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Andando al dunque, o venendo

Il confine nasce economico, e il migrante che lo attraversa lo diventa

Foto: il porto di Lampedusa

Abstract

Il testo si apre ricordando al capitolo 1 che le migrazioni sono un fenomeno naturale e storicizzato, ma mettendo in evidenza come l’agire politico si sia progressivamente orientato ad interventi di gestione della spontaneità dei flussi, e come questo vada letto in qualità di risposta all’esigenza non dichiarata di interdizione e contenimento della mobilità, nonostante questa sia un diritto sancito. Parallelamente, sempre in linea con la strutturazione di una governance delle migrazioni, viene messa in evidenza al capitolo 2 l’assunzione prassica di una strategia di narrazione selettiva, che omette elementi centrali in favore della ridondanza di elementi accessori e che di fatto, falsifica nella percezione l’oggettività del reale.

A conferma di questo, uno spaccato delle opinioni e degli argomenti dei giovanissimi attesta in maniera inconfutabile il generale effetto di particolari propagande. È pensando ai giovani infatti, e all’intenzionale disinformazione con cui li si vorrebbe infarcire di un posticcio amor patrio, che ai capitoli 3 e 4 si ricostruiscono brevemente la genesi della politica dei passaporti, della costituzione dello spazio Schengen e della politica dei visti a cui si deve la nascita di quell’immigrazione che si definirà nel tempo come clandestina e illegale.

Al capitolo 5 si smentisce il parallelismo tra questione migratoria e questione identitaria, decostruendolo attraverso la proposta di una lettura non più sociale ma “economica” del confine, dei suoi mezzi, dei suoi fini, della sua funzione e della sua ragion d’essere. L’indice di libertà di movimento viene infatti dimostrato come assolutamente corrispondente all’indice di potere economico, e si individua nella governance delle migrazioni la veste contemporanea di pregresse ma non dismesse modalità coloniali di gestione della dinamica geopolitica.

Al capitolo 6 si forniscono ulteriori conferme di quanto affermato mettendo in correlazione i costi del confine – che sempre ci narrano come rovinosa incombenza -, coi suoi guadagni di cui invece mai ci raccontano – come la gestione dell’esodo di capitali a mezzo rimessa -, perché risiede nell’oggettività delle cifre l’unica possibilità di comprendere e superare l’incoerenza di scelte apparentemente prive di senso – come il costosissimo soccorso emergenziale in mare in luogo del canale d’arrivo garantito -.

Al capitolo 7, ancora evidenze circa utilitarismi e paradossi emergono dalla lettura comparata del mercato interno del lavoro salariato con quello internazionale delle imprese delocalizzate; della strategia e delle quote del decreto flussi, con le strategie e le quote degli italiani all’estero; delle messianiche intenzioni proclamate dai paesi “sviluppati”, con la sistematicità di un agire agli antipodi. Al capitolo 8, la Tunisia si presta ad essere l’ottimo esempio di come tutti gli elementi trattati nel discorso interagiscono su un tessuto sociale concreto.

Per questa ragione, oltre ad essere stata già citata nei precedenti capitoli, si presta nell’ottavo a diventare uno snodo fondamentale da cui si diramano irrinunciabili input di riflessione. Non è semplice ricomporre il quadro unitario di una contemporaneità frammentaria in cui l’incessante susseguirsi di eventi non lascia il tempo di comprendere i significati ma solo di conoscere i fenomeni, eppure in Tunisia, bastano gli eventi dell’ultimo trentennio a raccontare la storia dei nostri più grandi problemi attuali.

Dalla caduta di Bourghiba alla Rivoluzione dei Gelsomini passando per il ventennio di Ben Alì, la Tunisia è un bignami di storia globale: la fine del colonialismo, la guerra fredda, la crisi petrolifera degli anni ’70, il neoliberismo e la globalizzazione, la rinascita del fondamentalismo religioso negli anni ’80, l’attuazione di Schengen nel ’90, la retorica sullo sviluppo e la civilizzazione del sud del mondo, la silente produzione di stabilità/instabilità dove occorre, i parametri per designare amici e nemici nello scacchiere globale e l’esportazione della democrazia presso alcune dittature ma non tutte.

La Tunisia racconta di come nascono le morti in mare e muoiono i diritti umani, di come la democrazia crescendo e invecchiando abbia finito col somigliare più ad una monarchia economica globale di cui il cittadino è servo se non schiavo.
La Tunisia a volte ci parla più dell’Europa e del mondo che non di se stessa, ci parla dell’Italia, e ci mostra nel suo riflesso come l’immagine di ciò che veramente siamo anche se neghiamo.

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ANDANDO AL DUNQUE O VENENDO: Il confine nasce economico, e il migrante che lo attraversa ci diventa.