Dal Messico: appunti sull’ “esodo” dei migranti centroamericani

Carovane migranti in Messico, flussi di vita e stereotipi internazionali

Messico – Il 13 ottobre 2018, circa 1.600 persone, riunite nella città di San Pedro Sula (Honduras), hanno deciso di intraprendere il proprio viaggio verso gli Stati Uniti.
In frontiera tra Guatemala e Messico, la carovana (o meglio rinominata, “esodo”), aveva superato le 7.000 persone, la maggior parte provenienti da Honduras, Guatemala e San Salvador.
Come era da aspettarsi, l’organizzazione della carovana ha generato un dibattito pubblico in Messico: l’ACNUR ha espresso la propria preoccupazione riguardo la situazione umanitaria all’interno della carovana, soprattutto perché l’enorme gruppo di persone – poco organizzato – prevede di transitare per zone estremamente pericolose, in cui il rischio di sequestro, oltre a potenziali violazioni ai diritti umani, è molto probabile.

Perché le persone hanno deciso di intraprendere un percorso così pericoloso?

Questa premessa è doverosa: l’Honduras è considerato uno dei paesi più pericolosi al mondo, con un tasso di 50,5 di omicidi intenzionali ogni 100.000 abitanti (UNODC, 2016). Il tasso di omicidio è passato da 60,8 su 100.000 nel 2008 a 81,8 nel 2010, 91,4 nel 2011 e 90,4 nel 2012.

In aggiunta, la presenza capillare e transnazionale di gruppi della criminalità organizzata (las maras), che va di pari passo con livelli di povertà estrema e una crisi politica strutturale nel Paese, giustificano la necessità di cercare alternative di sopravvivenza fuori dal territorio nazionale.

Secondo l’American Immigration Lawyer Association (AILA, 2016), più del 90% delle persone che vivono nei tre paesi del c.d. “triangolo nord centroamericano” (Guatemala, El Salvador e Honduras) può superare il test di credibilità per il riconoscimento dello status di rifugiato, una media molto più alta rispetto a quella mondiale.

Lo stereotipo più comune sul richiedente asilo afferma: “è un rifugiato solo chi fugge dalle guerre“. Errore.
Combattere questo punto è di fondamentale importanza: nel 2018 i rifugiati non fuggono (solo) da guerre. In realtà, è la stessa definizione canonica della Convenzione del 1951 che chiaramente definisce come la richiesta di riconoscimento deve far riferimento a una persecuzione individuale.
Proprio a partire da una questione teorica dunque, sono pochissimi i rifugiati che rientrano nella definizione stereotipata. In Messico, grazie all’implementazione all’interno della normativa nazionale della Dichiarazione di Cartagena (1984), le persone che fuggono dalle guerre possono, effettivamente, essere riconosciute con lo status di rifugiato.

Tuttavia, quasi nessuna di queste é riconosciuta ex. comma 2 dell´art. 13 de la Ley sobre Refugiados, Protección Complementaria y Asilo Político: il 92% dei richiedenti ha beneficiato della definizione universale.
Come è già stato precisato, organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti umani di migranti e rifugiati in Messico, hanno definito questa carovana un “esodo”: questo giustamente per far risaltare la crisi umanitaria che da anni imperversa in Honduras e per richiamare l’attenzione dello Stato messicano, richiedendo con ciò una forte azione umanitaria a protezione delle persone.
La risposta per ora tutta militare, banalmente, si evince da questa foto:

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C’è ovviamente chi sulla carovana fa le proprie speculazioni e illazioni: «l’organizzazione è stata effettuata ad hoc per incidere sulle elezioni mid term negli Stati Uniti»; «tutto è organizzato per far saltare il nuovo trattato NAFTA»; addirittura il presidente Trump ha insinuato infiltrazioni terroristiche jihadiste tra i membri della carovana (poi smentite).

Tuttavia, soffermandoci sulla questione prettamente umana e umanitaria della carovana, ci sentiamo in diritto di dire, dopo qualche anno di esperienza sul campo, che organizzare un gruppo così grande di persone, senza che si abbia nessuna capacità di controllo né di gestione, è un rischio troppo alto per l’incolumità delle persone, e un’improvvisazione bella e buona.
Le diverse Casas de Migrantes nel paese, organizzazioni che appoggiano persone migranti in transito in Messico e in Centroamerica cercando di garantire uno spazio sicuro attraverso l’assistenza umanitaria, hanno messo in luce il contesto di pericolosità che persiste in Messico, spiegando bene le tante avversità nel muovere un gruppo così grande in lungo e in largo per il Paese.

Il governo è responsabile della protezione umanitaria di queste persone e non possono venire meno i principi assoluti di non refoulement e divieto di respingimento in frontiera; purtuttavia, alcune domande vanno poste: come è pensabile che un governo tradizionalmente repressivo come quello di Enrique Peña Nieto, che rimarrà in carica fino al 1° dicembre, possa permettere che 7.000 persone entrino indisturbate in uno spazio (Ciudad Hidalgo, frontiera messicana con Guatemala e gemella della piccola cittadina di Tecun Uman) di sole 14.000 persone?
Come si può pensare che un gruppo così eterogeneo e così poco organizzato possa far fronte alle minacce “offerte” dal contesto messicano? In questa carovana, purtroppo, si assiste a un’enorme leggerezza degli “organizzatori” e non tutte le cose sembrano così chiare.

Guardare al vero problema

Il risalto mediatico dell’evento sta facendo emergere i sentimenti nazionalisti e razzisti di una società profondamente classista, che delimita l’accesso libero nel Paese solo agli stranieri “ricchi, bianchi o provenienti dal nord del mondo”.

Per tutti gli altri, il modo previsto per entrare nel Paese è quello di sottoporsi a procedimenti interminabili di accesso a visti.
Ovviamente nei media il discorso classico è quello più comune, come avviene in tante altre parti del mondo: fa riferimento all’ingresso “illegale” (irregolare cortesemente, non si va in carcere per attraversare una frontiera), al rispetto della legge con la giustificazione “che entrino attraverso i canali regolari“.

Comodo, dico io, quando solo la parte più ricca del mondo, per arrivare in Messico, si può sedere comodamente su un aereo e automaticamente ottenere un permesso di soggiorno per tre mesi.
Provateci voi ad essere povero e centroamericano e recarvi in ambasciata o consolato messicano dicendo: «Mi piacerebbe lavorare in Messico, posso avere un visto?».
Provateci voi quando vi minacciano di estorsione, vi hanno ammazzato metà della famiglia, i vostri figli rischiano di essere reclutati dalla criminalità organizzata o le vostre figlie finire concubine di un signore della guerra.
Provateci voi quando semplicemente non avete i soldi per pagare il biglietto dell’autobus per andare alla rappresentanza diplomatica più vicina.

La realtà odierna è questa: entrare in Messico o, più a nord negli Stati Uniti, per richiedere protezione è pressoché impossibile. E le persone se vogliono passare il confine non possono che affidarsi alla buona sorte o a coloro che promettono loro o millantano di potercela fare.

“Estás en tu casa”

L’azione di Peña Nieto, prima di cedere il posto al presidente eletto Andrés Lopez Obrador, è a dir poco grottesca: «se restate in Oaxaca o Chiapas, vi diamo facilità di accesso ai vostri diritti», ha affermato il quasi ex presidente per offrire un’alternativa politicamente corretta al proseguo della marcia attraverso il programma “Sei a casa tua”, dando così l’idea di applicare diritti dovuti alle persone (dovuti, non concessi) per garantire la stabilità dei rapporti con il vicino statunitense.

In un contesto in cui la migrazione è parte integrante della vita, finanche per certi versi un “rito di passaggio”, per anni organizzazioni dedicate alla difesa dei diritti umani hanno provato a offrire un riparo degno alle persone, in modo da garantire, per quanto possibile, uno spazio sicuro dove riposare, rifocillarsi e continuare poi il cammino.
Con il trascorrere degli anni, alcune di queste si sono evolute e hanno migliorato i servizi, puntando a offrire maggiore tutela e attenzione, con servizi di assistenza legale e psico-sociale. Nonostante gli sforzi, la capacità di spazi e servizi è ancora limitata: nessuna di queste è governativa, la maggior parte sono ancora autofinanziate e legate al volontariato o finanziate da parte di organismi internazionali.

Non è superfluo dire che l’arrivo simultaneo di così tante persone all’interno di spazi con capacità limitate, porterebbe al collasso di quasi tutte le Casa del Migrante presenti nella zona. E’ evidente che senza un piano di spesa adeguato e un potenziamento immediato dei servizi offerti le parole di EPN appaiono agli operatori umanitari come vuote e grottesche.
Anzi, rinforzano l’idea in molti operatori che l’”organizzare” questo esodo, con questi tempi e modalità, sia pericoloso perché complicherà di molto il poter garantire una vera protezione delle persone.

Il dibattito in Messico sta toccando molti settori della società e tanti sono i commenti che circolano: proprio in queste ore Trump ha minacciato di posizionare l’esercito sul confine e gruppi paramilitari in Texas stanno arruolando “cittadini” per implementare la difesa del muro. Non sarà per nulla semplice capire cosa potrà succedere e se la carovana riuscirà a proseguire il suo cammino.