili nei loro spostamenti.
Prima quindicina di Aprile: periodo di prova per l’espulsione degli insediamenti e degli accampamenti. Viene annunciata una visita del ministro dell’interno Bernard Cazeneuve.
11 Aprile 2015: apertura completa del campo Jules Ferry, a circa 6 Km dal centro-città.

Da Sangatte a Jules Ferry

13 anni dopo la chiusura di Sangatte, le autorità tentano nuovamente di raggruppare gli esuli lontano dalla città. Questo tentativo si fa attraverso la distruzione dei luoghi di vita esistenti e un aggravamento della pressione della polizia. Se dei servizi vengono raggruppati come a Sangatte non ci sono più di hangar per far rifugiare le persone, quindi questo viene rimpiazzato da una bidonville. Questo “approccio di relegazione” è presentato dal governo come una soluzione umanitaria.