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L’utilizzo della domanda per una restituzione di dignità

di Daniele Colombi, operatore sociale

Photo credit: Carmen Sabello (Milano, 20 maggio - Nessuna persona è illegale)

L’intervento che l’operatore dell’accoglienza è chiamato ad attuare è quello dell’accompagnamento di persone che vivono in una condizione identitaria estremamente difficile da leggere, una condizione che va oltre la nozionistica classica delle materie di studio.

Questa condizione affonda in un paradosso logico-temporale in quanto mette a confronto persone radicate su un territorio (gli operatori e in generale tutto il sistema) con persone che il loro territorio l’hanno cristallizzato nel proprio immaginario. Il richiedente si trova a vivere la privazione dell’identità che la migrazione forzata comporta, è una persona che “non è più ma non è ancora”, sospeso in un’attesa (temporale, dei documenti, e identitaria, dell’autoaffermazione) che funge da gabbia di Faraday, proteggendo ma isolando.
In questo contesto di privazione l’operatore si trova a osservare due persone: quella di fronte a sé e quella che muove dentro di sé, e lo fa attraverso un paio di lenti auto-costruitosi con le esperienze di vita accumulate (siano esse reali o percepite).

La domanda che l’operatore dovrebbe riuscire sempre a tenere a mente è: come l’effetto di distorsione di queste lenti abbia una ricaduta sul suo operato? Come ci si trova a interagire con il richiedente dal momento che lo si osserva attraverso il filtro delle esperienze sedimentate?

Lo smarrimento della persona richiedente, la sua assenza di identità e la sua possibile frustrazione data da uno stato di totale assenza possono essere proiettare sull’operatore stesso che inizierebbe così a sentire lui stesso lo smarrimento, l’assenza e la frustrazione. Un gioco di specchi molto delicato al quale bisogna rispondere con altrettanta delicatezza.

Nel percorso della ricostruzione dell’identità e della restituzione di senso alla persona, l’operatore dell’accoglienza si trova a lavorare a contatto diretto, nudo, con la risonanza della propria storia che impatta con lo tsunami emotivo che il richiedente porta con sé. Un’onda di vissuti si infrange sulla persona deputata a lavorare quotidianamente con il richiedente, creando reazioni mutevoli, complesse e interconnesse.

Uno degli strumenti più utili dell’operatore dell’accoglienza è sicuramente il porsi continuamente domande centrate rispetto alla sua posizione nella relazione d’aiuto che mette in pratica nell’incontro con l’altro, per questo motivo il dubbio iniziale ritorna frequentemente nella delicata fase di intermediazione tra il richiedente e il “sistema-mondo” nel quale si trova calato.

Come una membrana cellulare l’operatore si trova a fare da filtro, traducendo le istanze di cui il richiedente si fa portatore e semplificando tutto il sistema di regole sociali inscritte nelle abitudini dei cittadini. Porsi quindi le giuste domande diventa un metodo per interpretare, e quindi tradurre, in maniera corretta i tracciati entro i quali un migrante si trova a dover camminare.

E mentre assimila e traduce per il richiedente, l’operatore si trova a domandarsi: le persone che ci troviamo di fronte sono vittime di qualcuno o qualcosa? Sono esseri fragili da proteggere? Sono creditori di vita e di occasioni?

Chiederselo non significa focalizzarsi sulla risposta, concentrarsi sul punto finale ma, al contrario, significa aprire una porta e lasciare che possa entrare qualunque tipo di soluzione, significa aprire la mente e lasciarsi contaminare dalle visioni diverse da quelle con le quali ci si confronta ogni giorno.

Nella ricostruzione delle storie personali al fine di restituire senso al progetto e alla persona stessa, emerge in maniera importante il pensiero che la loro forza, la forza di queste persone alle quali ci si trova di fronte, sta nell’essere arrivati fino a qui…quanti di noi ce l’avrebbero fatta?

L’utilizzo della domanda, e non quindi la ricerca della risposta, può diventare la pratica quotidiana della normalizzazione del e nel rapporto, sia dell’operatore con il richiedente ma anche del richiedente con l’esterno, oltre a quella membrana che prima lo avvolgeva e lo riparava. E nella normalità del rapporto si liberano energie che danno la possibilità di lavorare sul concetto di “restituzione di dignità” e non di “sostituzione di dignità”, spezzando un processo e ripartendo dalla riappropriazione della auto-affrancamento da un sistema che, altrimenti, è destinato a riprodursi, “là” e “qua”, come se fossero sedi differenti, una dove si viene depredati e l’altra dove si riacquista.

E come diceva Rumi: “Là fuori, oltre a ciò che è giusto e a ciò che è sbagliato, esiste un campo immenso, noi ci incontreremo là” è solo spogliandosi degli schemi mentali attraverso i quali ri-creiamo (e ri-crediamo) identità che possiamo sciogliere le tensioni identitarie.

Daniele Colombi
Cooperativa Sociale ProSer Valcamonica Onlus