Noi siriani. Una proposta di armistizio scritta direttamente dai profughi, perché non sia chi ha scatenato la guerra a scrivere la pace

Racconti dal viaggio #FragileMosaico in Libano della campagna overthefortress

Photo credit: Raffaello Rossini

«Coloro che trattano la pace sono gli stessi che hanno scatenato la guerra. Coloro che siedono nei tavoli dei negoziati con i rappresentanti della comunità internazionale sono gli stessi che hanno distrutto il nostro Paese».

Khaled ha una 40ina di anni. L’ho incontrato al campo profughi di Tal Aabbas, a pochi chilometri dalla frontiera con la Siria. E’ scappato nei primi anni della guerra con la moglie e i suoi tre figli. «Non volevamo né uccidere né essere uccisi» mi spiega. Vivono tutti assieme in una tenda che gli ha regalato l’Unhcr. I soldi che sono riusciti a portare con loro sono finiti da un pezzo. Tutti spesi nell’affitto di quel pezzo di terreno dove hanno piantato quei quattro teli che chiamano “casa”. Per fortuna lui ci sa fare con le mani. Un po’ elettricista, un po’ idraulico e un po’ falegname. Ogni tanto rimedia qualche lavoretto nel paese vicino. E poi ci sono i campi da lavorare che appartengono alla stessa persona che gli affitta il terreno e che, praticamente, si riprende così, e con gli interessi, i soldi che gli versa come bracciante. “Coltivare” un campo a profughi, per i proprietari terrieri libanesi, è più remunerativo che piantarci marijuana.

«La cosa che più mi dispiace è che i miei ragazzi non possano andare regolarmente a scuola. Che futuro si prospetta per loro?». Khaled è naturalmente un nome di fantasia. «Il quartiere di Homs dove vivevo era considerato una zona di ribelli. Basterebbe questo per farmi ammazzare dai soldati, se decidessi di tornare a casa». E aggiunge sorridendo amaramente: «Non che la mia casa sia rimasta in piedi… non è rimasto più niente di interni laggiù».
Eppure, per quanto improbabile e pericoloso, la speranza di poter un giorno ritornare nella terra in cui sono nati non si è mai tramontata nei tanti campi profughi del Libano. Ed è proprio per questo che Khaled e altri rifugiati hanno scritto una proposta di pace che, grazie ad alcune organizzazioni internazionali come Operazione Colomba, stanno facendo girare nella speranza che non siano solo quelli che hanno scatenato la guerra a dover scrivere la pace. La proposta si chiama “Noi siriani” ed è la prima e la sola proposta di pace scritta di propria mano da coloro che, più di tutti, hanno subito e stanno tutt’ora subendo le offese del conflitto: i profughi.

Ecco il testo:

Noi siriani, profughi nel nord del Libano, riuniti in Organizzazioni ed Associazioni, semplici cittadini e famiglie scampati alla morte e alla violenza, a cinque anni dall’inizio della guerra che ha distrutto il nostro Paese, viviamo a milioni senza casa né lavoro, senza sanità né scuola per i nostri figli, senza futuro.
Nel nostro Paese ci sono centinaia di gruppi militari che, con la sola legittimità data loro dall’uso della violenza e dal potere di uccidere, ci hanno cacciato dalle nostre case.
Veniamo ancora uccisi, costretti a combattere, a vivere nel terrore, a fuggire, veniamo umiliati e offesi.
Ai tavoli delle trattative siedono solo coloro che hanno interessi economici e politici sulla Siria.
A noi, vere vittime della guerra e veri amanti della Siria, l’unico diritto che è lasciato è quello di scegliere come morire in silenzio.
Ma noi, nel rumore assordante delle armi, rivendichiamo il diritto di far sentire la nostra voce, e insieme a coloro che ci sostengono e a chi vorrà unirsi al nostro appello

CHIEDIAMO

– la creazione di zone umanitarie in Siria, ovvero di territori che scelgono la neutralità rispetto al conflitto, sottoposti a protezione internazionale, in cui non abbiano accesso attori armati, sul modello, ad esempio, della Comunità di Pace di San José di Apartadò in Colombia. Vogliamo che siano aperti corridoi per portare in sicurezza i civili in pericolo fino alla fine della guerra e che tutti i rifugiati ritornino a vivere in pace e sicurezza nella loro Patria;

– che si fermi la guerra: che si fermino immediatamente i bombardamenti, che si blocchi il rifornimento di armi e che le armi già presenti vengano eliminate; che si ponga fine all’attuale assedio di decine di città siriane (www.siegewatch.org), che gli abitanti di queste città, senza cibo e medicine, siano assistiti immediatamente e posti in sicurezza;

– che siano assistite le vittime e sostenuto chi le soccorre: che siano liberati i prigionieri politici, ricercati i rapiti e dispersi; che siano soccorsi e assistiti anche in futuro i feriti e i disabili di guerra;

– che si combatta ogni forma di terrorismo ed estremismo, ma che questo smetta di essere, com’è ora, un massacro di civili innocenti e disarmati, che oltretutto alimenta il terrorismo stesso;

– che si raggiunga una soluzione politica e che ai negoziati di Ginevra siano rappresentati i civili che hanno rifiutato la guerra, e non coloro che hanno distrutto e stanno distruggendo la Siria;

– la creazione di un Governo di consenso nazionale che rappresenti tutti i siriani nelle loro diversità e ne rispetti la dignità e i diritti.
Vogliamo che sia fatta verità e giustizia sui responsabili di questi massacri, distruzioni, e della fuga di milioni di profughi, e lasciato spazio a chi vuole ricostruire.
Vogliamo convocare ora le migliori forze internazionali, in grado di costruire convivenza e riconciliazione, per sostenere ed elaborare insieme a noi civili un futuro per il nostro Paese.

«Chi fa la guerra ha dalla sua la forza delle armi, dei soldi che servono per comprarle e della violenza» mi dice Khaled.
Chi vuole costruire una pace diversa da quella imposta dai bombardamenti e dalle uccisioni ha a disposizione la forza della solidarietà, la tenacia nell’affermare idee nuove ed aprire strade di cambiamento: un amore che diventa proposta politica, più forte della paura.


E’ possibile sottofirmare l’appello scrivendo a: operazionecolomba.ls@apg23.org

Al link la lista della associazioni che lo hanno già sottoscritto: https://www.operazionecolomba.it/noisiriani/

Riccardo Bottazzo

Sono un giornalista professionista.
La mia formazione scientifica mi ha portato a occuparmi di ambiente e, da qui, a questioni sociali che alla difesa del territorio sono intrinsecamente legate come le migrazioni. Su questi temi ho pubblicato una decina di libri. Attualmente collaboro a varie testate cartacee e on line come Il Manifesto, Global Project, FrontiereNews e altro.
Per Melting Pot curo la  rubrica Voci dal Sud.