La maggioranza degli africani non emigra dove (forse) si pensa

Lola Hierro, El País - 16 gennaio 2018

Immagini delle mappe tratte dall'atlante “Africa in movimento”. FAO / CIRAD

Non è che l’Africa si muova, il continente è in piena ebollizione: secondo il rapporto sulle migrazioni del 2017 delle Nazioni Unite, nel 2017 si sono spostati 36 milioni di africani, ovvero il 14% dei 258 milioni registrati nell’anno precedente a livello globale.

Tuttavia, non si muovono come crediamo. Siamo soliti dare per scontato che i flussi tra l’Africa e l’Europa o l’America del Nord siano gli unici, o quelli di volume maggiore, ma secondo lo studio “Africa in movimento: Dinamica e motori della migrazione a sud del Sahara”, pubblicato lo scorso novembre dall’Agenzia dell’ONU per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO) e dal Centro di Cooperazione Internazionale nella Ricerca Agronomica per lo Sviluppo (CIRAD), il 75% di coloro che in Africa Sub-Sahariana hanno ‘cambiato aria’ sono rimasti all’interno del continente, non si sono spostati in altri. Si tratta del primo atlante al mondo che analizza l’interrelazione tra i fattori che incoraggiano gli abitanti del ‘continente nero’ ad abbandonare le proprie abitazioni.

Attraverso varie mappe e lo studio approfondito di quattro campioni (Senegal, Madagascar, Sudafrica, Zambia), lo studio cerca di facilitare la comprensione delle dinamiche e delle tendenze dei flussi migratori. I migranti hanno dato una forma al mondo in cui viviamo oggi, hanno stimolato il progresso, e i movimenti umani non si arresteranno. Per questo, sarebbe auspicabile promuovere azioni che aumentino il potenziale di questi movimenti e ne diminuiscano i possibili effetti dannosi. Questo atlante prova ad individuare dei modelli che possano servire a sviluppare delle politiche più efficienti. “I migranti possono essere agenti di sviluppo, per questo cogliere questa occasione è questione della massima importanza”, si afferma nella ricerca. Queste sono alcune chiavi:

Più popolazione rurale, e il lavoro come grande sfida

FAO/CIRAD
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La popolazione nell’Africa Sub-Sahariana continua a crescere a livelli senza precedenti. Per il 2050 aumenterà di 208 milioni di persone, toccando quota 2 miliardi e 200 milioni. Questa crescita costituisce un cambiamento maggiore di quelli sperimentati da Cina e India nel recente passato. La regione continuerà ad essere principalmente rurale, a causa del fatto che la proliferazione delle città può considerarsi relativamente recente: nel 2015 il 62% degli africani (602 milioni) viveva ancora nelle campagne. Nel 2050 saranno 980 milioni, ovvero un terzo degli abitanti delle zone rurali del mondo. Di conseguenza, per il 2050 la manodopera (disponibile, n.d.t.) aumenterà di 813 milioni di persone. Quasi il 35% di questa proverrà dalle campagne, con 220 milioni di lavoratori.

In aumento è anche il gruppo relativo alla fascia d’età degli economicamente attivi (dai 15 ai 64 anni), il che rappresenta una grande risorsa per la crescita economica. Tuttavia, se non si implementerà un tessuto economico ed istituzionale favorevole, questo possibile vantaggio potrebbe trasformarsi in una ‘penalità’ demografica (molti disoccupati), fattore che potrà generare tensioni sociali e politiche. La più grande sfida per l’Africa Sub-Sahariana consiste nel creare lavoro a sufficienza per assorbire la sua forza lavoro, che è in piena espansione. Lo sviluppo del settore agrario dipenderà dalla pressione sulle risorse e sulla loro gestione.

Si migra di più all’interno dell’Africa

FAO/CIRAD
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Nel 2015 circa 33 milioni di africani vivevano fuori dai propri paesi di origine, nonostante coloro che si spostavano all’interno del proprio continente si suppone fossero quasi il 75%. La porosità delle frontiere e le normative regionali volte a facilitare la libera circolazione delle persone agevolano il movimento. I modelli relativi alla migrazione rurale e urbana presentano caratteristiche molto diverse: per quanto riguarda i primi, se si resta nel proprio paese, solitamente trattano di spostamenti verso le città; al contrario, i secondi (urbani) trattano, in linea generale, di spostamenti verso altri continenti e altre aree urbane. La migrazione tra zone rurali avviene quando è possibile avere accesso alla terra e quando si realizzano nuove attività, come l’industria estrattiva di tipo artigianale. Tuttavia, la maggior parte delle volte questa deriva dalla mancanza di lavoro nelle città e da una maggiore offerta nelle zone di produzione di coltivazioni commerciali come cotone, noccioline, cacao, caffè e riso.

Queste dinamiche mostrano che i legami tra il mondo rurale e quello urbano sono sempre meno statici. La migrazione favorisce la diversificazione dei mezzi di sostentamento delle famiglie e l’accesso alle opportunità lavorative. Rafforza il ruolo delle città medio-piccole, così come le dinamiche locali e regionali. Questa nuova realtà territoriale, modellata dalla migrazione, dovrebbe agevolare una maggiore concordanza delle azioni politiche con le esigenze locali.

Profilo dei migranti africani

FAO/CIRAD
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Nel 2015 l’Africa ha fornito, con il 34% del totale, la quota maggiore di giovani migranti internazionali (dai 15 ai 24 anni). L’età media è stata di 29 anni. Osservando più da vicino un gruppo di paesi (Senegal, Burkina Faso, Nigeria, Uganda e Kenya), si rilevano alcune analogie: i giovani si spostano all’interno del proprio paese e costituiscono la gran parte dei migranti rurali. Circa il 60% di loro ha tra i 15 e i 34 anni d’età e le donne sono solitamente più giovani, sebbene loro (gli uomini, n.d.t.) siano di più: tra il 60 e l’80% del totale. L’area considerata si caratterizza anche per la presenza di famiglie molto numerose (spesso con 7 o più membri) che generalmente sono più soggette ad avere dei migranti. Ciò rispecchia le difficoltà dei giovani nell’accedere e nell’ereditare i terreni agricoli, il che è un incentivo ad andarsene.

I ‘rurali’ hanno dei risultati scolastici più bassi rispetto ai loro omologhi delle città, e quelli che decidono di lasciare i campi non sono un’eccezione. I migranti tendono, comunque, a passare a scuola un numero maggiore di anni, e la maggioranza dei ‘rurali’ proviene da famiglie con membri che hanno ricevuto un’educazione migliore. Guardando alla situazione occupazionale, la maggior parte di quelli che hanno un’educazione formale limitata o nulla finiscono per lavorare in proprio, mentre quelli che hanno raggiunto l’educazione secondaria hanno più probabilità di accedere ad un impiego salariato. L’entrata media giornaliera pro-capite nelle aree rurali è molto bassa. Circa il 60% dei membri di un nucleo familiare guadagna meno di un dollaro al giorno. I guadagni dei nuclei familiari con migranti sono leggermente più alti.

L’importanza delle rimesse

FAO/CIRAD
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Il motore di sviluppo più tangibile della migrazione è il denaro che i migranti inviano a casa. L’Africa Sub-Sahariana ha ricevuto approssimativamente 32.000 milioni di dollari dei 580.000 milioni inviati attraverso tutto il mondo. Tuttavia, i numeri reali devono essere superiori: molti inviano denaro attraverso canali informali ed altri lo fanno sotto forma di beni, e tutto ciò non trova riscontro nelle statistiche.
L’invio delle rimesse trasforma la vita delle famiglie rimaste nel paese, attenuando la povertà e migliorando i consumi dei nuclei familiari, ma può generare problemi qualora arrivi al punto di sconvolgere le istituzioni e i sistemi tradizionali, o finisca per provocare una dipendenza della famiglia ricevente nei confronti della persona che le invia. Nonostante ciò, per molti aiutano a migliorare le condizioni di vita. Secondo gli autori, l’Africa dovrebbe privilegiare la riduzione dei costi di invio e promuovere la concorrenza, l’efficienza e la trasparenza. Suggeriscono che, “inoltre, gli Stati africani dovrebbero riformare i propri sistemi bancari e finanziari al fine di agevolare la possibilità, per i migranti, di rinviare il denaro servendosi delle istituzioni finanziarie”.

L’importanza del cambiamento climatico

FAO/CIRAD
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Il cambiamento climatico è un fenomeno globale sempre più pericoloso per il genere umano. Le temperature e i cambiamenti nelle precipitazioni possono avere gravi ripercussioni sui beni di sostentamento. Si stima che le perdite nei raccolti di cereali si aggireranno intorno al 20% e che la regione Sub-Sahariana sarà una delle più colpite, con scenari che, se non si interviene, ipotizzano per il 2050 un aumento del 20% per quanto riguarda la malnutrizione.

Nei paesi al alto rischio dotati di meccanismi di attenuazione (dei danni, n.d.t.) le persone possono resistere meglio a questo fenomeno. La capacità dei governi di rispondere alle necessità di base a seguito dei disastri naturali potrebbe, ad esempio, consentire alle persone di ricostituire i propri mezzi di sostentamento senza la necessità di dover migrare.

Nella maggioranza dei paesi dell’Africa Sub-Sahariana, problemi come l’instabilità politica, il malgoverno, la mancanza di competenze e la ristrettezza delle risorse finanziarie impediscono l’utilizzo effettivo e una corretta implementazione dei meccanismi di prevenzione e adeguamento. Per realizzarli, bisognerebbe disegnare delle strategie di sviluppo fondate su una visione di lungo periodo degli scenari possibili, al fine di ottenere uno schema appropriato ed efficiente delle politiche pubbliche.