Immigrazione e asilo

Philip Hammond e l’esagerazione sulle “orde” di migranti

Patrick Kingsley, The Guardian del 10 agosto 2015

Secondo le eccentriche dichiarazioni del Segretario per gli Affari Esteri britannico, i migranti che sbarcano sulle coste europee in cerca di riparo da guerre e povertà costituiscono una minaccia per il tessuto sociale.

In Libano, un minuscolo stato con una popolazione di appena 4,5 milioni di abitanti, ci sono più di 1,2 milioni di rifugiati, di cui la maggior parte è arrivata negli ultimi quattro anni e che ora costituisce più di un quarto della popolazione totale.

È utile tenerlo a mente quando ci si imbatte nei commenti del Ministro per gli Affari Esteri britannico, Philip Hammond. La scorsa domenica (9 Agosto, ndr), Hammond ha dichiarato che le orde di milioni di migranti economici provenienti dall’Africa costituiscono una minaccia per la società europea. Dopo le allusioni alle “orde di migranti disperati accampati attorno all’area di Calais”, Hammond ha continuato:” L’Europa non potrà pensare di proteggersi, di preservare il proprio tenore di vita e le infrastrutture sociali se sarà costretta ad assorbire milioni di migranti dall’Africa.”

Simili commenti non sono attendibili. Ci sono Paesi le cui infrastrutture sociali scricchiolano sotto il peso del numero dei rifugiati che vi risiedono – ma questi non si trovano in Europa. Il Libano, come già visto, ospita il numero di rifugiati pro capite più alto al mondo. La Giordania, con una popolazione di 6,4 milioni di persone, ne ospita più di 600.000. Entrambi gli Stati in questione, accolgono rispettivamente 232 e 87 rifugiati ogni 1.000 abitanti – il tasso più alto al mondo. Invece, la Svezia, il Paese europeo con la proporzione più alta di rifugiati, ne conta solamente 15 ogni 1.000 abitanti. Risulta così troppo fantasioso voler affermare che il continente più ricco del mondo stia affrontando un oblio sociale solo per aver condiviso una fetta un po’ più grande della propria ricchezza.

Hammond ha inoltre sbagliato gran parte delle proporzioni. Prima di tutto, la stragrande maggioranza degli sbarchi in Europa non è costituita da migranti per ragioni economiche. Delle 200.000 persone che sono sbarcate dall’inizio 2015, il 62% è costituito da rifugiati provenienti da Siria, Eritrea, e Afghanistan (fonte: UNHCR) – Paesi dilaniati dalla guerra, dall’oppressione o dagli estremismi violenti, e alle volte, anche da tutti e tre. Quasi due quinti di questi vengono solamente dalla Siria, mentre gli altri scappano dalle guerre in Darfur, in Somalia e in parti della Nigeria.

Una percentuale significativa di migranti proviene sicuramente dall’Africa, e alcuni di essi fuggono la povertà più che la guerra – un fattore di spinta che la comunità internazionale non ha ritenuto una ragione sufficiente per potersi costruire una vita altrove. Ma il numero dei migranti africani irregolari in Europa costituisce meno del 50% del totale, e molti di loro, come già indicato sopra, hanno il diritto internazionalmente riconosciuto di rivendicare lo status di rifugiato.

Anche se non sembrerebbe, queste cifre dimostrano che i migranti in questione difficilmente costituiscono una minaccia per il tessuto sociale europeo. La popolazione dell’Europa è di 740 milioni di abitanti; quella dell’UE è di 500 milioni. Sarebbe un’esagerazione affermare che il continente più ricco al mondo non possa trovare le risorse per assorbire 200.000 rifugiati. I numeri di Calais, stimati tra i 2.000 e i 5.000 individui, costituirebbero una percentuale ancora minore di quelli attualmente residenti in Gran Bretagna.

Al di là dei fatti e delle cifre, l’approccio approssimativo di Hammond ha delle conseguenze pratiche. Nelle sue affermazioni, egli ha suggerito che la soluzione al caos creatosi a Calais sarebbe semplicemente aumentare i rimpatri. Tuttavia, molti dei migranti intervistati hanno dichiarato che tenterebbero il viaggio nonostante i rischi, finché ci saranno dei mezzi sicuri, legali e immediati per giungere in Europa. Ciò suggerisce che l’unica alternativa logica all’attuale caos generato agli arrivi di migranti (i barconi che affondano nel Mediterraneo, gli accampamenti di Calais) non sono le tattiche di rimpatrio di breve termine, ma, piuttosto, una formale e più ordinata redistribuzione dei rifugiati in Europa.

Un processo simile, se implementato su una scala grande abbastanza, potrebbe ridurre la domanda per l’accesso alle rotte di immigrazione illegale verso l’Europa e aumentare la fiducia dei rifugiati verso dei canali formali di insediamento. Un tale programma, seppure ambizioso, è già stato attuato prima, dopo la guerra nel Vietnam, quando i Paesi occidentali accolsero 1.3 milioni di rifugiati dall’Indocina. La civiltà europea è sopravvissuta a quelle “orde”, e può farlo ancora.