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Una luce di speranza nella desolazione del campo di accoglienza di Calais

Jonathan Freedland, The Guardian, Regno Unito

Foto: Chris Radburn/PA

Il cenone di Natale di Kate Moss e amici era tra i suoi programmi già da molto tempo, all’inizio del mese ha improvvisato qualcosa per Gwyneth Paltrow e Chris Martin negli Hamptons, ma nel frattempo, tra questi impegni, lo chef privato Kevin Mikailian ha cucinato per una clientela ben diversa.

In quella che a noi è ormai nota come la più estesa baraccopoli d’Europa, tanto da essere chiamata Giungla di Calais, ha lavorato in divisa da chef in un magazzino abbandonato, curando gorgoglianti pentoloni adibiti alla cottura del dal per i rifugiati e i migranti che ancora si trovano a sopravvivere su quella porzione di terra.

Mikailian ha guidato un gruppo di persone, la maggior parte dei quali giovani senza la minima esperienza culinaria. I loro sforzi comuni erano finalizzati alla preparazione di 1.500 pasti caldi e nutrienti da portare al campo poco distante: nessuno di loro aveva mai fatto nulla del genere prima.

Altrove nel magazzino, stessa storia: gruppi di persone smistano gli indumenti contenuti in grossi sacchi neri in scatole di cartone etichettate “Uomo, Lana, Medio” o “Maglie a maniche lunghe, piccole”. Alcuni di questi volontari sono giunti a Calais da appena un giorno.

La donna che mi fa da guida, Philli Boyle, non ha nessuna esperienza pregressa nel campo dell’assistenza o degli interventi d’emergenza. Lei ed alcuni suoi amici avevano solo visto le stesse immagini di tutti, si sono convinti che qualcuno dovesse fare qualcosa e hanno sondato il terreno su Facebook. Adesso è a Calais da mesi e si trova al centro di quella che sembra un’operazione di soccorso e assistenza a popolazioni colpite da pubbliche calamità.

Questo è uno degli aspetti più strani dell’emergenza umanitaria inaspritasi a 22 miglia dalla costa britannica. La situazione nella Giungla è drammatica tanto quanto quella di qualunque baraccopoli si possa trovare in quello che veniva chiamato Terzo Mondo, fatta eccezione per il fatto che si trova nel primo mondo, nel cuore dell’Europa civilizzata. Circa 6.000 persone vivono su una striscia di terra desolata, ormai in gran parte contaminata da escrementi umani e senza alcun tipo di infrastruttura. Niente strade, né sanitari. Non fosse per una serie di generatori ronzanti, mancherebbe anche la corrente.

Basta sbirciare all’interno di una tenda così fragile, una di quelle piantate nel fango molliccio che avrebbe difficoltà a reggersi per più di due notti a un festival musicale, per scoprire che in pieno inverno è casa di quattro uomini adulti. Le richiestissime strutture di legno coperte di tela cerata sono più piccole di un comune capanno da giardino, ma nel campo ospitano fino a sei persone.

La carenza di fonti d’acqua corrente fa sì che nessuno riesca a lavarsi come si deve. Ho visto uomini lavarsi i piedi e non riuscire a mantenerli puliti a lungo: quando non è piena di spazzatura, la terra attorno al rubinetto si trasforma in fango. Nel frattempo una bambina, che avrà avuto 7 anni al massimo, fa rotolare un boccione per l’acqua in plastica verso la spina, forse per riempirla e portarla alla propria famiglia. Ci sono 60 docce per 6.000 persone.

Tutto questo sta accadendo davvero e ciò che è più strano è che non c’è nessuno a controllare la situazione. Se questo fosse stato un disastro qualsiasi le Nazioni Unite sarebbero intervenute e anche le grandi agenzie umanitarie avrebbero fatto la loro parte. Ma questa è l’Europa, che dovrebbe essere al di sopra della necessità di simili aiuti: né l’ONU né l’UNHCR sono a Calais, ma quantomeno c’è una piccola traccia di Oxfam, Save the Children e della Croce Rossa. C’è comunque da dire che queste grandi assenze non sono dovute a mancanza di interesse: gli operatori umanitari raccontano ai politici in visita al campo di sentire di non aver alcuna delega per operare in Europa. Basti pensare che anche se MSF si trova a Calais questa è la sua prima operazione umanitaria sul suolo francese.

Quanto ai governi francese e britannico, la loro unica presenza si manifesta sotto forma di personale di sicurezza in uniforme che pattuglia la barriera di filo spinato, per controllare – non aiutare – le persone all’interno del perimetro, con il compito di impedire loro di evadere e imboccare la direzione del Canale della Manica o del mare che potrebbe portarli in Inghilterra.

La cura del campo è stata dunque lasciata ai volontari. Questo grande magazzino è stato riadattato da una piccola organizzazione benefica di Calais, l’Auberge des Migrants, con la sua cucina, le sue operazioni di smistamento vestiario e il suo laboratorio, dove falegnami tanto professionisti quanto amatoriali sfornano il più velocemente possibile telai in legno per i rifugi. La struttura è cresciuta di dieci volte in tre mesi, grazie anche agli sforzi ad hoc di diversi gruppi di volontari britannici.

Agli occhi dell’osservatore esterno risulta un’atmosfera che pare un incrocio tra un campo profughi e Glastonbury: a farsi strada tra fango e strade sterrate sono moltissimi giovani inglesi espansivi e pieni di entusiasmo, con rasta in testa e borchie al naso.

Alcuni sono lì per insegnare inglese nelle scuole pop-up, altri collaborano con la biblioteca, segnalata da un cartello che recita ironicamente “I Libri della Giungla” (“Jungle Books”, ndt)), altri ancora sono nella grande tenda a cupola adibita a centro delle arti, montata da due giovani drammaturghi inglesi. I musicisti provenienti da Siria, Iraq o Afghanistan siedono in cerchio e suonano canzoni dei loro paesi, sulle pareti sono appesi disegni o fotografie fatte dai rifugiati. Una mostra un lago con tre rami, avvolto nella nebbia del mattino. Sulla didascalia c’è scritto: “A volte vengo qui e sto per qualche minuto, immaginando che l’Inghilterra abbia questo aspetto.”

A giudicare con gli standard politici, questa situazione è insostenibile. Pretendendo che il campo di Calais non sia un loro problema, Parigi e Londra hanno voltato le spalle all’innegabile crisi umanitaria, rendendosi ugualmente colpevoli di abdicazione delle proprie responsabilità.

Per timore di dare una parvenza di legittimazione della condizione del centro e un suo rafforzamento, le autorità non forniranno nemmeno gli elementi base necessari a una permanenza accettabile degli “ospiti”. Porre la politica davanti al diritto fondamentale a un’esistenza dignitosa è una reazione indegna.

Ma la rabbia non può essere l’unica risposta alla realtà del campo. Si potrebbe iniziare con l’ammirazione, in primo luogo per i migranti e i rifugiati stessi, per la loro capacità di recupero e la loro dignità, per l’ingegnosità che li ha visti costruire una strada principale piena di ristoranti e piccoli caffè di compensato, la stessa che li ha portati ad erigere moschee e una chiesa.

È impossibile non ammirare anche i volontari. Hanno spontaneamente rinunciato a una vita piena di comodità per costruire rifugi, cucinare o insegnare in cambio di nessun compenso, per occuparsi di persone che non hanno mai incontrato, perché sanno che, se non lo fanno loro, non lo farà nessuno. Alcuni sono giovani o pensionati con molto tempo a disposizione, altri hanno preso una pausa temporanea dal lavoro e hanno messo in stand-by la propria carriera. Nessuno di loro ha dovuto barattare una vita confortevole per lavorare nel fango e nello squallore della Giungla, nessuno li ha costretti a noleggiare un furgone, riempirlo con teloni o grossi pacchi di riso e guidarlo attraverso la Manica: sono lì semplicemente perché sono stati toccati dalla vista di altri esseri umani in difficoltà.

Questo è ciò che li distingue dai Governi hanno la pretesa di rappresentarli. I volontari hanno visto nei volti di questi rifugiati non un problema da affrontare – più precisamente: da evitare – ma persone come loro. Lo stesso vale per tutti coloro che hanno donato e stanno ancora donando al Fondo di Natale del Guardian, quest’anno più fruttuoso che mai.

Poche ore dopo gli attacchi di Parigi qualcuno ha twittato la lezione che aveva imparato da Fred Rogers, lo storico volto della televisione per bambini americana: “Non guardare i mostri. Cerca quelli che corrono ad aiutare.” In quello che è stato spesso un anno cupo e pieno di momenti difficili questa marmaglia, questo esercito improvvisato di volontari è stato uno spiraglio di luce. Sono loro il meglio di noi.